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La resilienza atomizzata: corpi isolati e retorica del femminile nella “GrosseFugue” di Marin

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Subito dopo Duo d’Eden è la volta di un altro spettacolo di Maguy Marin, Grosse Fugue, del 2001, stavolta proposto nella sua interezza. Sul sito della coreografa francese possiamo leggere come Grosse Fugue sia uno studio per voi, per me, su di noi.  Il punto di partenza è esercitarsi a scrivere un pezzo danzato a partire da e sulla “Grande Fuga” di Ludwig Van Beethoven.
Ne scaturisce un lavoro di comprensione e di lettura musicale componendo una danza profondamente legata a questa musica.
La congiuntura vuole che ci siano a disposizione quattro donneuna musica da cui scaturisce uno stato di irrazionalità. E, lì, prende corpo un’intricazione tra la forza vitale sorgiva dell’essere femminile e lo stato di entusiasmo e di disperazione di questa musica (la traduzione dal francese è nostra).

Sulla scena quattro danzatrici seguono ognuna uno dei quattro strumenti restituendo ognuna la complessa partitura con un’altrettanto complessa partitura coreutica. La grammatica è quella della danza moderna ad alto contenuto di passi di danza classica. Marin fa muovere le quattro interpreti da sole senza mai comporre alcuna interazione tra di loro.
L’entusiastica descrizione delle donne come la forza vitale sorgiva dell’essere femminile di Marin trova un contraltare nelle dichiarazioni di Michele Merola della MM Contemporary Dance Company che ha ripreso la coreografia. Merola racconta (nel cambio palco tra questa e la coreografia precedente) di avere chiesto a Marin se questo pezzo potrebbe essere danzato da quattro uomini. Marin gli ha risposto con un netto rifiuto perché l’opera è un omaggio alla donna, alla sua resilienza e alla sua forza generatrice, grazie alla quale riesce sempre a trovare la forza di andare avanti di fronte a tutte le sofferenze e alle avversità della vita.

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Senza entrare del merito della dichiarazione fatta e tornando subito alla coreografia, vogliamo far notare come la perorazione tanto di Marin quanto di Merola, che non menziona il contesto sociale e politico nel quale le donne sono costrette a mettere alla prova la propria resilienza, rischia di apparire qualunquista perchè astrarre la sofferenza femminile dal contesto storico e sociale nel quale nasce significa ridurla a un dato biologico o a un destino ineluttabile, svuotandola di ogni significato storico. Avulsa da una qualunque pratica del discorso politico (nel senso letterale di  vita nella città, cioè delle relazioni tra cittadinanza come la intendeva Aristotele, da cui la parola e il concetto sono mutuati), questa esaltazione del. vitalismo femminile rende ancora più evidente il limite formale della coreografia.
Le quattro interpreti danzano sì all’unisono e condividono lo spazio, ma non interagiscono mai direttamente: non si toccano, non si prendono, non si sorreggono.
Viene deliberatamente negata tutta quella grammatica di prese e portés tipica della danza,  dove i corpi si fondono e si sollevano a vicenda, nella danza classica interdetta tra performer dello stesso genere, ma consuetudine apparente sognata nella danza moderna e contemporanea.
D’altronde anche nel Lago dei cigni nel Pas de quatre le quattro danzatrici si prendono almeno per mano…
Privare le danzatrici del contatto corporeo finisce per isolarle, quasi a suggerire che l’interazione profonda sia loro preclusa. Se la coreografia deve celebrare la resilienza femminile, sembra considerarla come un fatto puramente individuale e atomizzato. Parafrasando Gaber, il politico è sempre partecipazione: queste quattro donne sono sulla scena contemporaneamente, ma l’assenza di un legame fisico impedisce loro di fare causa comune e di dare corpo a una reale dimensione collettiva.

La coreografia rimane splendida, le quattro danzatrici sono davvero molto brave, forse lo spazio dell’arena del teatro India non è proprio il luogo ideale per la sua messinscena perchè per la breve distanza tra palco e platea, disposta sui quattro lati non permette quel colpo d’cocchio che avrebbe consentito di leggere meglio la composizione a quattro.

Grosse Fugue
Coreografia: Maguy Marin
Coreografia rimontata da: Dorothée Delabie
Musica: Ludwig van Beethoven, Die Grosse Fugue, op.133
Costumi: Chantal Cloupet
Luci: François Renard
Maestro ripetitore: Enrico Morelli
Con: Fabiana Lonardo, Giorgia Raffetto, Alice Ruspaggiari, Diletta Savini
Produzione: MM Contemporary Dance Company
Coproduzione: Reggio Parma Festival, Festival Bolzano Danza/Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, MilanOltre Festival

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(12 luglio 2026)

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