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Maniaci d’amore e il sapore de “I morsi a vuoto” #Vistipervoi da Stefano Cangiano

Maniaci d'Amore Morsi a Vuotodi Stefano Cangiano   twitter@stefanocangiano

 

 

 

 

 

Ridere come vocazione naturale, ridere come rimedio, ridere come condanna, come se fosse l’unica scelta possibile, l’istinto di sopravvivenza che si trasforma in vita.

Maniaci d’amore con Morsi a vuoto partono da questo assunto per sviluppare uno spettacolo denso di significati e metafore, ma con un punto di vista unico, unitario, che è il loro marchio di fabbrica: l’osservazione disincantata e spietata della realtà che li circonda.

L’arma è sempre quella del sarcasmo, della risata corrosiva pensata per scavare solchi su dinamiche esistenziali comuni e perciò trascurate ma che diventano paradigmi capaci di raccontare una generazione e forse un genere, quello umano, che mai come ora appare legato a filo doppio con i suoi più antichi antenati. E il legame è uno, inconfondibile e inconfutabile, lo stress.
Così la protagonista di Morsi a vuoto ricorre alla risata come forma di difesa da questo malessere che sembra essere una tara genetica di ogni essere umano e in ogni risata è contenuta un’illusione, ogni volta assecondata, con una tenacia che è tipica dei folli più che dei savi e che pure sembra essere del tutto motivata.

L’analista che cerca di sollecitarla e contestarla non trova che un muro di sorrisi, di prese in giro, quell’atteggiamento di chi è pronto a non prendere sul serio nulla, a partire da un matrimonio il cui unico motore è la ricchezza di lui, ostentata e non reale, nemmeno questa capace di generare la crisi che ci sarà solo di fronte all’ipotesi della morte.

Di fronte alla conseguenza estrema ogni principio attivo del farmaco del riso decade, le difese crollano e la vanità fa i conti con la parte più necessaria del vero. In questo susseguirsi incalzante di emozioni e azioni, in questo avvicendarsi di analogie che si riflettono a vicenda, c’è anche spazio per una riflessione metateatrale, sull’esistenza del teatro e sul teatro dell’esistenza. La pietra angolare e tombale sta tutta qui: “questo è un copione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(8 febbraio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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