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Antigone: Il corpo, il mito, il presente

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In Antigone di Alan Lucien Øyen  la fisicità e la teatralità dei danzatori e delle danzatrici del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch si fondono con il talento di Antonin Monié dell’Opera di Parigi e della compagnia Winter Guest, guidata dallo stesso Øyen.
Lo spettacolo intreccia il mito di Antigone con la cronaca contemporanea, utilizzando danza, prosa e tecnologia per denunciare abusi di potere e violenze di genere. Una creazione monumentale che torna al Teatro argentina di Roma dopo la prima mondiale dell’estate scorsa.
Lo spettacolo non parla del passato, parla di noi.
Parla di un presente fatto di abusi dell’uomo sulla donna, di corpi calpestati, di violenze silenziose e gridate, dell’indifferenza della gente che sta a guardare, che si gira dall’altra parte mentre si consuma il dramma delle tecnologie. …mentre si consuma il dramma delle tecnologie. Nuovi oracoli moderni, i dispositivi digitali informano, conversano e tengono testa alla volitività di un personaggio costretto a fuggire, che fantastica su una casa ormai perduta, cercandone il ricordo.
Una tecnologia impiegata come strumento di controllo (riconoscimento facciale) e che restituisce un mondo feticcio, su di uno schermo apparentemente iper-connesso che ci rende in realtà delle monadi separate e solitarie.
Non uno spettacolo da “capire” nel senso classico, ma  un’esperienza da vivere, da respirare, da accogliere in sé.
Quando si apre il sipario sulla scena campeggiano sette parallelepipedi  rettangolari di legno chiaro, un dispositivo scenografico che si staglia dall’impiantito del palcoscenico  per diversi metri,  che si regge su un secondo parallelepipedo disposto a novanta gradi rispetto il primo costituendo una base di appoggio. Questi sette dispositivi verranno spostati e manipolate con precisione coreografica dal corpo di ballo.
In scena campeggia anche un corpo appeso, impiccato, quello di una donna. Il pensiero va subito ad Antigone nel finale della tragedia di Sofocle.
Intanto un giovane ragazzo accompagna una vecchio, cieco, (e il pensiero va a Tiresia) che mentre lo conduce gli descrive dove si trovano, uno spazio aperto – gli dice – con delle mura di legno come le sette porte di Tebe. Poi descrive le luci sopra e ai fianchi dello spazio aperto commentando che evidentemente si tratta di uno spazio teatrale dove si svolgerà uno spettacolo. Il pubblico in sala non viene però menzionato. E nemmeno la ragazza appesa.

Presto il ragazzo descrive cosa vede al di là delle mura: civili, bambini e bambine e persone adulte che scavano tra le macerie alla ricerca di cibo, mentre le guardie di sicurezza sparano loro; una donna che tiene in braccio un bambino morto… Poi Tiresia si mette Antigone sulle spalle e con dei movimenti coreografati la porta via.
Lo spettacolo stabilisce sin dal suo esordio le sue dinamiche narrative, fatte di parole, dialoghi, testi, movimenti coreografici, sempre in sinergia con quanto viene detto, descritto dalla scena, imbastendo un gancio immediato e continuo tra passato mitico di Antigone e la nostra contemporaneità dove la popolazione civile è sempre più colpita dalle guerre che infestano il pianeta.
Uno racconto composito, ma mai ostico da comprendere che chiede al pubblico  di lasciarsi andare alla propria sensibilità subconscia pur mantenendo vivi i ricordi e le reminiscenze storico-iconologiche.

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Le coreografie che attraversano e tramite le quali lo spettacolo si articola evocano il mito di Antigone. Vediamo Polinice danzare con suo fratello Eteocle, li vediamo competere, lottare, cadere e infine morire. Vediamo Antigone che si indigna e tenta di contrastare il potere dello Stato incarnato da Creonte, il quale ha condannato  Polinice a restare insepolto. Vediamo Polinice riverso a terra a ridosso di una delle mura di legno che, opportunamente spostata, mostra la sua base d’appoggio che ricorda una pietra tombale (altrove fungerà da letto) – un contrappunto visivo potente che restituisce quella tomba che il decreto del tiranno gli nega nella carne.
A queste coreografie ne seguono altre che evocano altre situazioni più vicine a noi che ricordano i soprusi le uccisioni, i rapporti di varia (dis)umanità che intessono un confronto e un dialogo continuo con il mito di Antigone.

In un momento di estrema tensione visiva, una delle mura  viene capovolta, sfidando le leggi della statica: il muro resta  in equilibrio precario, privato del suo appoggio naturale poiché il sostegno si trova ora sospeso nel vuoto e si regge solamente grazie a un danzatore che lo tiene diritto con la forza del suo braccio. È qui che il gesto tecnico si fa dramma; quel braccio teso, che sostiene l’intera massa impedendone il collasso, diviene la metafora perfetta dell’individuo che tenta di sorreggere il peso della storia o del potere prima che tutto si sgretoli.  Mentre l’uomo sostiene così la struttura ecco un altro uomo abbracciarlo e rimanere stretto a lui per lunghi interminabili minuti.
Intanto una videocamera che trasmette live quel che riprende coglie i due uomini abbracciati proiettando le immagini sulle altre mura di legno che fungono da schermo di proiezione.

La  videocamera live cattura dettagli millimetrici — uno sguardo, una tensione muscolare o un respiro — e, proiettandoli sui grandi pannelli scenici, trasforma l’infinitamente piccolo in un paesaggio monumentale che genera un vero e proprio altrove visivo.
Questo spazio virtuale non rimane una dimensione separata, ma si concretizza nel qui e ora dello spettacolo: l’immagine ingrandita non è una fuga dalla realtà, ma una sua estensione che si ancora alla presenza carnale del danzatore, della danzatrice, rendendo l’invisibile un’evidenza fisica che abita il tempo reale della performance
.
Øyen compie così un’operazione di hacking visivo: impiega la grammatica della sorveglianza per scopi opposti a quelli previsti dal potere costituendo un atto di accusa contro l’invadenza tecnologica moderna, trasformando la ‘visione ‘ del dettaglio in un grido politico che rivendica il diritto all’esistenza del singolo di fronte alla massa indifferente e controllata.
In questo spazio aperto  il dramma di Antigone si espande fino a diventare il calvario di ogni donna. La messinscena di Alan Lucien Øyen raggiunge il suo culmine emotivo quando la narrazione individuale si trasforma in un rito collettivo: un vero e propria “appello” in cui le figure del mito greco — violate, messe al silenzio o spinte al suicidio dal potere — si fondono senza soluzione di continuità con le cronache del nostro tempo: Melanipe, uccisa dal proprio padre, e Giocasta, vittima del tragico destino dei Labdacidi, trovano un riflesso speculare nelle storie di donne contemporanee. Così il nome di Sophie Scholl, ghigliottinata per il suo atto di resistenza, risuona accanto a quello di Mahsa Amini, il cui silenzio forzato ha gridato al mondo intero cui si alternano Marielle Franco, assassinata per il suo impegno civile, e la giovanissima Amanda Todd, vittima della violenza digitale.

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Mentre a ogni nome pronunciato Julie Shanahan ricorda cosa le è successo Nazareth Panadero trascrive quei nomi sul muro di legno  che smette di essere un semplice arredo per farsi architettura del dolore.
Quel muro di legno evoca così tutti i muri della nostra storia: è il Muro di Berlino che separa e condanna, ma è anche un Muro del Pianto laico su cui l’umanità affigge le proprie perdite.
È una superficie che non offre sostegno, ma che richiede di essere sorretta dalla memoria per non crollare definitivamente nel vuoto dell’indifferenza
.
La danza di Øyen non è mai “composta” o accademica, ma vive di una tensione muscolare estrema. I danzatori e le danzatrici passano da momenti di estrema morbidezza a improvvisi crolli o scatti nervosi che riflettono il trauma del racconto. La parte strettamente coreutica vede delle coreografie di gruppo, all’inizio in una giocosa danza circolare (come nel celebre La danse di Matisse) declinarsi in passi a due, che si alternano a composizioni più complesse, dove, per esempio, diversi uomini incappucciati (dei boia o dei prigionieri?) si contendono un corpo femminile. Una danza che si sviluppa nella verticalità di corpi che cadono e si rialzano, corpi che vengono controllati e manipolati, che dialogano in uno scontro confronto sempre molto armonico anche nei momenti in cui restituiscono una battaglia come quella mortale dei fratelli di Antigone. Una danza che, pur rimanendo squisitamente coreutica, non viene mai pensata per il gusto estetico del suo nitore formale ma sempre per la celebrazione di un’emozione, di una relazione umana da coltivare o, al contrario, da denunciare.
I corpi degli e delle interpreti sono  un atlante del dolore: non solo danzano, ma portano il peso della storia, dove la danza è fatta di barcollamenti, di appoggi cercati e negati, di una stanchezza che diventa espressione coreutica.

Anche la scenografia non è un mai un fondale, ma una partner di danza. Il corpo di ballo non si muove davanti alle mura, ma con le mura. La coreografia è un corpo a corpo con il legno, con la resistenza della materia.

All’inizio della seconda parte Julie Shanahan (una  delle interpreti del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch)   si rivolge direttamente al pubblico per spiegare in inglese che esiste un segno internazionale, il Signal for help (il segnale  d’aiuto)  silenzioso da utilizzare quando ci si trova in una situazione violenta da cui non si può scappare. Mano piatta, pollice piegato verso l’interno e dita che si chiudono sopra di esso a formare un pugno. Successivamente, chiede a uno degli altri performer di tradurre quel che ha detto in italiano per assicurarsi che il messaggio sia compreso da tutte le persone presenti.

Vogliamo collegare questo momento di esaltazione della difesa e della denuncia della violenza di genere alla scena parlata forse più fastidiosa dello spettacolo nella quale due uomini parlano come se volessero sedursi tramite l’idea di sodomizzare un angelo, che non è naturalmente una celebrazione dell’abuso, ma una feroce denuncia del nichilismo e della profanazione dell’innocenza da parte del potere.
L’atto di “distruggere un angelo” viene presentato come un desiderio brutale nato solo per il piacere, solo per sentirsi vivi. La denuncia riguarda quella parte dell’animo umano (o dei sistemi di potere) che, non riuscendo più a provare empatia, cerca una reazione vitale attraverso la distruzione della purezza e della bellezza.
L’angelo rappresenta ciò che è indifeso, un uccello su un filo che verrebbe abbattuto.
Øyen mette in scena questa violenza per denunciare come la nostra società sia disposta a spezzare le ali a tutto ciò che è spirituale o vulnerabile pur di soddisfare un impulso momentaneo o una logica di dominio
.
Il testo chiarisce che chi distrugge l’innocenza sta, in realtà, distruggendo se stesso: Non stai ascoltando… distruggi te stesso dice un uomo all’altro. È la denuncia di un ciclo di violenza dove l’aggressore è la prima vittima della propria cecità morale.
Esattamente come per l’uso delle telecamere di sorveglianza, Øyen usa parole crude e immagini di “piume che volano” e “sorrisi che svaniscono” per costringere lo spettatore a guardare in faccia l’orrore della prevaricazione. Non è esaltazione, ma una vivisezione poetica della crudeltà.
La “violenza sull’angelo” è la metafora politica di un mondo (quello di Creonte, ma anche il nostro) che preferisce annientare la bellezza piuttosto che lasciarsi mettere in discussione da essa.

Subito dopo il proclama dell’angelo da distruggere assistiamo a un passo a due dove un uomo insidia una donna che però non solo sa difendersi ma riesce a condurre il gioco disinnescando ogni velleità profanatoria e distruttiva.
Quest’uso della danza come metafora astratta dei rapporti di potere si ripercorre per tutto lo spettacolo istituendo un rimando continuo, un riverbero emotivo, una glossa coreutica, di quanto Øyen sa, ha visto e mette dentro lo spettacolo, e di quanto il pubblico è in grado se non di riconoscere di conoscere.

Nazareth Panadero, una delle interpreti del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, in diversi momenti dello spettacolo dialoga con la domotica Alexa (che la chiama per nome)   — la cui voce non è un nastro registrato ma viene incarnata da un performer presente in scena con un microfono — cercando informazioni quotidiane sulla sua città natale, Granada. Chiede l’ora e il tempo, ma la conversazione scivola rapidamente verso un abisso di ricordi personali e storici: la performer evoca la figura di sua madre, rimasta sola dopo che il padre fu vittima della guerra civile spagnola, e interroga il dispositivo sulla ‘porta per l’oltretomba’.
In questo scambio, Alexa rompe la barriera dell’astrazione algoritmica chiamando l’interprete per nome: ‘Nazareth’.
Il fatto che una macchina (o chi ne simula la voce) ‘conosca’ il nome del soggetto sottolinea l’invasività del potere che, mentre ci assiste nella nostalgia, ci cataloga.
Criticamente, questo dettaglio trasforma la tecnologia da semplice strumento a entità pseudo-confidenziale, evidenziando come il controllo digitale contemporaneo si nutra della nostra intimità per simulare una vicinanza e distrarci dal monadismo cui i social ci stanno costringendo.
È un paradosso atroce: Nazareth cerca i suoi morti nella ‘nuvola’ digitale, mentre l’intelligenza artificiale le restituisce una parvenza di umanità che è, in realtà, la conferma della sua totale solitudine e della nostra definitiva tracciabilità.

C’è anche un momento di emozione pura quando sulle note di I Wanted to Leave del musicista americano SYML  viene cantato un testo di Andrew Wale  che, tra l’altro, dice: Love abbandoned you, come and rush into my arms, (…)  when your final preyer fall into the air who hear? None, you can name  Friend you failed to keep, wounded, deep gone (L’amore ti ha abbandonato, vieni e corri nelle mie braccia, (…) quando la tua ultima preghiera svanisce nell’aria, chi la ascolta? Nessuno di cui tu possa dire il nome. Amicizie che non hai saputo tenere, ferite nel profondo, andate via…)  chiudendo  il cerchio della solitudine umana con quella dei vivi che devono lasciare andare i morti.

Eppure per quanto  questa condanna esistenziale ad essere delle persone  incapaci di matenere amore e amicizie ecco che, nel finale, la danzatrice Tsai-Chin Yu  un’altra delle interpreti del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, compie un  gesto di rottura finale, scendono in platea per chiedere direttamente al pubblico di leggere la frase Ricordati che sei amato seguita dalla videocamera live che ritrasmette sul grande schermo il momento in cui ogni persona del pubblico ripete al microfono la frase. La sua presenza in quel momento trasforma questo momento ad alto tasso emotivo in un rito collettivo, riconducendo la complessità tecnologica e politica del lavoro di Alan Lucien Øyen alla nuda dimensione umana.
Poi tutti e tutte danzano in cerchio chiudendo lo spettacolo così come è iniziato.

Proprio in questo cortocircuito tra techne e umanità, tra il raggelante occhio della videocamera e il calore di una frase di speranza il cerchio si chiude. La solitudine monodica dell’era digitale viene spezzata da una liturgia laica che ci riporta alla nostra essenza di ‘pelle e ossa’.

Antigone finisce così come era iniziata: con un’umanità che danza tra le macerie, consapevole che i morti vanno lasciati andare, ma che la vera tragedia non è soccombere al potere, bensì dimenticare la capacità di restare umani l’uno per l’altra.
Non è uno spettacolo che si dimentica; è un’esperienza che resta sotto la pelle, come il segno di un braccio teso che, nonostante tutto, rifiuta di lasciar cadere il mondo
.
Quando le luci si riaccendono e il cerchio della danza si scioglie, resta addosso la sensazione di aver partecipato a un rito necessario. Potremmo scrivere ancora sulla tecnica, sulle proiezioni live o sulla maestria degli e delle interpreti, ma la verità è molto più semplice e radicale: sono state, senza ombra di dubbio, le tre ore più proficue che abbiamo mai trascorso a teatro.

Antigone

regia e coreografia Alan Lucien Øyen
con Enoch Grubb, Indra Lorentzen, Pascal Marty,
Riley O’Flynn, Nazareth Panadero, Julie Shanahan,
Fernando Suels Mendoza, Lee-Yuan Tu, Meng-Ke Wu.
collaboratori creativi  Daniel Proietto, Andrew Wale
scene Åsmund Færavaag
costumista Stine Sjøgren
luci Martin Flack
suono Gunnar Innvær
video Mathias Grønsdal
responsabile tecnico Chris Sanders
direttore di scena Daniel Hones
responsabile costumi Anna Lena Dresia
produttore esecutivo Essar Gabriel
produttrici Ornella Salloum / per winter guests: Syv mil v/Tora de Zwart Rørholt / Ingrid Saltvik Faanes
produzione Winter Guests
in coproduzione con
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
The Norwegian Opera and Ballet
Centro Servizi Culturali Santa Chiara
con il sostegno di Arts Council Norway, Città di Bergen
supporto per lo spazio prove gentilmente offerto da
Pina Bausch Zentrum

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