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“Fiato d’Artista” dal bellissimo romanzo di Paola Pitagora #Vistipervoi un altrettanto bellissimo spettacolo

di Alessandro Paesano #FiatodArtista twitter@gaiaitaliacomlo #Vistipervoi

 

Abbiamo avuto la fortuna di vedere uno spettacolo importante e insolito nel panorama della produzione italiana.
Uno spettacolo più in linea col respiro delle produzioni europee, per la capacità sintetica tra arti (nello spettacolo si parla di pittura), per l’elegante semplicità della messinscena, perché, infine, lo spettacolo fa parte di un progetto di grande ambizione, una dieci giorni di convegni, proiezioni video, spettacoli, letture per celebrare un periodo della storia artistica, e non solo, romana.
Un decennio, dal 1958 al 1968.

All’origine di tutto c’è il bellissimo libro di Paola Pitagora, Fiato d’artista (è il titolo di un’opera di Piero Manzoni, quello della merda d’artista, morto d’infarto a 29 anni…) nel quale l’attrice ricorda quegli anni da un punto di vista privilegiato: Pitagora ebbe una lunga relazione con Renato Mambor e ha conosciuto da vicino molti quegli artisti che passeranno alla storia col nome collettivo di scuola di Piazza del Popolo.
Oltre a Renato Mambor, Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Pino Pascali e Piero Manzoni, tra gli altri, che si incontravano tutti fuori dal bar Rosati dove si ritrovavano Fellini, Flaiano e gli altri.

Il libro di Pitagora, pubblicato nel 2001 per Sellerio e giunto nel 2017 alla quarta edizione, oltre a regalarci il punto di vista di una giovane attrice che racconta i suoi esordi nel cinema e nel teatro, e rievoca il processo creativo di un gruppo di artisti, prima che diventassero famosi, dei quali stata amica e ispiratrice, si fa anche sottile e lucida denuncia del maschilismo diffuso di allora, non cosi lontano da quello contemporaneo, nonostante gli anni di distanza…
Per esempio Paola si sente chiedere di indossare solo la parte inferiore di un succinto bikini, durante il provino di un film che scene al mare non ne aveva, mentre Renato Mambor, non ancora famoso come Paola, quando lei attrae i paparazzi, si risente di comparire in foto come il fidanzato dell’attrice.  E già solo per questo il libro andrebbe letto.
Pitagora però va ben oltre e sa restituire i sentimenti del suo personale vissuto con la cultura, la vita lavorativa del teatro e del cinema di allora e le ambizioni di un gruppo di ragazzi (e ragazze) di una piccola borghesia (Renato lavorava alla pompa di benzina del padre) appena emersa dal secondo dopoguerra.

Era inevitabile che da un libro così prezioso si arrivasse allo spettacolo teatrale; ma uno libro di cosi alto spessore umano e culturale  non poteva non ingenerare oltre allo spettacolo una serie di iniziative parallele che sostenessero e dessero peso al lavoro teatrale.

Così Fiato d’artista, oltre allo spettacolo teatrale è anche una rassegna di letture, di video, di incontri,  realizzata col contributo della Fondazione cultura arte, la Siae  l’associazione culturale Inforse e naturalmente il teatro Vascello che ospita spettacoli, conferenze, proiezioni e anche un seminario di scrittura.

Non pare di essere a Roma, Italia.
Tanto di cappello per chi ha permesso che tutto questo potesse accadere anche da noi.

Per lo spettacolo in particolare primo motore è stata Evita Ciri, figlia d’arte, sua madre è proprio Paola Pitagora, che ha scritto la riduzione teatrale con Nicola Campionati firmandone poi, da sola, la regia. In scena oltre a Paola Pitagora, Giulia Vecchio e Francesco Villano cui spetta il difficile compito di impersonare Paola Pitagora e Renato Mambor di allora.

Paola entra in scena a luci accese e con un microfono in mano (che sottolinea il suo ruolo di commentatrice) spiegando al pubblico che cosa sono venuti a vedere.
Sulla scena altrimenti spoglia alcuni parallelepipedi sui quali ci si siederà, ci si appoggerà, ci si salirà in piedi e che, all’occorrenza, diventeranno tanti schermi dove verranno proiettate immagini, video, testi di questo o quel l’artista di cui si sta parlando in quel momento, mentre uno schermo, che occupa tutta la quinta di fondo, mostra materiali d’epoca e alcuni video nei quali rivediamo ingranditi Vecchio e Villano, pardon, Paola e Renato.

La riduzione, pur sfrondando molti dei dettagli del libro come le tante mostre nelle due gallerie “rivali” della capitale L’attico di Sargentini e La Tartaruga di De Martiis (all’importante contributo di queste e altre gallerie di quegli anni è stata dedicata di recente una mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ROMA 70, a cura di Daniela Lancioni, che comincia il discorso là dove il libro di Pitagora lo conclude), restituisce pienamente lo spirito del libro.

La drammaturgia è sufficientemente solida da sostenere il testo senza imbrigliarlo in una struttura. La triangolazione tra Pitagora e i due giovani interpreti funziona a molteplici livelli.

Paola si rivede come era allora, conferma con la sua presenza la veridicità di quanto rappresentato, entrando e uscendo dalla rappresentazione fungendo ora da commentatrice ora da testimone (e quando è dentro la scena non usa mai il microfono) mentre la scenografia costituisce una glossa visiva intelligente indispensabile e mai esornativa (come capita spesso in allestimenti del genere): nessuna bella immagine ma testi, foto, video proiettati in contemporanea e che richiedono al pubblico una partecipazione attiva nel cosa guardare, cosa leggere cosa ascoltare.

Qualche debolezza si riscontra invece nella regia nella quale Evita Ciri indulge su un certo entusiasmo attoriale, Giulia Vecchio e Francesco Villano corrono in lungo e in largo per la scena, saltando, urlando, gridando, non sempre per un vero motivo, tradendo una preparazione da Accademia (la Silvio d’Amico), per sopperire, in maniera un po’ prevedibile, alla natura frammentaria ed episodica del materiale biografico tratto dal libro.

Non aiuta la recitazione tutta impostata di Villano, che involontariamente ruba la scena a Giulia Vecchio la quale riesce ad emergere solamente quando è con Paola Pitagora, che sa bene come non sovrastare chi lavora con lei.

L’interpretazione di Vecchio è insufficiente nell’intenzione con cui dà le battute, che hanno a tratti  qualcosa di stonato, o di finto, di non autentico.
Una regia con più esperienza avrebbe forse potuto risolvere certe peculiarità di questi due interpreti che si muovono a briglia sciolta e avrebbero invece avuto bisogno di una mano ferma che li contenesse.
D’altronde avevano come modello Paola Pitagora che è impeccabile e credibile sia quando commenta col microfono in mano, sia quando interpreta senza microfono, con una interpretazione tutta a levare, senza sbavatura alcuna, senza la necessità del benché minimo eccesso e con una emissione della voce perfetta: si capisce ogni singola virgola che dice, anche senza microfono, a differenza di Vecchio alla quale evidentemente nessuno ha spiegato che a teatro, anche quando si parla concitate, non si può parlare veloce come al cinema, altrimenti metà delle parole si perde.

Le va riconosciuta una grande scaltrezza nello stare in scena e una capacità quasi fregoliana di cambiare d’abito (splendidi e d’epoca, di Annapaola Brancia d’Apicena).

Fiato d’artista rimane uno splendido spettacolo, da vedere e rivedere. E’ che le imperfezioni di un diamante si notano di più…

 

 

La Fabbrica dell’Attore- Teatro Vascello e Ass. Inforse
FIATO D’ARTISTA
1958-1968: DIECI ANNI A PIAZZA DEL POPOLO
uno spettacolo teatrale di Evita Ciri e Nicola Campiotti
liberamente tratto dal libro omonimo di Paola Pitagora edito da Sellerio
con Paola Pitagora, Francesco Villano e Giulia Vecchio
video di Paride Donatelli
costumi Annapaola Brancia d’Apicena
regia Evita Ciri

 




 

(6 dicembre 2018)

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