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Il “Lear, Schiavo d’Amore” di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa: visionario, eccentrico, efficace #Vistipervoi da Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano #Lear twitter@gaiaitaliacom #Vistipervoi

 

 

C’è un passaggio interessante nel saggio di Jan Kott del 1961 Shakespeare nostro contemporaneo (Feltrinelli 2002).
Kott ricorda prima come il Re Lear se viene anche riconosciuto come una vetta di fronte alla quale anche il Macbeth e l’Amleto impallidiscono faccia comunque l’effetto di una immensa montagna che tutti ammiriamo, ma che nessuno ha voglia di scalare troppo spesso.

Dopo una disamina sui modi in cui nei diversi secoli è stato affrontato il testo (dal romanticismo al naturalismo) Kott prova a individuare quali influenze il Lear abbia avuto nel teatro a lui contemporaneo, da Beckett a Ionesco, da Sartre a Dürrenmatt. Ne scaturisce una definizione illuminante del grottesco che Kott contrappone alla tragedia: (…) la tragedia è una valutazione del destino umano, una misura dell’assoluto; il grottesco è la critica dell’assoluto in nome della fragile esperienza umana. Per questo la tragedia apporta la catarsi, mentre il grottesco non reca alcun sollievo.

Ci sembra che questa definizione del grottesco ben serva come lettura critica per quest’ultima fatica teatrale dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa compagnia fondata nel 1984 da Marco Isidori, Daniela Dal Cin e Maria Luisa Abate.

E’ attraverso la lente deformante del grottesco infatti che Isidori ha reinterpretato il Lear a partire da una traduzione che è una vera e propria riscrittura passando per una scenografia che è un personaggio a sé (ma questa è la cifra stilistica della compagnia) e che sostiene e contiene (in tutti i diversi significati della parola, sia perché ospita i personaggi sia perché li controlla)  l’azione.

La compagnia, dopo Macbeth (Vortice del Macbeth) e Amleto (Amlet-One) affronta il Lear in una nuova produzione che ha debuttato in prima nazionale a Settimo Torinese lo scorso marzo.

La scena, vero e proprio dispositivo scenografico, come sempre firmata da Daniela Dal Cin, rielabora un castello, con due torri, con un praticabile orizzontale alla loro cima e, in basso,  un pianale obliquo sul quale campeggiano due botole (altre aperture sono sulle due torri e sotto il pianale).
Dei rettangoli lunghi e stretti occultano la scena per essere calati a inizio spettacolo come tanti ponti levatoi anche se nella struttura ricordano le pale dei mulini a vento: una intelaiatura ricoperta da fogli di carta (che saranno tutti sfondati durante l’incontro tra Gloucesters accecato e Lear ormai pazzo) così che quando, alla fine dello spettacolo ritorneranno in posizione verticale daranno il senso di un sipario consunto, di una scena (di un teatro?) distrutta.

La regia di Isidori (che, instancabile, bardato di alcune cinghie di cuoio interpreta un Lear eccezionale che porta sulle spalle ora Kent ora un suo servitore) non dà scampo agli attori e alle attrici chiamate  tutte, e tutti, a un tour de force interpretativo che vede senza soluzione di continuità lo stesso attore e la stessa attrice dare voce a diversi personaggi (tranne Isidori). L’esempio più icastico è Paolo Oricco che interpreta contemporaneamente Edmondo ed Edgardo, porgendo ora un fianco ora l’altro al pubblico con un abito dalla foggia diversa, una per parte.

Anche gli abiti, più che semplici costumi (sempre di Del Cin), sono anch’essi dei dispositivi scenici tramite i quali richiamare una estetica che Del Cin condivide col televisivo Saturnino Farandola e il teatro futurista (il teatro plastico di Depero).

E mentre Gonerilla e Regana si agitano dietro due silhouette che ricordano quelle del teatro di trasformismo (Ennio Marchetto più che Fregoli) Cordelia, nella scena d’apertura, è imprigionata nella stessa ragnatela al centro della quale si muove il re ragno prima di perdere il suo potere.

Tra pantomime, uscite di scena clownesche ad alta intensità fisica (giù per le botole come provette nuotatrici si tuffano Nevena Vujic’ e Francesca Rolli, quando sono ormai le due metà di un servo insolente che Lear ha appena passato con la spada) altri personaggi ancora interpretati con l’ausilio di sagome rigide (mentre i contenditi di Cordelia sono due teste da pupazzo) e un testo che ammicca al pop (musicalmente si va da Remì, le sue avventure  a Una rotonda sul mare)  il tragico e ineluttabile destino di un pugno di personaggi che si contendono vita onore e sanità, fisica e mentale, in nome del potere e dell’amore, si dipana ineluttabile.

Il grottesco di Isidori non è mai parodico: la tragedia non viene presa in giro o sminuita, tutt’altro. Isidori si limita a sottolineare il nonsense delle lotte di potere, a cominciare dal primo nucleo sul quale la tragedia si sviluppa: l’arbitraria e infantile (senile?) decisione di Lear di dividere il regno per le sue tre figlie in proporzione al loro amore dichiarato per lui…

Se questa tragedia non è seria non è perché ci sia nulla da ridere ma perché a differenza di Shakespeare Isidori critica l’assoluto in nome della fragile esperienza umana.

Il punto di vista dello spettacolo però non è incentrato su questo assoluto da criticare quanto sul dispositivo teatrale attraverso il quale si fa questa critica. Così mentre si critica l’assoluto attraverso la fragile esperienza umana si rende omaggio al dispositivo teatrale secondo una visione del teatro che da sempre caratterizza il teatro dei Marcido. Così mente ammicca a quell’attorume di nero vestito che tanto aborriva Carmelo Bene, la regia di Isidori è al tempo stesso un omaggio alla vitalità del teatro, di tutto il teatro, prima che diventasse maniera.

Moltissime le suggestioni di questo dispositivo scenico-attoriale che, mentre spazia dal teatro di figura alla pantomima, si riappropria di elementi figurativi diversi mentre alcuni birignao della lingua son degni del miglior Jarry.
Una lingua che mai come stavolta sa restituire il verso originale di Shakespeare quel pentametro giambico così lontano dal nostro orecchio contemporaneo eppure del quale Isidori riesce, pur nella traduzione liberissima, o proprio grazie ad essa, restituire ritmo e musicalità.

La drammaturgia pur asciugata nei suoi tratti essenziali (lo spettacolo dura sui 100 minuti) sa cogliere e riportare tutti gli elementi di una storia che nasce dalla volontà di un uomo una volta potente che fa i capricci e si conclude con la morte di tutti.

Ed è sorprendente come l’allestimento dei Marcidorjs sappia farsi seguire sia da chi ne conosce bene storia e fortune critiche (comprese le regie con le quali Lear è stato portato in scena nei secoli) sia da un pubblico a digiuno della trama.

Alla prima romana, gremitissima, al Teatro Vascello, un pubblico di fan del gruppo torinese e anche diverse scolaresche che hanno avuto la fortuna di assistere come prima rappresentazione del Lear una versione così eccentrica ma non meno efficace o veritiera.





 

(13 dicembre 2018)

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