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Ricci/Forte “Easy To remember”, l’algida malinconia è tutto quello che abbiamo #Vistipervoi da Alessandro Paesano

foto Giovanni Chiarot

di Alessandro Paesano #Vistipervoi twitter@Ale_Paesano #Teatro

 

 

La scena è incorniciata da un velatino dietro il quale prende vita la performance, da dove traspare arrivando al pubblico, in una scena bianca, illuminata da una luce abbacinante bianchissima.
A scandire una scena posta idealmente altrove la voce amplificata dal microfono delle due interpreti – una seduta su una sedia a rotelle, l’altra vestita come una infermiera, entrambe coronate da fiori, gli stessi che usciranno copiosi da una bara di legno grezzo –  e una partitura sonora ora discreta ora ingombrante.
Il velatino è impiegato anche come schermo di proiezione, colorato dalle immagini di lastre mediche a raggi x video-proiettate o da didascalie che scandiscono parti diverse della drammaturgia, date (il 1941) oppure citano parole, frasi, versi, circostanze.

Potremmo dire che questa macchina scenica affronta e interpreta (verbo da intendere nella sua doppia valenza di mettere in scena e fare esegesi), la vita, e l’opera della poeta(*) russa Marina Ivanovna Cvetaeva, morta suicida a 49 anni.

Ma non lo facciamo perché l’ultima fatica di ricci\forte non si aspetta dal pubblico cui si rivolge conoscenza alcuna della poeta dalla quale si è lasciato ispirare, i cui versi non si studiano certo nelle nostre scuole e non sono entrati a far parte della cultura pop.

foto Giovanni Chiarot

 

Easy To remember si presenta in tutta l’artificialità di una messinscena algida, ostica, terribilmente affascinante e ipnotica, dove il verso e la parola si fanno notare per lo stesso nitore formale con quale è composta la scena, in un elegante correlativo oggettivo con l’impiego delle parole nella poesia simbolista il cui significato sta più nell’allestimento del verso che nella letteralità delle singole parole…

Tutto è già successo nella rappresentazione che vediamo che non fa altro che richiamare, ricordare, riproporre il trascorso, restituendolo attraverso l’artificio scenico e tecnico di un allestimento post moderno, che si fa omologo dell’istallazione d’arte piuttosto che del teatro di parola, di cui costituisce semmai negazione, la vita già accaduta altrove di Marina Cvetaeva.

Una scelta non casuale quella di Cvetaeva perché lo spettacolo a lei ispirato indaga sulla memoria e sulla follia.

La follia dei versi di Cvetaeva, ma anche la follia della sua vita, della sua idea di amore, del suo legame indissolubile col marito e la figlia.

La memoria dei suoi versi, avversati dal regime stalinista quando era in vita e “riabilitati” solamente molti anni dopo la sua morte.

Una memoria che è quella collettiva del pubblico cui ricci\forte chiede di vedere lo spettacolo, senza alcun riguardo per la comprensione, immergendolo in un flusso di coscienza che fa leva sulle emozioni piuttosto che sulla comprensione o l’interpretazione.

Una macchina scenica distante, pre-confezionata e della quale intravediamo il contenuto come se il teatro non fosse più capace di trattenere la memoria, ma possa solo rievocarne il decadimento e l’oblio.

Usciti dalla rappresentazione ci assale un senso di inarrestabile malinconia, per quello che era e non è più, per il ricordo delle donne evocate nello spettacolo, per la frustrazione di non sapere molto delle loro vite anche se quello che si è indistintamente colto durante lo spettacolo è sufficiente a farcele sentire amiche perdute.

Una vertigine che confonde nel momento stesso in cui si ritorna a quello che si è appena visto e che ci è già sfuggito, irrimediabilmente.

Proprio come l’assenza del divino, evocato nello spettacolo, da certi dettagli da idoli messicani dei costumi e del trucco, in un sincretismo che è l’essenza di un umano parcellizzato, atomizzato, del quale rimangono stanche vestigia, concrezioni simboliche  che una volta avevano un senso e delle quali abbiamo perso memoria.

Una memoria che non è altro che oblio, incapacità di tenere tutto, eppure è tutto quello che abbiamo.

 

*ci piace seguire il consiglio di Alma Sabatini nel suo Il sessismo nella lingua italiana che declina poeta sul calco di pilota piuttosto che impiegare il suffisso derivazionale essa e dire poetessa come consiglia oggi, secondo noi a torto, Cecilia Robustelli.

 

 

Easy To Remember

Drammaturgia Ricci/Forte

con Anna Gualdo e Liliana Laera

Regia Stefano Ricci

Assistente Regia Ramona Genna
Direzione Tecnica Danilo Quattrociocchi

Suono Andrea Cera
Voce Anna Terio
Ricerca iconografica Stéphane Pisani

Off off theatre

fino a sabato 23 Dicembre 2017

 




 

(19 dicembre 2017)

©gaiaitalia.com 2017 – diritti riservati, riproduzione vietata

 




 

 

admin

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