Nei loro 40 anni di carriera Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa hanno ripetutamente visitato il teatro greco del V secolo a.e.v. (Agamennone 1988, Persiani 1990, Prometeo 2000, Edipo 2012), ma, come viene riportato nel note di regia alle Baccanti da sempre il loro obbiettivo fu quello di riuscire a varare un’edizione definita, magari sognandola “definitiva”, delle Baccanti di Euripide.
La messinscena spiazza e lascia perplessi.
Spiazza perchè l’approccio che la compagnia torinese ha col teatro di Euripide è alquanto aggressivo e disinvolto, lascia perplessi per i risultati ottenuti.
La tragedia di Euripide mette in scena il violento scontro tra la razionalità di Penteo, re di Tebe, e la forza eversiva di Dioniso. Penteo tenta vanamente di imprigionare con la logica e la legge le potenze ctonie della natura, ma il dio, che incarna l’irrazionale e il vitale, ne sgretola le difese. La furia dionisiaca culminerà nell’orrore dello sparagmòs: Penteo verrà sbranato a mani nude dalle Baccanti, guidate in un’estasi cieca proprio dalla madre Agave.
Questa tragedia presenta diverse sfide registiche: restituire la furia orgiastica delle Baccanti; l’impiego del coro che, come non mai, in questa tragedia ha un ruolo centrale, il tutto complicato dal fatto che Dioniso è il dio del teatro e che le tragedie venivano allestite ad Atene durante delle celebrazioni al lui dedicate…
Come restituire la complessità di questo portato culturale specifico del teatro attico del V secolo?Isidori, che firma la drammaturgia, preferisce ignorarlo completamente sostituendolo con l’istrionismo un po’ di maniera della napuletanità verace che da solo dovrebbe garantire l’autenticità dell’operazione.
Nel prologo, mentre la scena ritrae una Napoli colpita dall’eruzione di un Vesuvio esuberante i cui lapilli si trasformano in acini d’uva (che nascondono dei fori nella scena dai quali fanno capoccella gli attori e le attrici), l’azione scenica viene giocata dal teatro dei mimi dove gli attori sono restii a entrare in scena e la musica mimata al pianoforte restituisce le note di Ninni Tirabusciò con un nuovo testo nel quale, tra le altre cose, si canta “salviamo il teatro via l’elettricità“.
Poi, un cambio di prospettiva, la scena disegnata gira su se stessa e siamo già dentro la tragedia di Euripide. La scenografia mostra dei praticabili sui quali attori e attrici salgono, si incastrano, scendono, mentre la scena si apre e si chiude, tra botole e reticoli metallici, diventando un vero e proprio personaggio.
Paolo Oricco, che interpreta Dioniso, porta gli scarponcini rosa fucsia che sono stati di Loretta Strong di Copi a mostrare, sulla carta, l’ambiguità del dio la cui irrazionalità eccede ogni hybris classificatoria.
Per quanto l’interpretazione di Oricco sia impeccabile (richiedendo una energia non indifferente) l’aria da caffè chantant demistifica il portato filosofico del testo di Euripide sostituendolo con l’arma spuntata del doppio senso, non solamente blando e prevedibile, ma completamente fuori contesto. Non basta infatti ammiccare, a parole, all’autoerotismo come fa Dioniso nel lunga chiusa finale, o far interpretare Penteo a Ottavia della Porta (capovolgendo la consuetudine di allora che vedeva gli uomini impegnati anche in ruoli femminili) – in una messinscena che ricorda la narrazione dei cantastorie e il teatro dei pupi – per farsi perdonare una drammaturgia astrusa, poco comprensibile, proprio nella fonazione e nella dizione, spesso difficile da seguire, su di un testo non certo così conosciuto dal grande pubblico, per pretendere di restituire in qualche modo il portato della tragedia.
Si rimane sulla superficie di un pittoresco esuberante che diverte e fa sorridere ma che delle Baccanti ha solamente il titolo.
Un’operazione di maniera che in alcuni momenti sfiora l’autoparodia del lavoro di Marcidoris. Anche le magnifiche scene di Dal Cin (compresa quella dello sparagmòs, illustrato da disegni al contempo crudi e grotteschi, che evocano i pannelli illustrati da cantastorie) questa volta lasciano il rimpianto di non essere state impiegate per una drammaturgia che possa dirsi tale e che propone una restituzione, a qualsiasi titolo, da qualunque punto di vista, sulle questioni sollevate da Euripide nelle Baccanti che qui diventano un espediente per uno spettacolo di teatro fisico, iperboli e ipercinesi, sostenuto da una recitazione la cui regia confonde la verve istrionica con le velleità da guitto.
Isidori nelle note di regia spiega come adesso l’esperienza ci detta e ci consiglia che invece d’intestardirci a voler sciogliere gli enigmi, sarebbe più opportuno e teatralmente assai più proficuo, entrare a capofitto nel magma dionisiaco che innerva la materia dell’opera, cercando di stanare il parallelismo dei motivi che allora ne fecero elemento indispensabile alla coesione politica della comunità greca, e oggi ne dovrebbero fare, se il Teatro non vuol abdicare al suo senso più proprio, evento spettacolare altrettanto necessario alla “misura” del consorzio sociale degli attuali umani.
Di tutti gli argomenti che a partire dalla tragedia si potevano affrontare — dall’ambiguità del dionisiaco in equilibrio tra estasi e follia ai rapporti tra forze ctonie e razionalità delle leggi cittadine, passando per il teatro come fonte d’inganno e il rapporto tra umano e divino — Isidori sceglie la via della iper-performance: la bravura degli e delle interpreti, che recitano anche indossando maschere-cappuccio a forma di bocca gigante spalancata e gridante, con labbra carnose che incorniciano denti bianchi e una lingua protesa, stordisce il pubblico con un parossismo che non lascia spazio a sottigliezze filosofiche, sacrificate nel nome di un grottesco un po’ baraccone.
Mentre nel teatro attico i temi affrontati avevano una urgenza politica (nel significato di vita nella città) irrinunciabile, non si capisce in Isidori quale sia l’urgenza di una drammaturgia che nel cercare un parallelismo tra Euripide e il nostro presente non trova niente di meglio che ripescare un immaginario collettivo d’antan (la scena teatrale contemporanea partenopea ci ha abituato a ben altri registri) omaggiando il varietà anni cinquanta del secolo scorso. Tra quell’immaginario collettivo evocato e la nostra contemporaneità esiste una distanza che non ha alcun corrispettivo con il testo originale nel quale l’urgenza del qui e ora di allora inchiodava il pubblico a una visione etica e filosofica (l’irrazionale della natura si insinua nel sociale e il controllo razionale è solamente una illusione) che Isidori annacqua con una idea di intrattenimento un po’ vetusta e completamente innocua.
Ed è forse questo quello che dà più fastidio di questa messinscena.
L’aver scomodato un grande testo classico con delle problematiche dalla fisionomia ben precisa per restituirle con una drammaturgia nella quale il discorso si perde nelle pieghe di un testo e un contesto aleatori.
Il pubblico di un gremitissimo teatro Vascello applaude entusiasta, gridando meritatamente agli attori e alle attrici un bravi che condividiamo pienamente.
E, come al solito, chi siamo noi per contraddire il pubblico?
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Le Baccanti
di Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido
riscrittura di Marco Isidori
con
Paolo Oricco
Maria Luisa Abate
Valentina Battistone
Ottavia Della Porta
Alessio Arbustini
Alessandro Bosticco
l’Isi
assistente alla regia Mattia Pirandello
luci Fabio Bonfanti
scene e costumi Daniela Dal Cin
regia Marco Isidori
Visto per voi al teatro Vascello di Roma il 5 maggio 2026.
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