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Il “patetico” beethoveniano tra teatro e musica

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In scena campeggiano un pianoforte a mezza coda e un leggio mentre il pubblico prende posto in sala.
Quando si fa buio il maestro Antonio Bianchi prende posto al piano mentre Martina Paiano, che firma anche il testo, prende posto davanti al leggio.  Insieme raccontano e suonano alcuni brani di Ludwig Van Beethoven (1770-1827), una delle icone della musica classica anche per chi di musica classica non ne mastica.

Lo spettacolo si apre con un parallelo ironico tra le difficoltà quotidiane moderne (scrivere una mail con il mal di testa e i rumori dei vicini) e la condizione in cui Beethoven compose la Sonata per pianoforte n. 8 in Do minore, op. 13, comunemente nota come Patetica.

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Paiano spiega subito che l’aggettivo patetica non va inteso nell’accezione moderna di “ridicola” o “tragica”, in senso negativo, al contrario è un aggettivo che caratterizza una composizione carica di pathos, emozione e dramma, secondo la definizione del poeta e filosofo Friedrich Schiller, uno dei massimi esponenti dello Sturm und Drang, il movimento culturale nato nel 1770 (lo stesso anno di nascita di Beethoven) che anticipò il Romanticismo. Il “patetico” beethoveniano rappresenta quindi la dignità dell’essere umano nella sua lotta contro il dolore.
Nello spettacolo ci viene detto con precisione e dovizia di particolari il privato di Beethoven, l’infanzia oppressa dai metodi brutali del padre, un musicista alcolizzato ossessionato dall’idea di trasformarlo in un nuovo Mozart, il trasferimento nel 1792 a Vienna per studiare con Franz Joseph Haydn, il quale ne riconobbe l’immenso genio pur intrattenendo con lui un rapporto complesso e conflittuale a causa del carattere scontroso e dell’indole appassionata del giovane allievo, l’età di quando compose la Patetica (27 anni) già segnato da una sordità incipiente…
C’è un’innegabile intelligenza drammaturgica nell’intenzione di scardinare la rassicurante ritualità della divulgazione musicale per trasformarla in materia propriamente teatrale.
L’operazione riesce grazie all’acutezza del testo e della sua interprete (nonché autrice) capace di restituire la temperie dello Sturm und Drang e le nevrosi del compositore di Bonn con una freschezza critica tutt’altro che banale.
La drammaturgia sa essere graffiante e accessibile, procedendo per accostamenti fulminei tra la Vienna di fine Settecento e l’attualità più stringente, trovando un’efficace chiave di lettura pop come quando fa un parallelismo tra le nevrosi del padre di Beethoven e l’asfissiante pressione genitoriale contemporanea (“avete presente il padre di Cristiano Ronaldo?”).
Eppure, proprio quando la scrittura si fa densa e feconda, la messa in scena incontra il suo limite più evidente: la mancanza di memoria (come si dice a teatro). Paiano legge il testo, non parola per parola, ma ritornando più volte sul leggio, la cui costante presenza tra l’interprete e la platea agisce come un diaframma.
Da un lato il fatto che Paiano legga distrae il pubblico, dall’altro, priva l’interprete di quel canale diretto, privo di mediazioni, essenziale per agganciare lo spettatore e abbattere la quarta parete.
L’artificio della lettura avrebbe trovato una sua compiuta legittimità se limitato alle sole citazioni dirette — come il prezioso frammento epistolare in cui Beethoven confessa l’avanzare della sordità: “le mie orecchie ronzano e rombano continuamente giorno e notte” —, attestando alla lettura delle parole di Beethoven lo statuto di credibilità documentaria.
Il ricorso continuo alla lettura tende a stemperare la spontaneità del contatto con il pubblico, complice anche una dizione che nei passaggi più complessi avrebbe giovato di una maggiore precisione.

La messinscena si rivela comunque un piccolo (per la durata) gioiellino per compattezza e tenuta narrativa, un congegno pop e colto al tempo stesso, capace di farsi seguire con immutato interesse fino al congedo finale quando ascoltiamo l’intera sonata.
Alla riuscita dello spettacolo contribuisce anche l’eccellente prova del maestro Antonio Bianchi che si inserisce nel testo con dei commenti musicali precisi e immediati (estrapolati da altre opere di Beethoven) che costituiscono  un dialogo serrato che eccede i confini della drammaturgia scritta per farsi pura dinamica performativa.
Questa reciprocità tra la narrazione e l’esecuzione musicale — dove il pianoforte non è mai mero commento illustrativo, ma interlocutore attivo ed estensione drammatica della voce — rappresenta l’intuizione più felice e innovativa di tutto il lavoro. Così quando viene suonata Per Elisa (Bagatella in La minore, WoO 59) Martina Paiano scherza sul fatto che chiunque sa accennarla con la mano destra (cioè nella melodia) e chiede a Bianchi di inserire anche la mano sinistra (cioè l’armonia). L’approccio per frammenti alla musica di Beethoven non deve meravigliare o destare reazioni negative, perchè permette di affrontare la musica seria e importante con una lievità pop di una musica più strutturata che viene celebrata nel finale quando la parola abdica per farsi suggestione pura e la Patetica viene eseguita integralmente  guidando l’orecchio dello spettatore dentro le pieghe dello spartito. Un finale che sigilla magnificamente un meccanismo teatrale che, nonostante qualche fragilità esecutiva, centra l’obiettivo primario di restituirci il genio vivo e pulsante della musica classica di Beethoven.

PATETICA MA NON TROPPO
Viaggio semiserio nella vita, nella musica e nei malumori di Ludwig van Beethoven

Di e con Martina Paiano
Al Pianoforte Antonio Bianchi

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