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Una lama di luce nella nebbia dei ricordi: la travolgente verità di Laguna Cafè

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Sulla scena vuota, tranne un tavolo e due sedie nere, alte e strette, da bar (?), entra Andrea, un giovane uomo, con la prossemica di chi è sicuro di sé, in pantalone e camicia bianca. Scende in platea,  chiede del fuoco, si accende la sigaretta, trattenendo l’accendino che gli è stato dato (lo restituirà, alla fine) mentre si sentono dei messaggi vocali, non sempre comprensibili, nel testo e nel contesto, dove qualcuno lo invita a un incontro, dopo anni di non frequentazione, mentre cerca parole non di circostanza per un lutto… Intanto mentre partono le note di un Bolero cantato a cappella (The Swingle Singers e Shlomo) un presenza si palesa in scena.
Prima una mano, poi un’altra, dall’altra parte della scena, poi una testa che fa capolino. Quando  Giosuè, un giovane ragazzo, entra in scena è vestito di un mantello a spalle scoperte che costituisce  un’audace opera d’arte indossabile, progettata con un’estetica post-apocalittica e di sopravvivenza, che sembra assemblata con materiali di scarto e tessuti lacerati.
Giosuè improvvisa una danza sulle note del Bolero, sembra quasi un uccello impegnato nella danza di corteggiamento per Andrea che rimane impassibile nel suo vestito borghese.
Il racconto-incontro tra i due personaggi si dipana secondo diverse coordinate: l’incontro concreto fisico nel bar in cui si trovano (ma è chiaro ai due personaggi che siamo in un teatro e c’è una pubblico che guarda)  e la rievocazione ora ludica ora dolorosa che i due personaggi fanno di circostanze precedenti, vissute insieme, evocate, ricordate, ricreate, o di eventi che hanno vissuto da soli (la cacciata di casa di Andrea da parte del padre quando ha scoperto che era gay; la morte dell’uomo) e anche della loro storia d’amore  nonostante la differenza d’età, finita dieci anni prima.
Dieci anni nei quali Giosuè ha aspettato il ritorno di Andrea che, ora che è di nuovo il quel bar,  vive il ritorno come una fatica e un fastidio, accusando Giosuè di volerlo far sentire vivo solo per rendere più intollerabile la sua morte interiore avvenuta allora.
Il bar (il teatro) in cui si trovano è trasfigurato in un  luogo dello spirito, la Laguna, dove tutto è possibile e dove Giosuè riesce a far spogliare Andrea, metaforicamente e  concretamente,  delle sue sovrastrutture e tornare a giocare (nel senso francese e inglese di gioco  ma anche di recitazione e di suonare uno strumento) rinverdendo una consuetudine   che li accomunava, caratterizzata da una fantasia sorprendente che li porta a veri giochi di ruolo.
Andrea finge di essere un brigante che rapina la banca dell’oppressione dove sono conservati  “pregiudizi”, “soprusi” e “machismo”, con l’intento di trasformare questo “odio” in “monete di tenerezza”; oppure i due (ex) innamorati giocano a emanare decreti ufficiali (come il “decreto BIS”) per abolire tutte le porte del mondo, simboli di separazione e abbandono, dichiarando gli “alberi liberi”.
Un gioco che da un lato caratterizza la natura libera della loro storia d’amore e che dall’altro fa riferimento a un preciso linguaggio anche di militanza che viene rievocato con la stessa emozione e appartenenza, della storia d’amore. La laguna è uno spazio polisemico: è la fucina dove si crea il senso di appartenenza dei due protagonisti, è il luogo ideale in cui si evade per allontanarsi da un mondo  freddo (come canta Andrea rivisitato Via con me di Conte)   ma è anche il Luogo della creazione teatrale, in una parola il luogo ideale in cui avviene ogni mitopoiesi.
Ogni elemento narrativo  dello spettacolo ha sempre una natura duplice, un rimando a un oltre di pirandelliana memoria: da un lato è il vissuto  amoroso privato dei due protagonisti dall’altro il vissuto pubblico  interpersonale e sociale, in un racconto caratterizzato da una autoironia leggerissima, delicata, pervasiva e tenera alla quale si abdica con entusiasmo.
La laguna è infiine quella camera di compensazione per la gestione di un dolore (notiamo per inciso che se Andrea e Giosuè si sono potuti incontrare è perchè Andrea deve sbrigare pratiche in seguito alla morte del padre).
Il personaggio di Giosuè mostra i tratti dell genio e dell’entusiasmo infantili, di quell’essere bambino che è tutt’altro il segno di una difficoltà di vita, di una immaturità, come si attesta di solito negli spettacoli dedicati all’amore fra uomini, ma è invece espressione di quell’anarchica disposizione ludica che Giosuè riesce a portare anche nel dolore, anche nella sua vita adulta. Giosuè è un animaletto apparentemente docile che nasconde l’indole di una tigre.
La regia, di Benedetto Sicca, si muove con passo sicuro e invisibile, costruendo una partitura visiva e sonora estremamente efficace  e calibrata, dove lo spazio scenico — che oscilla continuamente tra la concretezza di un bar di provincia e l’illusione liquida di una laguna senza tempo — diventa il terzo protagonista della storia. Una regia suggestiva, capace di esaltare i silenzi, le distorsioni musicali e quei tagli di luce che sembrano quasi ferire i corpi dei personaggi.
La nudità dei corpi, esaltata da una illuminazione di taglio, non è mai fine a se stessa, come, di nuovo, capita a tanti spettacoli a tematica, ma è sempre un elemento che serve a caratterizzare il desiderio dei personaggi e la loro fisicità.
In una scena di gioco erotico, quando Andrea e Giosuè si ritrovano che fisicamente, Giosuè si cala gli slip mostrando le natiche, inconsapevole, nell’entusiasmo del momento, e Andrea, con un gesto di cura, gliele risolleva. Anche qui il gesto di Andrea costituisce un  rimando tra diversi piani di significato: l’attenzione di Andrea per Giosuè, ma anche la cura per il decoro del personaggio borghese rispetto l’incontenibile queerness del ragazzo più giovane (dispiace solamente, lo diciamo en passant, che il pubblico romano rimanendo alla superficie rida dei gesti e dell’attitudine di Giosuè, senza apparentemente  notare il dolore sotterraneo da cui nasce).

Nel limbo emotivo della Laguna si muovono due attori bravissimi e straordinariamente calibrati, capaci di reggere il peso di un palleggio psicologico serrato, a tratti devastante, senza mai perdere un millesimo di credibilità.
Se Gianluca Merollli interpreta un Andrea con tutta la durezza di chi ha scelto la realtà della fuga per sopravvivere al dolore, tutto dentro le sovrastrutture di una morale borghese che è quella stessa che lo ha cacciato dalla casa paterna, Giuseppe Affinito  restituisce con un candore  commovente il personaggio di Giosuè  con una recitazione fanciullesca viscerale  al tempo stesso, mettendo a nudo tutta la sua sensibilità di interprete al servizio di un personaggio che si ama, dalla sua prima apparizione, quando si muove in scena con quel disperato bisogno di chi cerca di trattenere l’acqua tra le dita.
Quello che  i due interpreti incarnano è un racconto  dolorosissimo e indimenticabile, un rito di purificazione e di addio in cui i due protagonisti si perdonano le rispettive vite, le solitudini e le mancanze, prima di arrendersi all’inevitabilità del distacco.
Il testo di Giuseppe Affinito  visita molti dei topoi dello spettacolo a tematica omosessuale, innervandoli  con una autenticità e una spontaneità travolgenti, capaci di ripulire il (sotto)genere da qualsiasi retorica o cliché per restituirgli carne, sangue e lacrime. Il coming out, i rapporti di amore-odio con il padre, le prime cotte adolescenziali, il sesso, l’affettività, i luoghi di rimorchio e l’assenza che ingombra come un fantasma ,sono tutte coordinate che Affinito inserisce in un racconto evocativo e profondamente originale.
Al di là della cronaca del dolore, ciò che resta impresso è la luce di quella Laguna interiore: un non-luogo dove il tempo smette di scorrere e dove, per un’ultima volta, è possibile guardare insieme un sole enorme che scotta la pelle e accende i ricordi. È in questo bagliore, prima che il buio torni a restringersi su Giosuè e sulla sua solitudine, e prima che Andrea se ne vada un’altra volta, che lo spettatore percepisce la forza dello spettacolo: il coraggio di restare nudi davanti a un amore che non si può salvare, ma che si ha finalmente la forza di perdonare.

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Laguna Cafè

di Giuseppe Affinito
regia Benedetto Sicca
con Giuseppe Affinito e Gianluca Merolli
scene Luigi Ferrigno e Sara Palmieri
luci Cesare Accetta
costumi Dario Biancullo
drammaturgia musicale e disegno del suono Chiara Mallozzi
coreografie Luna Cenere
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival

Visto per voi al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma il 23 maggio 2026

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