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“Every Brilliant Thing”: se la risata del pubblico schiva la vertigine del dramma

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Every Brilliant Thing (Ogni cosa brillante) è una pièce “per attore e pubblico” scritta da Duncan Macmillan e Jonny Donahoe che ne è stato il primo interprete. Ha debuttato al Ludlow Fringe Festival in 2013 per poi avere un enorme successo al Fringe Festival di Edinburgo. Lo spettacolo è approdato a Broadway, in televisione (HBO ne ha trasmesso una messinscena off-Broadway interpretata da Donahoe) e anche in italia dove ha visto diversi allestimenti, quello che ha avuto più repliche è l’allestimento di Arcuri e Nigro.
Tratto da un racconto di Macmillan dal titolo Sleeve Notes (Note di copertina) Every Brilliant Thing è un racconto di depressione e resilienza.
In scena il personaggio protagonista, interpretato da Filippo Nigro, racconta al pubblico che quando, lui aveva sette anni, la madre tentò il suicidio. Decide allora di stilare un elenco di cose belle per farne dono alla madre per convincerla che esistono cose per cui valga la pena vivere, come il gelato o il colore giallo.
Come in ogni lista che si rispetti, le voci sono numerate: alcune vengono citate dall’attore, altre sono affidate al pubblico. Prima dell’inizio, infatti, Filippo Nigro e il co-regista Fabrizio Arcuri distribuiscono in sala dei foglietti con alcuni punti dell’elenco. Quando Nigro chiama un numero, la persona del pubblico  corrispondente è invitata a leggere ad alta voce il contenuto del proprio foglio.
In questo elenco troviamo Stare alzati dopo l’ora di andare a dormire e avere il permesso di guardare la TV (la numero 3) e Persone anziane gentili che non sono strane e non hanno odori insoliti (n. 10) (le due persone in questione sono quelle che mentre il protagonista attendeva in ospedale per vedere la madre gli hanno offerto un succo di frutta).
Il testo restituisce con straordinaria efficacia lo sguardo di un bambino di sette anni, la cui unica familiarità con la morte è legata alla perdita del cane Sherlock Bones. Nel rievocare l’empatia del veterinario giunto in casa per l’eutanasia, Nigro coinvolge uno spettatore invitandolo sul palco per interpretare il medico. Lo spettacolo si trasforma così in un dialogo aperto, dove il pubblico dà corpo ai personaggi evocati dal protagonista, mentre Nigro dimostra un talento raro nell’improvvisare sulle reazioni imprevedibili dei suoi interlocutori occasionali.
Così mentre la lista cresce, man mano che il protagonista diventa adolescente (e la madre tenta il suicidio una seconda volta) e poi ancora quando incontra la sua futura moglie Sam, la quale trova la lista per caso e vi aggiunge elementi suoi,   il pubblico è chiamato a corroborare il  racconto, con pochi  ma fondamentali personaggi: il padre, Mrs. Patternson, la consulente psicologa che il protagonista visitò  per una anno al primo tentativo di suicidio della madre (alla spettatrice chiamata a interpretarla  Nigro chiede di togliersi la scarpa e indossare la calza sulla mano a mo’ di burattino…), Sam (alla spettatrice chiamata a interpretarla Nigro chiederà di fare lei la proposta di matrimonio..) fino all’epilogo nel quale, quando la madre riesce a togliersi la vita, l’elenco è talmente cresciuto da avere raggiunto il numero un milione Ascoltare un disco per la prima volta, leggendo le note di copertina.  Ogni elemento della vita è intrecciato a un dettaglio del vissuto del protagonista che la drammaturgia lascia al pubblico di riconoscere e ricucire. 

L’elenco di cose per cui vale la pena vivere, nato come  un modo infantile e pieno di fiducia  di reagire alla tristezza della madre e all’incapacità del padre di spiegargli cosa stia succedendo, diventa con l’adolescenza e poi anche nella vita adulta, un modo per il protagonista di non soccombere alla  depressione e di contrastare il “rischio” di ereditare il malessere materno.

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La lista diventa suo malgrado uno strumento per comunicare, come accade con Sam, che la scopre e vi aggiunge i propri punti, trasformandola in una base per la loro relazione. Diventando così il  tentativo di “misurare” la felicità per opporsi a un dolore che sembra incommensurabile.
Lo spettacolo si muove sul precario equilibrio di un pubblico propenso o restio all’interazione (interessante notare alcune resistenze spontanee come quando il protagonista adulto dopo essersi separato dalla moglie  chiama nel cuore della notte  Mrs Patterson la quale, cioè la spettatrice chiamata a interpretarla, di sua sponte si rifiuta di farlo parlare  con il burattino-calza che usava quando era bambino…), Nigro è bravissimo nel ricucire questi strappi senza celare imbarazzo o ilarità che diventano energie per la messinscena.
La spontaneità dell’operazione è sempre calibrata da un racconto che dopo aver imbastito un’aura  buffa e comica fa sempre tornare la situazione a un livello più serio, triste e doloroso.
L’imbarazzo degli spettatori chiamati a interpretare i personaggi che ruotano attorno al protagonista diventa, in scena, una precisa metafora: da un lato riflette la fatica del protagonista nel gestire i tentativi di suicidio della madre e la paura costante di ereditarne la depressione (timore che si rivelerà fondato); dall’altro, queste interazioni servono ad alleggerire il peso del dolore del racconto. La lista, declamata coralmente dal pubblico, finisce così per rappresentare una rete di affetti e presenze che, pur con le proprie fragilità, sostiene e accoglie un dolore che altrimenti sarebbe troppo solitario per essere sopportato.

Dispiace constatare come il pubblico romano, almeno quello della replica cui abbiamo assistito,  si sia dimostrato  spesso più propenso alla risata facile che all’introspezione empatica. Così, dopo la genesi della lista e l’apparizione spiazzante del padre — venuto a prendere il figlio a scuola perché la madre ha appena tentato il suicidio — manca in platea quella vertigine di dolore che dovrebbe far precipitare il riso in un silenzio sgomento. Sembra che il pubblico capitolino sia restio a confrontarsi con il lato oscuro e serio di un testo estremamente intelligente, capace di parlare di depressione senza mai scadere nel retorico o nel patetico.

La responsabilità, sia chiaro, non è dell’interprete: Filippo Nigro (e Fabrizio Arcuri che lo ha diretto) è magistrale nel condurre la messinscena con assoluta coerenza. Il limite risiede piuttosto in una platea a tratti frivola, poco incline a cogliere il nucleo intimo e doloroso che si cela dietro l’imbarazzo di uno spettatore chiamato, ad esempio, a mimare l’iniezione letale per Sherlock Bones. Quell’estemporaneità che nasce come buffa dovrebbe servire da contrasto al dramma, ma rischia di restare solo macchietta se chi guarda non accetta di scendere in profondità.

Anche questo elemento finisce per integrarsi nel testo, dando vita a uno spettacolo che si rinnova profondamente a ogni replica. Sebbene l’unicità sia una caratteristica intrinseca del teatro, l’impianto drammaturgico di Macmillan rende questo fenomeno ancora più denso e significativo, trasformando ogni serata in un evento irripetibile.

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Alla fine Nigro chiama con sé sul palco le persone del pubblico che sotto la sua guida hanno contribuito alla messinscena mentre il pubblico (quello che è rimasto seduto in platea) applaude entusiasta.
Un’immagine di condivisione necessaria a dimostrazione che quell’elenco di cose brillanti non è  solamente il tentativo disperato di un bambino di salvare la madre, ma costituisce l’ultima, fragile e bellissima linea di difesa collettiva contro l’oscurità.

Every Brilliant Thing

di Duncan Macmillan con Johnny Donahoe
traduzione Michele Panella
regia Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro
con Filippo Nigro

Visto per voi al teatro India di Roma il 26 maggio 2026

(1 giugno  2026)

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