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In occasione di “Allegro, non troppo” intervista al protagonista Lorenzo Balducci

di Giuseppe Sciarra, #Intervista

Dopo l’intervista al regista e scrittore Mariano Lamberti incontriamo oggi l’attore Lorenzo Balducci, in scena a Napoli e a Roma con una stand up comedy dissacrante e fuori dagli schemi “Allegro, non troppo”: prossime date, 11 e 12 dicembre al Nuovo Teatro Sanità di Napoli e dal 17 al 19 dicembre all’Off/Off Theatre di Roma.

Come vivi il mondo lgbtq+?
Mi sento al cento per cento parte del mondo lgbtq+ anche se per quanto riguarda il mio attivismo all’interno della comunità vorrei fare molto di più per le nostre battaglie ma non ci riesco per mancanza di tempo. A mio modo credo che sto dando il mio contributo alla causa anche quando non me ne rendo conto. Parte del mio lavoro è effettivamente connesso alla comunità. Tante scelte lavorative sono legate al mondo gay e il mio stesso coming out avvenuto nel 2012 ha sicuramente contribuito a sostenere le nostre lotte – purtroppo ancora oggi l’essermi dichiarato gay viene visto da molti come un gesto trasgressivo e vengo percepito come una mosca bianca nel mondo dello spettacolo.

Cosa ami della comunità e che cosa secondo te ancora non funziona?
Ciò che amo e non amo del mondo lgbtq+ è legato in entrambi i casi al senso di unione e lotta della nostra comunità. Quando avverto un legame di fratellanza e di appartenenza a un gruppo di persone che lottano per i diritti del movimento lgbtq+, mi sento migliore come individuo e parte di qualcosa di speciale. Quando invece questo non avviene e ci sono divisioni all’interno della nostra comunità mi rammarico, trovo che i contrasti possano essere una perdita di tempo per le conquiste che dobbiamo ancora fare. Per quanto sia normale e inevitabile scontrarsi, nei momenti in cui bisogna essere uniti per battaglie comuni il proprio ego va messo da parte. Purtroppo spesso ciò non avviene ed è un peccato perché poi viene a mancare quello splendido senso di appartenenza che ti fa sentire parte di qualcosa di importante.

Una scena dello spettacolo “Allegro, non troppo” in scena l’11 e 12 dicembre al Nuovo Teatro Sanità di Napoli e dal 17 al 19 dicembre all’Off/Off Theatre di Roma

Per un attore oggi in Italia fare coming out può precludere altre possibilità per altri tipi di ruoli?
Fare coming out per un attore continua a essere un grande tabù. Dichiararmi gay ha sicuramente comportato meno possibilità lavorative. Esplicitamente nessuno mi ha mai detto nulla ma di pancia ho sempre avvertito dopo il mio coming out che qualcosa era cambiato perché mi venivano proposti meno ruoli. Sono ancora troppo pochi gli attori che si dichiarano omosessuali in Italia e non escono allo scoperto. Se il mondo del cinema e della televisione si sono aperti alle tematiche gay c’è ancora una grande chiusura invece sulla vita privata degli attori. Non dico che si debba necessariamente sbandierare ai quattro venti il proprio orientamento sessuale ma neanche celarlo temendo che ne possa risentire la carriera.

Porti in scena una stund up comedy. Un tipo di spettacolo in cui si abbatte la quarta parete. Come hai vissuto questo tipo di esperienza? Cambia qualcosa nella comunicazione col pubblico?
Questa è stata la mia prima stand up comedy e non potevo iniziare in maniera migliore, di ciò sarò sempre grato a Mariano Lamberti che mi ha proposto questa folle avventura. Da un un lato sono partito con molto entusiasmo per la sfida che mi apprestavo a compiere dall’altro avevo delle paure legate al confronto col pubblico, e tali paure sono perdurate fino a quando non abbiamo debuttato in scena a Milano lo scorso 22 maggio. Non ero abituato a rapportarmi in questo modo su un palco con gli spettatori perché cambia tutto quando si abbatte la quarta parete e non sei più il personaggio che interpreti ma te stesso. Non sono un grande amante dell’improvvisazione. Amo la prosa, il testo, il copione e avevo il terrore di cimentarmi in qualcosa che era del tutto nuovo per me. Per fortuna anche una stand up comedy può essere studiata fino all’ultima parola dando comunque un’impressione di naturalezza e improvvisazione, poi per carità gli imprevisti del quando si improvvisa in scena ci sono stati e ci saranno ancora anche se ormai sono sicuro di me e mi godo anche quei momenti. Per arrivare però a questa sicurezza c’è stato un processo molto faticoso, parlare di sé senza maschere non è facile, soprattutto durante le prove perché sul palco e con la gente tutto cambia e ciò che prima poteva crearti delle difficoltà cessa di esistere.

Usi lo strumento dell’ironia per parlare di hiv, chemsex, coming out, portando lo spettatore a sorridere e allo stesso tempo a riflettere. Hai riscontrato delle differenze tra il modo in cui vi ha accolto il pubblico lgbtq+ e il resto del pubblico? Tutti sono stati al gioco?
Ad oggi non abbiamo riscontrato grandissime differenze. C’è stata una grande apertura mentale di tutti. Alcuni membri della comunità lgbtq+ sono rimasti un po’ sorpresi nel vedere certi temi affrontati sul palco. Un conto è parlarne in privato, a cena tra amici, un altro e sentirseli dire da un palcoscenico a teatro. Sin dalla fase embrionale della sua realizzazione io e Mariano eravamo coscienti che determinate tematiche avrebbero scosso senza però scandalizzare perché il nostro intento non era cercare lo scandalo a ogni costo ma scuotere le coscienze per mettersi in contatto con la sensibilità delle persone. A qualcuno forse superficialmente potrebbe sembrare che abbiamo fatto il contrario vista la cifra stilistica dissacrante e cinica dello spettacolo ma in realtà non è così. Il pubblico in questo viaggio con noi è sempre stato preso per mano. La nostra non è trasgressione fine a se stessa. Molte cose che racconto le ho vissute in prima persona. Sono il primo a voler tutelare le mie parole, non sono lame di un coltello, non nascono per ferire e attaccare, anzi è il contrario.

Ci sono dei contesti particolari in cui vorresti portare lo spettacolo?
Mi piacerebbe molto far vedere lo spettacolo a persone diverse dal classico pubblico che vede stand up comedy di questo tipo. In primis vorrei che lo vedessero i giovani e i giovanissimi di qualsiasi orientamento sessuale e identità di genere perché penso che potrebbero trarne beneficio e un senso di libertà. Inoltre sarebbe bello fare un esperimento e proporre un giorno questo spettacolo anche a un pubblico di soli eterosessuali, vietando l’ingresso a qualsiasi membro della comunità, ovviamente sono ironico, però potrebbe essere interessante esibirsi esclusivamente per un pubblico etero e vedere che succede.

 

(11 dicembre 2021)

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