La donna del mare (1888) segna la transizione di Ibsen dall’indagine sociale al realismo psicologico e simbolista. Al centro non c’è più solo il conflitto con le “leggi degli uomini”, ma quello interiore di Ellida Wangel, divisa tra la sicurezza contrattuale del matrimonio e l’attrazione ancestrale per lo Straniero, incarnazione del mare e dell’ignoto. Un’opera densa di “non detto”, che Rosario Tronnolone decide però di affrontare con una regia che appare, a conti fatti, una parziale occasione mancata.
Il limite principale dell’operazione risiede nei tagli drastici al testo. Tronnolone sceglie di eliminare le figure di Bolette e Hilde (le figlie di primo letto di Wangel), insieme al personaggio di Ballested. Questa “sfrondatura” non è indolore: perdendo il contrappunto delle sottotrame giovanili — la disillusione pragmatica di Bolette e la crudele vitalità di Hilde — svanisce anche la coralità del dramma. La complessa rete di specchi che Ibsen costruisce attorno al tema dell’emancipazione femminile viene ridotta a un triangolo amoroso più convenzionale, privando Ellida del contesto sociale e familiare che rende il suo cruccio così profondo.
L’aspetto più critico riguarda l’interpretazione del desiderio. In Ibsen, l’incontro tra Ellida e lo Straniero è dominato dal terrore: lei indietreggia, lo riconosce dagli occhi e ne è sgomenta. È l’attrazione dell’abisso, non un semplice richiamo sentimentale. Tronnolone, invece, sceglie di far correre Ellida tra le braccia dell’uomo.
Questa scelta trasforma il “portato ctonio” e metafisico del desiderio ibseniano in un desiderio romantico, banalizzando la natura del conflitto. Lo Straniero smette di essere il simbolo di una possibilità esistenziale spaventosa ma seducente per diventare l’oggetto di un vagheggiamento quasi infantile.
Questa riscrittura finisce per scivolare in un’impostazione pericolosamente patriarcale. Eliminando le figure femminili di Bolette e Hilde la regia isola Ellida in un universo maschile compatto. La solidarietà tra Wangel, Arnholm e Lyngstrand trasforma il dramma in una sorta di ‘gestione collettiva’ di una donna fragile. In questo modo, Ellida viene privata della sua statura tragica per ridursi a un caso di instabilità emotiva che i ‘poveri’ uomini cercano, con condiscendenza, di arginare. Non è più la lotta di una donna per la propria libertà, ma il ritratto di una sprovvedutezza femminile osservata dallo sguardo rassicurante e giudicante dei suoi guardiani. Per questo la sua decisione finale di rimanere accanto al marito non appare più come il frutto di una decisione presa in autonomia, quando capisce di avere un posto in quella famiglia dove si sente per la prima volta necessaria, ma il sacrificio muliebre di una donna che sceglie la fedeltà.

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Rosario Tronnolone veste i panni di un Arnholm dalla sensibilità accentuata, quasi crepuscolare. Tuttavia, la sua prova attoriale risente della stessa scelta semplificatoria operata come regista: il suo Arnholm perde la goffaggine del pretendente “invecchiato” che cerca di riscattare un passato mancato, per diventare un mentore fin troppo rassicurante e solido per il giovane Lyngstrand (un convincente Luca Manneschi)
Stefano Licci delinea un Wangel fragile, troppo sanguigno rispetto quello concepito da Ibsen concedendosi uno scatto d’ira alieno alla natura del personaggio originale.
Arianna Ninchi è molto brava nel mostrarsi costantemente percorsa da una corrente sotterranea di inquietudini anche se la regia non le dà occasione di farle emergere del tutto. Marco Bellizi è uno Straniero credibile, ma resta vittima di una messinscena che preferisce la pausa e il silenzio atmosferico allo scavo nelle profondità del testo.
Il patrocinio dell’Ambasciata di Norvegia certifica l’istituzionalità dell’evento, ma non salva una messinscena che, a forza di sfrondare, finisce per smarrire la rotta nell’ignoto dell’opera di Ibsen.
LA DONNA DEL MARE
di Henrik Ibsen
Regia Rosario Tronnolone
Con Arianna Ninchi, Marco Bellizi, Stefano Licci, Luca Manneschi e Rosario Tronnolone
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