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Il pomo della discordia di Luana Rondinelli: un testo magnificamente riuscito

Il pomo della discordia di Luana Rondinelli è una rivisitazione moderna e graffiante del mito classico, ambientata durante il banchetto nuziale di Peleo e Teti. Il testo mescola sapientemente l’italiano con la lingua siciliana, trasformando le divinità dell’Olimpo in figure umane, fragili e cariche di nevrosi contemporanee.
Nel mito greco Eris, dea della discordia, si vendica del mancato invito alle nozze di Peleo e Teti, lanciando sul tavolo del banchetto un pomo d’oro con la scritta alla più bella che le dee Era, Atena e Afrodite vogliono per sé. La contesa induce Zeus a nominare un giudice umano, il principe Paride, al quale Era offre il potere, Atena la sapienza bellica e Afrodite l’amore di Elena. Paride sceglie Afrodite, dando così inizio alla devastante Guerra di Troia.
Luana Rondinelli affronta il mito per compiere una critica alla nostra contemporaneità caratterizzata dalla presenza social e dall’apparenza, sottolineando la necessità dell’empatia attraverso l’accettazione del proprio lato oscuro.
Nel testo le dee si comportano come moderne influencer invitate a un matrimonio d’élite, preoccupate per l’abito, il buffet e le foto sui social (caratteristiche declinate secondo le usanze siciliane).
Eris sottolinea come gli esseri umani (e gli dei e le dee che li rispecchiano) preferiscano condividere una “felicità finta” piuttosto che la propria infelicità, nascondendola.
Così Eris costringere le tre dee ad affrontare la propria ombra, il proprio archetipo del buio il proprio rimosso, chiamando ad aiutarla tre “sorelle”: Petulanza, Continenza e Misericordia (Entrate nei loro pensieri, fatele sentire inadeguate, brutte, sporche, cercate il loro punto debole, quell’archetipo del buio che ognuno di noi si porta dentro e che non vuole mostrare a nessuno! Solo così la discordia sarà vera!)
Eris usa questo “buio” non per distruggere le dee, ma per rivelarle a se stesse. La discordia nasce quando questa oscurità viene ignorata: se non accettiamo il nostro buio, esso esplode all’esterno sotto forma di guerra e violenza.
Il testo suggerisce dunque  che le grandi guerre storiche (come quella di Troia) non nascano da grandi ideali, ma dalle guerre interiori delle singole persone: invidie, insicurezze e mancanze d’amore.
Questo archetipo del buio ricorda il concetto di ombra col quale Jung indica tutto ciò che rifiutiamo di noi stessi e noi stesse, le nostre invidie, i fallimenti e le sofferenze che nascondiamo dietro una maschera di perfezione sociale.
Rondinelli dipinge con profonda sensibilità queste tre divinità/donne cogliendone contraddizioni e vulnerabilità mostrandone la vera interiorità  al venir meno della loro immagine pubblica: per Era è la rabbia di una moglie tradita che deve sorridere per protocollo; per Atena la vulnerabilità che deve nascondere dietro una mania del controllo; per Afrodite è la paura di perdere la perfezione fisica. La sua “bellezza” è un peso che le impedisce di essere se stessa.

Nel testo Rondinelli si inventa che Eris dà alle sue tre sorelle tre pomi, ognuno dedicato a una delle tre divinità. Eris non lancia dunque un’unica sfida generica, ma sembra voler colpire specificamente i punti deboli di ciascuna divinità.
Oltre al pomo della bellezza destinato ad Afrodite, per Atena Eris ha pensato al pomo della sapienza e per Era il pomo del Potere e del Dominio.
Petulanza, Continenza e Misericordia fanno cadere accidentalmente i due pomi “aggiuntivi”. Questa dinamica porta Rondinelli a sottolineare il fallimento  della sola ragione: la sapienza “si rompe” perché Atena, pur essendo la dea della saggezza, non riesce a gestire le proprie emozioni e cade vittima della vanità esattamente come le altre. La rottura del pomo del potere riflette la fragilità della vita di Era il cui potere è solo di facciata, poiché non ha alcun controllo sul marito Zeus né sulla propria felicità. Il fatto che rimanga integro solo il pomo della bellezza è una scelta narrativa potente che suggerisce come, in una società dominata dall’immagine e dai “social” (come quella parodiata nel testo), la bellezza è l’unico valore che resta in piedi, anche se è il più vuoto e pericoloso.
Riducendo le opzioni a una sola mela, le tre dee sono costrette a competere sullo stesso terreno (la bellezza), annullando le proprie specificità. Atena ed Era rinunciano alla loro sapienza e al loro potere pur di essere riconosciute come “belle”, dimostrando che la vanità è il motore più forte della discordia.
Nel testo anche Eris affronta il proprio archetipo del buio: il suo rimosso è il dolore di essere stata una figlia non voluta. Eris definisce se stessa come il parto del “veleno elegante” e della “gelosia muta” di Era.
Rappresenta tutto ciò che la madre ha represso mentre subiva i tradimenti di Zeus: Eris è il “grido trattenuto durante il parto”. Il suo buio è la mancanza totale di tenerezza. Eris dichiara di non aver imparato ad amare, ma solo a distruggere, perché nella “perfezione finta” della sua famiglia lei non esisteva come individuo, ma solo come errore o macchia.  Eris è consapevole di essere “fatta d’ombra”, il suo rimosso coincide con il rimosso della madre: lei è il riflesso che Era non vuole vedere, la parte che la Regina degli Dei non può mostrare al mondo per mantenere il suo decoro.
Il pomo della discordia è un  testo  concepito come una partitura a quattro voci con continui rimandi di battute e dove un personaggio ripete, o finisce, la battuta cominciata  da qualcun’altra.
Un testo che per funzionare ha bisogno di interpreti con le ali abbastanza grandi da volare in alto quanto il testo domanda.
Rondinelli interpreta Afrodite con una misura sorprendente. Nonostante la regia esuberante di Nicola Alberto Orofino, che calca un po’ troppo la mano sull’eccesso, Afrodite riesce a esprimere l’orrore della propria vacuità senza esagerare troppo risultando profondamente credibile.
Barbara Gallo è una Era meravigliosa, altezzosa e regale quanto il ruolo pubblico le richiede quanto stizzita e arrabbiata per i continui tradimenti di Zeus. Egle Doria è una Eris perfetta come motore drammaturgico, e Laura Giordani è una Afrodite non meno profonda nella verità con cui restituisce il proprio dramma interiore (Questa è una tela e a questa tela devo dare un senso, pensate non ci sia equilibrio in questo? Invece no, tutto si risistema e si riconduce ad un’unica grande ferita ed è a quella che devo dare ascolto, e poi la devo zittire con piccole urla di incoscienza).
Diverse tra di loro come tipologia di attrice le quattro interpreti danno prova di grandissima coesione in un testo (e in una regia) che richiede loro una precisone millimetrica nel restituire le intenzioni e i gesti.
Avrebbe giovato forse una regia meno ginnica che non avesse portato oltre le righe un testo nel quale l’eccesso nasconde la vertigine di un vissuto rimosso che invece viene un po’ sacrificato da un eccesso troppo alla ricerca della risata.
Molto indovinate gli inserti musicali (come quando le dee cantano Non dimenticar) e coreografici che danno allo spettacolo lo smalto di certe riviste di una volta.
Splendide anche le scene e i costumi di Vincenzo La Mendola: i quattro scranni di pietra dedicati alle quattro dee sono dei podi dai quali, sui quali e dietro i quali le quattro divinità si muovono e agiscono. I costumi, eleganti e sgargianti sono declinati secondo il gusto di certo varietà (degli stessi anni del brano d’apertura)  entrando in sinergia con la regia ginnica.

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Il pomo della discordia è un testo perfettamente riuscito nel quale Rondinelli affronta alcuni aspetti del femminile contemporaneo, e non, con rara intelligenza e sensibilità. Un teatro divertente e divertito al quale si continua a pensare anche una volta che si esce dalla sala.
Un dono prezioso per uno spettacolo da vedere e rivedere.

IL POMO DELLA DISCORDIA

di Luana Rondinelli
Regia Nicola Alberto Orofino
Con Barbara Gallo, Egle Doria, Laura Giordani, Luana Rondinelli
Aiuto Regia Gabriella Caltabiano – Scene e Costumi Vincenzo La Mendola
Assistente Scene Sara Lazzaro Danzuso
Assistente Costumi Giuseppe Adorno

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