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L’angelo della storia di Benjamin trascinato nella contemporaneità dalla forza del teatro

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato.
Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.

Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Walter Benjamin Tesi IX  Sul concetto di storia, 1940

In questa raccolta di tesi, breve e densissima, Benjamin critica ferocemente lo storicismo tardo ottocentesco o primo novecentista secondo il quale il processo storico è una linea retta che nel suo scorrere in una storia lineare e vuota percorre un progresso continuo per cui il passato è sempre peggiore del futuro.
A questa concezione della storia (banalmente ancora presente nella nostra contemporaneità) Benjamin contrappone il materialismo storico per salvare la memoria dei “vinti” declinando il materialismo marxista con la teologia ebraica.
Per Benjamin  il progresso non è un miglioramento ma piuttosto una “tempesta”, cieca e violenta, nella quale chi ha vinto nasconde il sangue di chi ha perso.
Nel guardare al passato, tenendo a mente l’intenzione di restituire giustizia alle persone vinte, Benjamin – grazie alle idee apprese dal suo grande amico Gershom Scholem (vi consigliamo il suo interessantissimo Walter Benjamin e il suo Angelo, Adelphi Milano, 1981) – è convinto che ogni momento del presente nel quale ci fermiamo a controvalutare il passato (perchè è solo dal futuro che possiamo averne una visione oggettiva) possa costituire una “piccola porta” attraverso la quale passa la salvezza (la rivoluzione) che interrompe il tempo distruttivo della tempesta per rendere giustizia al passato, adesso, nel nostro presente.
In quest’immagine dell’Angelo che guarda al passato mentre viene sospinto nel futuro c’è il segno della nostra condizione storica di essere trascinati verso il futuro mentre abbiamo davanti agli occhi le macerie del passato.
Questa allegoria ha ispirato tutto il Novecento, e oltre, spesso trascurando la componente teologica del testo originale (il pupazzo meccanico animato da un nano, che è la teologia, nella prima tesi) suggestionato da una forte metafora visiva (anche Laurie Anderson ne riprende la potente allegoria prima ancora che nel brano The Dream Before, dall’album Strange Angels del 1989, anche nel monologo White Lily in Home of the Brave del 1986) facendo del testo un mera allegoria del progresso (suggestiva e poetica) che per Benjamin costituiva la descrizione di un problema squisitamente messianico (e marxista) visto che il vento del progresso veniva direttamente dal paradiso…
Aiuta ricordare che Benjamin stava lavorando alle tesi durante la seconda guerra mondiale e che non riuscì a pubblicarle perchè al confine tra la Francia e la Spagna, in prospettiva di essere consegnato alla Gestapo, preferì togliersi la vita.
Il gruppo Sotterraneo di Firenze, attivo dal 2005, approccia il testo di Benjamin e lo dipana nella nostra contemporaneità proponendo una messinscena che, attraverso il teatro fisico, imbastisce un discorso critico sulla nostra condizione umana a partire da quella allegoria.
Lo spettacolo parte dalla constatazione che l’essere umano non vive immerso in una realtà pura, ma in una realtà trasformata in racconto.
Ogni
modello narrativo è uno strumento di sopravvivenza: interpretare un fruscio nella giungla come un predatore (anche se il predatore non sempre c’è) ha permesso all’umanità ancestrale di sopravvivere.
Lo spettacolo suggerisce che ogni nostro valore (religioso, politico, persino le teorie complottiste) sia un “racconto” che abitiamo per dare un senso al caos della nostra esistenza, individuale e collettiva.
Daniele Villa, che firma la scrittura, imbastisce una serie di linee narrative diverse che, alternandosi, compongono un patchwork di storie restituendo così l’idea del passato come macerie dell’allegoria di Benjamin.
La messinscena si sviluppa
per continui salti tra una linea narrativa e l’altra, ognuna delle quali procede, nel suo dipanarsi, verso un momento di crisi o di risoluzione.
Tantissime le storie raccontate: dall’invenzione delle immagini nelle grotte preistoriche alla crisi subita dalla scuola pitagorica quando Ippaso di Metaponto dimostra l’esistenza dei numeri irrazionali e i suoi compagni lo uccidono annegandolo; dai 16 parti di Eleonora di Castiglia per dare un erede al trono agli incontri clandestini a casa della partigiana Carla Capponi, che, per paura di orecchie indiscrete, suona Chopin tutta la notte,  al soldato giapponese Hiroo Onoda che resta nascosto nella giungla delle Filippine per 29 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, convinto che le notizie sulla pace siano propaganda nemica; dall’incarico dato ad alcuni soldati della Gestapo di abbellire con delle piante i forni crematori di Auschwitz, al suicidio di Mishima, al naufragio del Titanic; dalla tragedia del  suicidio collettivo di Jonestown alla convinzione di Mad Mike che la terra sia piatta e per questo si lancia con un razzo autocostruito , dalla crisi del falso allarme sul lancio di missili nucleari nel quale venne coinvolto il soldato Stanislav Petrov al gatto Tommasino unico erede (di 10 milioni di euro) di una signora morta in solitudine allo scrittore William Burroughs: che uccise accidentalmente la moglie Joan giocando a fare “Guglielmo Tell” con una pistola durante una festa, lo spettacolo racconta direttamente al pubblico, sfondando la quarta parete,  queste storie con piglio ironico e performativo.
Cinque interpreti Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini restituiscono le storie raccontate nella dirompenza del teatro fisico (danzando, mimando, cadendo e rialzandosi, fingendo assalti della tigre coi denti a sciabola, di lanciarsi da un razzo, di morire affogato per mano dei pitagorici…) con l’ausilio di qualche strumento  (un ventilatore cinematografico, una pompa ad aria per gonfiare la silhouette di una balena – un’altra delle linee narrative – e l’amplificazione dei microfoni, sempre tenuti in mano e riposti quando non servono), qualche elemento scenografico (il paracadute di Mad Mike che diventa le ali dell’Angelo della storia in una scena emozionantissima) e un piglio ironico che agita e riverbera il caos apparente di questa trama di storie raccontate in parallelo dove i e le performer si alternano nell’interpretare i vari personaggi per cui può capitare che lo stesso personaggio sia interpretato da performer diversi e diverse.
Gli e le interpreti rompono la quarta parete anche quando ricordano che anche il pubblico in sala abita una cornice narrativa, quella del palcoscenico dove si aspetta di assistere a un racconto che produca senso.
Oppure quando, in un timido approccio di teatro partecipato, il gruppo di performer chiede alla platea di settare i cellulari con un timer impostato a 53 minuti, timer del quale ci si dimentica e che, con un elegante colpo di scena, suona quando nella messinscena si sta evocando la telefonata di Benjamin, da Portbou, un piccolo paese sui Pirenei al confine tra Francia e Spagna, al consolato americano, senza ricevere risposta e che lo indurrà al suicidio.
E nel momento in cui avviene questa complessa e composita restituzione storica di fatti e avvenimenti davvero accaduti lo spettacolo ci mostra come le cornici narrative impiegate in ognuna di queste storie possono diventare delle trappole cognitive dalle quali è difficile uscire soprattutto perchè le cornici raggiungono la parte più antica del nostro cervello, secondo le neuroscienze…
Se questo bias cognitivo in alcuni casi ci salva (vedi i primati) spesso ci induce nel perseverare nell’errore (come Onoda che interpretava ogni indizio della fine della guerra come un tentativo di depistaggio del nemico) inducendoci ad atti violenti (Mad Mike) per una rigidità delle nostre cornici che crediamo essere la realtà tout-court (il suicidio di massa della comunità di Jim Jones nel 1978 a Jonestown quando il suicidio di massa viene vissuto come  atto rivoluzionario dettato dal loro racconto collettivo).
E’ quello che succede anche a Benjamin che si toglie la vita “inutilmente” anche se il suo suicidio ha probabilmente contribuito a salvare la vita dei compagni e compagne di viaggio visto che il suo suicidio creò un incidente diplomatico (ma questo nello spettacolo non viene detto).
Ci sono anche piccoli slittamenti nelle storie raccontate come quella che riguarda l’insabbiamento di 55 balene in Australia che vengono descritte come pesci (Sono finita fuori dall’acqua. Non riesco a respirare) quando le balene sono mammiferi.
Lo spettacolo affronta anche il tema delle fake news collegando un falso giornalistico (quello del gatto ereditiero) con la disinformazione che deriva dal nostro bias cognitivo, per cui chi ci dice che questo dettaglio “sbagliato” non sia un correlativo oggettivo delle fake news che diventano vere
quando producono effetti emozioni, condivisioni, discussioni?.
L’homo sapiens viene descritto nello spettacolo come chi “non dubita mai del racconto” e vede sempre una tigre tra gli alberi, anche quando la tigre non c’è. Questa convinzione può salvare ma può anche costituire un pericolo: i Pitagorici uccidono Ippaso perché la realtà dei numeri irrazionali distrugge il loro racconto dell’armonia; Mad Mike muore perché la convinzione che la terra sia piatta non corrisponde alle leggi fisiche della realtà; Stanislav Petrov, al contrario, salva il mondo perché decide di dubitare del racconto fornito dalle macchine (i missili in arrivo), rompendo lo schema della “disinformazione” tecnologica. Finché il modello funziona, sopravviviamo; quando il modello si scontra con la realtà in modo tragico, il “racconto” si spezza.
Lo spettacolo nel suo continuo frammentarsi e spezzarsi nel momento in cui mostra diversi modelli narrativi e suoi pericoli impliciti, costituisce anche una decostruzione di quegli stessi modelli secondo un processo dichiarato nelle note di sala:

Oggi che la complessità ci richiede immaginari inediti e nuovi processi cognitivi, ci piace pensare che a teatro si possano recuperare narrazioni e circostanze a cui Sapiens ha aderito nei millenni, smontarle, ricombinarle, prenderne distanza allontanandoci nel tempo e cercare almeno un po’ di quella vertigine che coglie un astronauta quando osserva la Terra allontanandosi nello spazio.

A differenza di altri animali come le balene, che comunicano informazioni reali, l’homo Sapiens ha la capacità di raccontare e credere a cose che non esistono, creando “costellazioni” di storie (religioni, ideologie, nazioni) che diventano modelli di realtà così potenti da spingere le persone ad agire in modo collettivo.
Il testo menziona la teoria della fine della storia introdotto nel 1989 dal politologo Francis Fukuyama secondo il quale, con il crollo del comunismo, la democrazia liberale e il capitalismo sono diventati il punto d’arrivo definitivo e insuperabile dell’evoluzione politica umana.
E’ evidente che Fukuyama costituisce una nuova incarnazione di quello storicismo vetusto e stantio tanto avverso a Benjamin, non a caso lo spettacolo ironizza su questa “teoria” e nota sarcasticamente come nel 2026 i Sapiens non sanno che la Storia è finita e continuano a fare storia come se nulla fosse. Continuano a nascere, a morire, a cercare un racconto che li salvi, a telefonare a consolati che non rispondono. La Storia non è finita. È solo che è diventata un rumore di fondo, una tempesta che non riusciamo più a interpretare.
La cosa più sorprendente di questo spettacolo è la perfezione con cui la messinscena viene eseguita: i suoi e le sue interpreti portano avanti un racconto di tempi serrati calcolato e architettato con un meccanismo a orologeria (e non solamente per il timer…) interpretato celando la fatica e la concentrazione che richiede loro.
Le note ironiche che pervadono la messinscena e le maglie della trama di una drammaturgia patchwork danno leggerezza a un lavoro che diverte e solletica il senso critico del pubblico che apprende, vedendo lo spettacolo, una cornice narrativa utile e preziosa: quella che permette di dubitare sempre delle proprie certezze anche se, purtroppo, a volte la tigre è davvero in agguato.
L’angelo della storia è un esempio squisito di un teatro che non si limita a intrattenere ma ci allena a coltivare un dubbio.

L’ANGELO DELLA STORIA
scrittura Daniele Villa
con Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini
luci Marco Santambrogio
costumi Ettore Lombardi
suoni Simone Arganini
montaggio danze Giulio Santolini

ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa 
produzione Sotterraneo

Visto per voi a teatro Spazio Diamante di Roma l’8 aprile 2026

(15 aprile 2026)

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