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Le false confidenze di Cirillo all’Argentina: Elena Sofia Ricci in stato di grazia

Rappresentata per la prima volta nel 1737, Le false confidenze è forse l’apice del teatro di Pierre de Marivaux. È qui che il “marivaudage” – quel gioco sottile di schermaglie amorose e analisi psicologica – trova la sua massima espressione, nascondendo dietro l’eleganza del verbo una spietata lotta di classe. Il teatro di Marivaux rifletteva una società in fermento. Dietro l’innamoramento batte il cuore del vantaggio economico: il protagonista Dorante, giovane borghese spiantato, viene guidato dall’ex cameriere Dubois in una scalata verso il cuore (e il patrimonio) della ricchissima vedova Araminte.
Alla nostra sensibilità contemporanea rischia di sfuggire la sottile ironia marivauxiana: il classismo dello zio Remy, che per Dorante  sogna un matrimonio “sicuro” con una domestica ereditiera, si scontra con l’ambizione di Dubois, che non teme di infrangere i tabù sociali dell’epoca.
Se per Araminte l’amore nasce e cresce come un sentimento autentico, per gli uomini della pièce è spesso uno strumento di coercizione. Marivaux, però, risolve l’ambiguità con un tocco di nobiltà: il sentimento di Dorante è reale, tanto da spingerlo a confessare l’inganno proprio nel momento del trionfo, ottenendo il perdono di una donna che non è affatto sprovveduta, ma lucidamente consapevole della propria scelta.

foto di Manuela Giusto

La messinscena di Federico Cirillo, che ha debuttato con successo al Teatro Argentina di Roma, lascia spazio a diverse perplessità. Cirillo, che cura anche la traduzione, elimina ogni riferimento quantitativo al denaro. Scompaiono le “cinquantamila lire di rendita” di Araminte e i dettagli economici che motivano le azioni dei personaggi.
Anche la scelta di trasformare Dorante da amministratore a semplice “segretario” appare discutibile: svuota di senso le scene in cui il giovane deve valutare i documenti legali del contenzioso con il Conte, rendendo il suo ruolo professionale meno coerente con la trama. La metà degli a parte di cui il testo originale è pieno sono eliminati e quelli che rimangono invece di esser detti tra sé sono detti direttamente al pubblico.
La scenografia di Dario Gessati consiste in un parallelepipedo con un elemento mobile di modo che personaggi possano passarci intorno e dentro, risolvendo il problema registico dei continui ingressi e uscite di scena del testo originale. Posto su una pedana a sua volta girevole, il parallelepipedo costituisce, tranne una sedia e un tavolino portati in scena all’uopo, l’unico arredo sul palco, campeggiando minaccioso sul palco quasi fosse il monolito di 2001 attirando l’attenzione su di sé mentre i personaggi vengono rimpiccioliti per effetto delle proporzioni, col risultato di distogliere l’attenzione non si sa bene da che…
Su quel parallelepipedo viene mostrata anche l’immagine di Arminte, nel testo commissionata da Dorante (ma in realtà è uno degli stratagemmi di Dubois) che in Cirillo viene moltiplicata per sei in una sorta di versione pop art… Altrettanto straniante è la colonna sonora: il mix dance tra Vivaldi e Fare l’amore di Loredana Bertè risulta un inserimento eccentrico, non congruo con il resto della narrazione.
Nonostante queste forzature registiche, lo spettacolo convince e “arriva” al pubblico, sottraendosi felicemente a quella polverosa idea di teatro classico fatto di sole crinoline.
Cirillo, nel ruolo di Dubois, resta costantemente in scena, regista non solo della messinscena ma anche dello sviluppo degli eventi narrati. La sua è una prova d’attore solida, capace di abitare con equilibrio questo duplice piano.
Lo stesso vale per l’intero cast: da Orietta Notari, che delinea con cura meticolosa la madre di Araminte — bramosa di nobiltà per la figlia e ossessionata dall’idea di allontanare Dorante — a Giulia Tripletta, forse fin troppo ‘disinvolta’, nei panni della cameriera. Convincenti anche Rosario Giglio e Giacinto Palmarini, rispettivamente nei ruoli di Remy (la cui battuta ‘io sono procuratore e parlo da 50 anni’ resta memorabile) e del Conte. Buona la prova di Giacomo Vicentini nel ruolo di Dorante, nonostante una dizione inizialmente un po’ impastata.
In stato di grazia Elena Sofia Ricci, capace di intercettare e restituire ogni singola sfumatura del suo personaggio; il tumulto interiore di Araminte emerge anche da battute fulminee, come quel ‘Dio, com’è dolce’ riferito a Dorante, pronunciato con una verità quasi dolorosa.
In definitiva, sebbene la regia di Cirillo semplifichi il portato politico di Marivaux a favore di una fruizione più immediata, l’energia del cast e la modernità dei sentimenti messi in scena hanno conquistato un Teatro Argentina gremito. Una visione personale che, pur tra qualche forzatura, dimostra la perenne vitalità del teatro classico.

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Le false confidenze
di Marivaux
traduzione e regia Arturo Cirillo
con Elena Sofia Ricci (Araminte)
Giacomo Vigentini (Dorante)
Rosario Giglio (Signore Remy)
Orietta Notari (Signora Argante)
Francesco Petruzzelli (Arlecchino)
Arturo Cirillo (Dubois)
Giulia Trippetta (Marton)
Giacinto Palmarini (Conte)
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
disegno luci Pasquale Mari
suono Federico Mezzana
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Marche Teatro, Teatro Stabile di Catania

Visto per voi al teatro Argentina di Roma il 22 aprile 2026

(28 aprile 2026)

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