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Silencio al Teatro Argentina: se il gesto copre il suono di Moritz von Oswald

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Inserito nella programmazione della 41ª edizione del Romaeuropa Festival e presentato in collaborazione con l’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo, Silencio (new version) ha portato sul palco del Teatro Argentina la musica di Moritz von Oswald.
Un’operazione di prestigio,  sostenuta dalle note di sala (a firma di  Nicola Gerundino), che annoverano l’ex componente dei Basic Channel al fianco di giganti della sperimentazione del Novecento — citando con prodigalità Edgar Varèse, György Ligeti, Iannis Xenakis e Philip Glass
.
Un tentativo fin troppo generoso di nobilitare l’elettronica che finisce per sollevare qualche perplessità non appena la materia sonora prende corpo in sala e ci troviamo di fronte al dub techno berlinese, squisito quanto si vuole ma che non ha certo la complessità
della grande Avanguardia, né pretende di averla, dando tutta se stessa in un flusso armonico declinato su un tappeto di sonorità ipnotiche.
L’allestimento scenico si presenta indubbiamente elegante e scenograficamente d’effetto per l’imponente architettura del Teatro Argentina: le dodici voci dell’EVO Ensemble (formazione fondata e diretta da Virginia Guidi) non sono disposte tradizionalmente sul proscenio, bensì distribuite lungo i palchi di primo e secondo ordine, avvolgendo visivamente e spazialmente chi ascolta.
La dinamica scenica della performance tradisce un’evidente sproporzione gerarchica.
La figura centrale, il perno visivo su cui ruota l’intero spettacolo è Virginia Guidi, la direttrice del coro
. Con la sua gestualità plastica dirige rigorosamente le voci del coro, ma i gesti che performa si confanno più alla ritmica dell’Inno alla gioia della nona sinfonia di Beethoven che a una melodia dai bpm molto diluiti con poca cromaticità  e poca armonizzazione delle voci.
Rispetto all’originale discografico uscito per l’etichetta Tresor nel 2023, la riscrittura di Guidi mitiga drasticamente la dinamica vocale dell’lp.
Il risultato è un appiattimento della resa acustica generale: le voci, anziché librarsi in contrappunti complessi o riverberi solenni, finiscono per assomigliare a una stasi minimalista che fa pensare, più che a Ligeti o alla sacralità di un’avanguardia vocale, a un’elegante Muzak contemporanea, una raffinata musica per ascensore ad alta quota intellettuale.
Un’operazione di smussamento che finisce per togliere spigoli ed escursioni dinamiche dai brani originali, sacrificando l’impatto graffiante dell’album da cui il concerto è tratto, sull’altare di una compostezza quasi liturgica.
Guidi domina la scena relegando l’autore dei brani in una posizione defilata all’orizzonte, alle sue spalle, da dove Von Oswald muove consolle e strumenti analogici, quasi come un’ombra.
Nelle note di sala ci si sofferma sul fascino poetico dell’ispirazione originaria: l’idea di una materia inorganica e meccanica capace di umanizzarsi. Von Oswald descrive infatti i propri sintetizzatori analogici come veri e propri «esseri viventi» invocando il principio secondo cui «just like humans, synthesizers must be allowed to act» e si interroga fino a che punto le macchine possano arrivare a cantare, teorizzando un dialogo paritario tra respiro umano e circuito integrato.
A discapito di quel che pensa von Oswald sulla dignità della musica “non umana”,  Virginia Guidi nell’incentrare su di sé tutta la performance (compreso l’assolo finale a cappella)  sembra tradire la convinzione che la figura umana e la direzione corale abbiano ben altra e superiore importanza rispetto ai sintetizzatori.
D’altronde, von Oswald si era messo tra parentesi già prima della comparsa di Guidi in scena,  prima dell’inizio del concerto: mentre il pubblico prende posto in sala, il compositore è già sul palco in una sorta di overture informale, del tutto impallato dalla strumentazione e rigorosamente curvo sulle macchine, ignorando ogni contatto visivo o gestuale con chi prende posto in sala.
Sul piano compositivo von Oswald si conferma un innegabile maestro del suono: il suo è un tappeto sonoro continuo, una massa fluttuante e ipnotica entro cui si riversa il maelström del nostro disappunto post-moderno.
Ne risulta un concerto elitario, immerso in un’atmosfera rarefatta che spinge a porsi, malignamente, la  domanda di quanto le persone presenti in sala apprezzino davvero un tappeto sonoro costante, ipnotico e straniante, e quanto invece abbiano apprezzato l’idea di stare presenziando a una di  performance considerata importante.

Ma noi siamo con il pubblico, e al pubblico del Teatro Argentina vogliamo un bene dell’anima, proprio come a un Festival che continua a regalarci perle davvero preziose come questo concerto anche se, per una volta, possiamo dire, meglio il disco. Forse.

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Silencio (nuova versione)

Moritz von Oswald
EVO Ensemble

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(3 ottobre  2026)

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