La Tempesta di Shakespeare ha nel nostro immaginario collettivo un posto assai particolare. Citato nella fantascienza televisiva (molte serie del franchise di Star Trek) e cinematografica (Forbidden Planet,Usa, 1956 di Fred M. Wilcox, di nuovo, le pellicole di Star Trek). L’immaginario è incentrato su Prospero, sulla sua sete di conoscenza, sulla magia (bianca) che in qualche modo lo corrompe, e, alla quale, alla fine della commedia, rinuncia, e al peso di uno studio sui libri che, nel testo, gli è costato il ducato di Milano.
L’approccio di Romano Pigliacelli che, oltre a firmare la regia, interpreta anche Ferdinando, punta alla forma-spettacolo. Pigliacelli ha un organico di 14 tra attori attrici, comprese una ballerina e una cantante, ai quali non deve solamente distribuire i ruoli ma costruire la messinscena in base a caratteristiche recitative molto diverse tra loro.
Il regista affronta Shakespeare con una grande onestà intellettuale senza riverenze castranti e senza riletture disinvolte. La tempesta che ci propone è convincente, riuscita e godibile.
Fra i tanti temi che percorrono la trama del testo (il confronto generazionale, il rapporto tra anziani, quello tra la politica e il potere) Pigliacelli attualizza il rapporto tra Prospero e Miranda facendo della figlia dello spodestato duca di Milano, una ragazza di oggi che si oppone al padre per consuetudine sociale e non per carattere, tralascia gli orpelli dell’amore angelicato (da dolce stil novo) che lega Ferdinando e Miranda, sciogliendo il loro legame (vedremo con quali risultati) in un rapporto alla pari nel quale Ferdinando risponde alle cortesie di Miranda con un pragmatismo che lo sottrae a ogni tentazione romantica.
Ancora nella sua regia Pigliacelli cerca di dare respiro al Masque nuziale del quarto atto svuotandolo dei significati originali (uno spettacolo di corte tipico dell’epoca elisabettiana ed edoardiana, fatto di musica, danza, allegoria e costumi sfarzosi) e riconnettendosi direttamente alla magia della rappresentazione, agli aspetti più féerie del testo con una scena corale tra danza e sabba. Propone infine un acceso omaggio alle figure dello zanni nelle scene tra Calebano, Trinculo e Stefano (le più riuscite dello spettacolo).
Pigliacelli riduce di un’ora il testo con dei tagli oculati che quasi non si sentono. Dispiace solamente per le schermaglie comiche, piene di doppie sensi, del secondo atto, tra Gonzalo, Antonio e Sebastiano, che avrebbero richiesto una grande misura nella cifra stilistica, nella sferzata di ritmo e nella tempistica rischiando altrimenti di scivolare in una inutile boutade.
Per attestare il suo approccio fantastico, onirico, al testo, Pigliacelli decide di aprire lo spettacolo con Ariel (Leonardo Nonna), che indossa una giacca sul torso nudo, il cui phisique du rôle non sminuisce la bravura con cui interpreta tutte le controscene, quando la sua presenza influenza il comportamento degli altri personaggi. Nella scena di apertura è spalleggiato dalla danzatrice Lorella Fabrizi, che si veste di un mantello luminoso a ribadire l’approccio fiabesco al testo, e la voce, davvero splendida, di Camilla Madama in un brano che comincia in sordina per poi esplorare tutto il range vocale della cantante.
Questo inizio fiabesco-onirico, quasi elegiaco, fa a pugni con la prima scena della commedia, che ci porta nel bel mezzo di una tempesta vista dalla nave di Alonso che teme per la propria vita (come tutti a bordo), scena che il regista sceglie di eseguire senza effetti teatrali (tuoni, lampi, fulmini) giocando solamente sulla verve interpretativa dei personaggi.
Un inizio faticoso perchè il passaggio dalla scena mesta della danzatrice e della cantante alla tempesta da fine del mondo è scabrosissimo. Non ci aspettavamo certo l’allestimento fatto da Strehler (ne potete vedere un estratto nel film di Maurizio Nichetti Ho fatto splash Italia, 1980) ma sicuramente un incipit più a fuoco di quello proposto.
A disorientare ulteriormente contribuisce la scelta di dislocare gli attori tra la platea e la galleria: una soluzione che, anziché stringere lo spettatore nel dramma del naufragio, finisce per disperderne la tensione.
Dimenticato subito un incipit un po’ tirato via ci concentriamo subito sulla bravura di Matteo Fasanella che ci regala un Prospero autorevole, regale, interessante nell’approccio recitativo, che si smarca dalla tradizione che ne fa un mago tirannico o un regista-filosofo e ci regala una figura profondamente umana, stanca, segnata dal tempo, che sa di dover abbandonare la sua isola e il suo “teatro” per tornare alla vulnerabilità della condizione mortale.
Fasanella mostra, soprattutto all’inizio, una velocità di dizione invidiabile che non inficia mai la comprensione delle parole diventando un aspetto del personaggio stesso.
Meno a fuoco appare il personaggio di Miranda, interpretato da Alice Ceccarelli, la cui recitazione disinvolta un po’ troppo up to date lascia il personaggio in una zona di indefinita libertà che ne penalizza la consistenza complessiva.
Alcuni personaggi Sebastiano (Luca Varone) Gonzalo (Luana Micheli) e il Nostromo (Francesca Bracagli) pagano il prezzo della sforbiciata drammaturgica appontata dal regista, lasciando emergere una certa discontinuità nell’affiatamento di gruppo che penalizza la tenuta della scena.
Peccato perchè l’aver affidato a due attrici i ruoli di due personaggi maschili (ribaltando la tradizione/interdizione del teatro elisabettiano che impediva alle donne di recitare) era una occasione per qualche sinergia drammaturgica che non è stata invece colta.
Interessante il personaggio di Alonso, il Re di Napoli, che Maurizio Bellardini ci restituisce con una certa indifferenza per le cose (e le persone) che lo circondano, che fanno onore all’attore e al personaggio, tutto preso a piangere la morte (così lui crede) del figlio Ferdinando
Poco indovinata la scelta di aver fatto esitare Sebastiano nell’uccidere suo fratello Alonso (che in Shakespeare non c’è) dando una cifra morale completamente diversa rispetto quella originale, un surplus di umanità di cui Sebastiano non sa che farsene…
Molto indovinato e magistralmente interpretata la parte dei tre zanni di cui abbiamo già detto. Francesco Liccardo (Stefano) Antonio Frazioni (Calibano) e Gabriele Ceci (Trinculo) danno tutti loro stessi a tre personaggi di difficile interpretazione (si rischia di scadere nella farsa) e ad alto contenuto fisico. I tre attori ci danno tre prove diversissime tutte di altissimo livello. Francesco Liccardo cambia fisionomia e postura e interpreta questo personaggio sempre ubriaco, senza indulgere nei consueti stereotipi del caso, dando una credibilità alla sua ubriacatura, e al personaggio tutto, davvero emozionante. Altrettanto bravo è Gabriele Ceci che ci regala un Trinculo acrobata e maldestro spassosissimo quando, spaventato dai tuoni e fulmini si nasconde nello stesso giaciglio di Calibano. (Paradossalmente in questa scena vengono usati quegli effetti scenici che non sono stati usati all’inizio dello spettacolo facendo rimpiangere di nuovo quell’incipit mancato).
Umanissimo e viscerale Antonio Frazioni che porta la deformità di Calibano attraverso una dignità della parola che non si piega mai ai clihè del deforme tout-court. La potenza fisica dell’interprete diventa rabbia e disperazione per la condizione fisica del personaggio.
Il regista ha la felice intuizione di far loro usare il rispettivo vernacolo (quello campano pe Liccardo quello romano per Frazioni che suona anche l’armonica a bocca) offrendo un omaggio all’aspetto carnacialesco del testo shakespeariano, misuratissimo e mai esagerato, nemmeno quando si intonano alcune strofe del Sal Vinci sanremese…).
Un po’ tirata via la trovata della penna con la quale il pubblico viene accolto prima ancora di entrare in sala, dove uno scritto a firma di Ariel invita ognuno a pescar una penna e a custodirla gelosamente, e tirarla fuori solamente quando richiesto: Ferdinando chiede la penna al pubblico perchè si mette a scrivere due righe alla madre (sic!) là dove in Shakespeare il giovane in un soliloquio apprezza gli effetti del suo amore per Miranda.
Il pubblico, fatto di amici e amiche degli attori e delle attrici ma anche di amanti del teatro (grazie anche al teatro San Gaspare che offre uno zoccolo di avventori e avventrici con l’abitudine per il buon teatro popolare) resta attento per le oltre due ore della messinscena, che filano via senza intoppi e sanno farsi guardare, grazie a una felicità di esecuzione che va riconosciuta per un mestiere sempre più difficile da fare con serietà, senza facili massaggini dell’ego per chi ci lavora: ognuno, ognuna dà tutto quel che ha, tutto quel che può, e scusate se è poco.
LA TEMPESTA
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di William Shakespeare
regia di Romano Pigliacelli
con: Matteo Fasanella (Prospero), Leonardo Nonna (Ariel), Luca Varone (Sebastiano), Francesco Liccardo (Stefano), Angelo Sugamosto (Antonio), Antonio Frazzoni (Caliban), Gabriele Ceci (Trinculo), Romano Pigliacelli (Ferdinando), Alice Ceccarelli (Miranda), Luana Micheli (Gonzalo), Maurizio Bellardini (Alonso), Francesca Bracaglia (Nostromo), Camilla Madama (Ballerina), Lorella Fabrizi (Cantante).
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