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Abitare la rovina: l’urgenza poetica di “Bestiario Umano” ad Attraversamenti Multipli

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La seconda giornata di programmazione di Attraversamenti Multipli 2026, il festival ideato e curato da Margine Operativo che si tiene a Roma nella splendida cornice del Parco di Tor del Fiscale, si è aperta con Bestiario umano, la restituzione al pubblico del laboratorio Farsi Corpo sesto movimento tenuto da Carlo Massari.
I e le partecipanti, come ha spiegato Massari dopo la restituzione, sono metà professionisti e professioniste della danza e metà individui curiosi di esplorare questo lato della loro persona.

La performance si presenta con un suo profilo immediatamente riconoscibile, l’esito visibile di un processo di ricerca e di dialogo reciproco durato cinque giorni. L’azione come ha fatto notare Massari non è stata pensata per essere mostrata frontalmente, ma per essere ‘spiata’: il pubblico si è trovato nella posizione di chi guarda quasi ‘dalla serratura’ un percorso intimo di scoperta dei corpi tra di loro e di questi e il paesaggio.
In questo svelamento, persino la contingenza atmosferica — la luce cruda e il sole battente di una giornata caldissima — diviene elemento drammaturgico vivo, capace di ridefinire il rapporto tra i e le performer, l’albero da cui tutto è partito e il profilo dell’acquedotto romano che hanno fatto da cardine all’esplorazione.

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La restituzione affronta la trasmissione di un linguaggio consolidato, di un vocabolario corporeo che l’autore ha saputo passare a un gruppo profondamente eterogeneo, lasciando che il movimento si rifrangesse in una pluralità di vissuti differenti.

Questi vissuti diversi sono accomunati dalla stessa urgenza comunicativa politica e poetica: abitare lo spazio pubblico attraverso la spinta delle arti performative contemporanee.
Incontrarsi per diversi giorni nello spiazzo di un parco urbano, solitamente destinato al mero transito, significa sottrarre quel luogo alla fretta quotidiana per trasformarlo in un territorio di relazioni.
Partendo dall’esperienza del laboratorio la restituzione non si presenta come un saggio laboratoriale, ma si fa testimonianza di una comunità temporanea che sceglie di esplorare nuove dinamiche di coesistenza tra corpi, l’ambiente circostante e la memoria storica del territorio.

La restituzione è stata davvero ad alta densità. I e le partecipanti, posizionati sotto un albero, con ai due lati gli archi dell’acquedotto romano del parco, hanno prima intessuto un canto costituito da versi monodici che si sono sviluppati in un ensemble crescente. Poi, mentre la partitura sonora si sostituisce al coro,  i e le performer occupano lo spazio tutto intorno all’albero, a una certa distanza dal quale il pubblico è stato fatto disporre in circolo, alcuni seduti sulle rade sedie, il resto in piedi o seduto per terra.
Tra performer si delinea subito una ricerca di contatto fisico – ed emotivo – che si cristallizza in una posa o una postura di chi afferra una testa, o una spalla, o un dorso mentre chi viene afferrato o afferrata si sottrae, mentre la prima resta cristallizzata nel gesto. Intanto qualcun altro o qualcun’altra prende posto dentro quel gesto, lo abita. Lo spazio viene esplorato sia in orizzontale che in verticale entrando in riverbero con la chioma dell’albero e con i resti dell’acquedotto.
Le relazioni a due si traducono e compattano lentamente verso situazioni di gruppo dove il mancamento di qualcuno o qualcuna è sempre sorretto dal gruppo compatto e solidale che non permette di toccare terra, ma aiuta a rimettersi in piedi in una resilienza collaborativa affascinante da guardare.

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La sensazione di spiare o di sbirciare attraverso il buco della serratura nasce dalla forte confidenza che si è creata tra i membri di questo gruppo laboratoriale la cui relazione di danza non tradisce un afflato coreutico per il pubblico ma una reazione dinamica fatta l’uno per l’altra cui il pubblic può solo assistere senza essere contemplato nell’esecuzione. Quello che viene esposto all’occhio del pubblico convenuto ad assistere alla restituzione non è uno spettacolo fatto per essere visto, ma la condivisione intima di un momento di intimità tra performer, tra chi ha fatto ricerca col proprio corpo, testimonianza di un modo diverso di essere nel mondo come singole persone e come gruppo.

Il bestiario cui fa riferimento il titolo della restituzione è esattamente questo susseguirsi di figure che affiorano e scompaiono, che abitano le rovine come se fossero estensioni del territorio finendo con l’inglobare anche il pubblico che vi assiste, che acquista così una sua ragione d’essere: non è la coreografia a essere pensata per il pubblico, ma è il pubblico a essere inglobato nel bestiario che i e le performer vanno a incarnare.
È in una seconda e ultima parte della performance che la tessitura acustica compie uno scarto definitivo, muovendosi sulle parole storiche del discorso «I have a dream» di Martin Luther King ed ecco che i movimenti del gruppo acquistano un significato altro foriero di una resilienza condivisa.

Una restituzione riuscitissima a cui il pubblico del Festival, abituato ormai a proposte non immediatamente catalogabili, ha saputo rispondere con grande capacità di lettura e fruizione.

CARLO MASSARI / C&C Company / SPaCCa
Bestiario umano
con i partecipanti al laboratorio Farsi Corpo_sesto movimento

Una produzione Associazione Culturale SPaCCa
Con il supporto di BACH Art Cultural Hub
Con il sostegno di MIC e Regione Emilia Romagna

Realizzato in collaborazione con Margine Operativo / Attraversamenti Multipli

Visto per voi al parco di Torre del Fiscale di Roma nell’ambito del Festival Attraversamenti Multipli il 12 giugno 2026

(16 giugno 2026)

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