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“Tra lei e lui (Xanax all’occorrenza)”, di Marco Medelin #Vistipervoi da Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano, #Teatro

Marco Medelin torna a teatro con Tra lei e lui (Xanax all’occorrenza) un testo istrionicamente autobiografico, in uno spazio insolito come la Cappella Orsini, adibita ad uso teatrale, luci fisse, scenografia naturale dell’edificio, tra stucchi e teste di moro, un pc manovrato in scena, giusto per far partire qualche brano, una scaletta rigorosamente vintage che spazia tra Caterina Caselli a Marcella Bella.

Un testo autobiografico

Il testo, di Medelin è rigorosamente autobiografico, tranne il finale, che è ambiguo, così ci avverte Marco, l’autore, regista e interprete, prima che lo spettacolo inizi. Ad affiancarlo sul palco Gabriele Sisci che dà voce (e non solo) ad alcuni dei personaggi che Marco, l’io narrante, incontra durante una storia che si dipana tra Roma, Trieste e altri luoghi cari al suo cuore. Un cuore ferito, da innamorato lasciato, anzi cacciato di casa, da un ex un po’ profittatore e truffaldino (forse).


Lei, bianca polvere maledetta

Per l’io narrante è l’inizio di una scivolata verso la psicosi (per l’amato bene che non riesce a lasciare andare), cn annessi psicofarmaci (prescritti in dosaggi e nomi sempre diversi, e sempre accompagnati da Xanax, quando serve, tanto da entrare nel titolo) e lei.

No, non una donna angelicata e consolatoria, ma quella polverina bianca che trova su un piatto, tanto concreto quanto metaforico. Una lei onnipresente che non offre un rifugio ma una fuga.

 

Il testo…

Il racconto, equilibratissimo, si destreggia tra colpi di scena e notazioni ironiche facendo emozionare (anche se in sala si ride molto) e riflettere non poco.
Si ride non dell’io narrante ma con lui.
Si ride delle circostanze cui il pubblico è messo dinanzi, dove ognuno e ognuna può specchiarsi e riconoscere errori, fissazioni, nevrosi e psicosi, umiliazioni e messe in ridicolo, per mano propria più che altrui.
Oppure si ride freudianamente per esorcizzare un rischio concreto cui Medelin, l’autore, ci mette dinanzi con icastica vividezza.


…e gli attori

Gabriele Sisci è un compagno di scena perfetto nel passare e riprendere il testimone di un racconto che non si fa mai fine a se stesso ma che rimanda sempre a un oltre, del quale, nelle notazioni del racconto, si colgono dettagli, forme, strutture e sovrastrutture. Medelin, l’attore, è nel suo ambiente, il palcoscenico è la sua vera casa, dove si muove con naturalezza invidiabile, la stessa con la quale racconta, illustra ed evoca una vicissitudine personale che viene mostrata con grande rispetto e umiltà.

I vari piani narrativi

Medelin appronta un’elegante, riuscitissima declinazione di diversi livelli narrativi che si incontrano tutti sula scena. C’è il personaggio Marco, un uomo ancora giovane, in contatto col suo qui e ora sulla scena, che racconta quanto gli è successo nel passato, che rivede e ri-dice al pubblico, non in maniera lineare, cronologica, ma per guizzi, intuizioni, ricordi. Un larvale flusso di coscienza nel quale Marco personaggio-autore dà un nuovo senso, post facto, a quanto gli è capitato, sfiorando anche la meta-teatralità. Quando, in diverse occasioni, Marco chiede a Sisci se non sia il caso di tagliare alcune parti della storia, così, per dignità, chi è che parla? L’autore ? Il regista? O forse l’attore, visto che Marco interpreta un personaggio che è la versione teatrale di se stesso?

Marco Medelin, l’uomo

L’eleganza e l’intelligenza del testo sta anche in questo gioco sottile ma persistente tra memoria, testimonianza e racconto. Quel che Medelin mette in scena funziona non perché è davvero accaduto ma perché è stato bravo a raccontarlo, come autore e come attore. Tra lei e lui è infatti uno spettacolo equilibratissimo, senza eccessi né cadute di stile, con un uso intelligente anche di qualche cliché narrativo (come la voce da anziano che fa Sisci quando evoca uno psichiatra, luminare della scienza, con riuscitissimo senso estraniante) dimostrando un amore per il teatro genuino, in una narrazione che non diventa mai strumento di autoanalisi o di riscatto morale ma sempre momento per narrare, mostrare, chiosare per il pubblico cui Medelin si rivolge direttamente.

E ci vuole coraggio per venire in scena con questa storia, regalandosi al pubblico in un equilibrio tra necessità di dire e di lasciare andare senza scadere mai nella confessione, o, peggio, nel narcisismo (guardate come ho sofferto) rimandando sempre a una riflessione per le sorti umane che, quasi per coincidenza, sono le sue stesse.

 

 

(15 ottobre 2021)

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