di Michele Salvioli, #Teatro
Questo spettacolo è uno studio di due giovani attori, Valeria Wandja e Yonas Aregay, che hanno messo in scena i loro due racconti autobiografici alternandoli in modo convincente. Per dare una chiave di lettura dei diversi episodi narrati hanno seguito come filo conduttore: le fasi di avvicinamento e raccolta di un fiore.
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I due giovani hanno due elementi in comune: vengono da San Basilio e sono afrodiscendenti.
Yonas ha origini eritree e con fatica scopre la sua omosessualità, racconta anche un episodio di un tentativo di violenza subito.
Valeria invece parla di suo padre, prematuramente scomparso, e del suo viaggio per vistare la sua tomba in Camerun.
Entrambi hanno dimostrato di recitare con grande naturalezza e anche la scrittura dei loro testi è stata buona e credibile.
Il mio corpo è (come) un monte
A questo studio hanno partecipato tre giovani: Daniele Giacometti che suonava le pietre e riprendeva con la telecamera, Giulia Odetto regista e interprete seminuda e Lidia Luciani che si occupava degli effetti sonori. Una voce narrante spiegava la comparazione tra corpo umano e montagna mentre l’attrice utilizzava il suo corpo come una massa in continua trasformazione. La corrispondenza tra corpo umano e montagna era poi resa più esplicita quando le riprese ravvicinate e proiettate sullo schermo, con un sapiente gioco di luci, mostravano delle catene montuose fatte di carne ed ossa.
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Una prova sperimentale molto interessante.
(5 ottobre 2021)
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