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Short Theatre 11 #Vistipervoi il bellissimo “Lingua Madre Mameloschn”

foto©fabio lovino

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di Stefano Cangiano   twitter@stefanocangiano

 

 

 

 

 

 

 

 

Una madre che è anche nonna, una figlia che è anche madre e una figlia che è anche nipote. Tre donne, tutte sul palco, ognuna nel proprio spazio, intenzionata a difenderlo e pronta a invadere quello dell’altra. Inizia così Lingua Madre Mameloschn, messo in scena da Paola Rota dalla drammaturgia di Sasha Marianna Salzmann, presentato in prima assoluta a Short Theatre 11.

Ognuna donna di questa famiglia ebrea è una generazione. C’è la nonna che è sopravvissuta ai campi di sterminio, ha scelto la DDR e si è gettata anima e corpo in difesa della causa comunista. C’è la figlia, in crisi sul lavoro e con sua figlia, una giovane lesbica che vuol partire per gli Stati Uniti e lo farà. L’unica presenza maschile è evocata, è Davie, lontano da casa, in qualche kibbutz a portare avanti il suo ideale di vita comunitaria. Fratello, figlio e nipote che rappresenta la somma di tutte le mancanze di queste tre donne che si accapigliano e si amano.

Tutte hanno perso qualcosa, tutte sono vittime dell’assenza e la chiamano per nome. La più vecchia sconta il crollo degli ideali, la mediana recrimina la lontananza della madre che ha preferito la battaglia ideologica, la più giovane ha bisogno di scoprire qualcosa che non sia la Germania, di sottrarsi alla dialettica esasperata delle assenze di madre e nonna.

Così si sviluppa uno spettacolo che dalle relazioni private passa agevolmente a un piano storico più generale, senza che questo infici l’andamento drammaturgico. Lingua Madre Mameloschn ha il pregio della linearità del racconto, della forza espressiva demandata interamente alla capacità di narrare la storia attraverso i personaggi, costruendo piani temporali e profondità relazionali, esplorando bisogni e nodi irrisolti. Tutto questo in un riuscito amalgama attoriale tra le tre protagoniste, Elena Callegari, Francesca Cutolo e Maria Roveran, che dimostrano una grande sintonia.

Dalle reminiscenze della Repubblica Democratica Tedesca al j’accuse in chiave marxista di uno dei fenomeni culturali più rilevanti del nostro tempo: Peppa Pig. Perché è questo l’oggetto dell’indagine portata avanti da Davide Carnevali e Fabrizio Martorelli, che con Peppa™ prende coscienza di essere un suino compiono il primo passo di un percorso tematico in tre tappe chiamato Educazione transiberiana.

La maialina del cartone animato è identificata come icona dell’economia liberista, prodotto perfetto di un’economia della diseguaglianza e dello sfruttamento, in grado di traviare le giovanissime menti che assistendo all’animazione seriale si espongono ai virus della diseguaglianza sociale.

L’invettiva, costruita su una rigida impalcatura ideologica, è portata avanti da un padre trentenne che intende salvare la sua giovane figlia, prossima ai 5 anni, e per farlo descrive la sua versione marxista del cartone animato, in cui Peppa da icona diventa porco e, come porco, finisce al macello.

Carnevali e Martorelli ricorrono all’arma del sarcasmo con efficacia, tra un’accensione politica e l’altra ci si diverte, senza interrogarsi sul grado di oggettività della tesi di fondo dello spettacolo. La riflessione è politica nel senso più ampio del termine e si infiltra così nel racconto teatrale dandogli uno spessore narrativo che coinvolge attraverso il gusto delle immagini forti e la voglia di scavare a fondo nei pericoli meno riconoscibili della cultura di massa. Aspettiamo con grande interesse di vedere dove approderà l’Educazione Transiberiana di Carnevali e Martorelli.

 

 

 

 

(20 settembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

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