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Short Theatre 11 e l’École des Maîtres di Christiane Jatahy #Vistipervoi da StefanO Cangiano

short-theatre-11-christiane-jatahydi Stefano Cangiano twitter@stefanocangiano

 

 

 

Quest’anno all’École des Maîtres è l’anno di Christiane Jatahy, autrice e regista brasiliana che nel progetto internazionale di perfezionamento teatrale ha portato un’idea di teatro come di processo eternamente in fieri, destinato a continuare in scena, insieme al pubblico.

Un’idea che ha avuto modo di mostrare compiutamente al Teatro India per Short Theatre con Cut, frame and border. Si tratta di un lavoro composito, aperto, vivo, una performance “open access” con 16 attori in scena che sono come particelle di una storia in gestazione, pronti ad addensarsi in materia drammaturgica. Cut, frame and border è arte performativa e lo è fino in fondo, unendo al lavoro attoriale le possibilità del video in tempo reale, il coinvolgimento diretto della regista che è parte di questo “dispositivo drammaturgico di improvvisazione” e il dialogo con il pubblico, inteso come altro tessuto vivo, in contatto con degli attori che lo chiamano, lo sollecitano, cercano risposte e diventano mediatori.

L’improvvisazione è un tratto determinante perché ogni storia si fa racconto raccogliendo gli elementi che le sono necessari dall’universo-teatro, inteso come luogo fisico, del qui ed ora, secondo una scansione dell’architettura drammaturgica esplicitata fin dal primo momento e articolata in 5 punti: interiorizzare, caratterizzare, descrivere, narrare, dialogare.

Le strutture sono manifeste quindi, come evidenti sono gli elementi di base del racconto, quella storia scritta a gessetto sul fondo della scena, che percorre il palco da parte a parte e cambia come tutto ciò che sul palco sta. Aggiunge, sottrae, si trasforma.

Ogni attore è portatore di un’individualità, ogni individuo ha una vicenda da narrare e Christiane Jatahy interviene come farebbe un regista cinematografico, decretando cambi in corso d’opera, chiudendo le scene o innestando nuovi elementi, portando altra energia nello spazio scenico potenzialmente illimitato, che il video in presa diretta estende oltre i confini fisici del teatro. Uno spazio abitato da quelle stesse storie che si vanno formando, da quei personaggi che si raccontano e si mostrano a se stessi e al pubblico.

Quando poi vengono pronunciati i nomi di Atocha, della scuola di Peshawar, dell’Aeroporto di Bruxelles, del Bataclan e della discoteca di Orlando si comprende chi abita quelle storie. Gli attori sono portatori di una vita che continua come possibilità teatrale superando gli orrori della storia. Le vittime delle stragi ci parlano, si raccontano e ci dimostrano come ogni storia possa e debba essere raccontata e di come questo racconto coinvolga tutti a tutti i livelli, diventando un fatto sociale, un processo sempre vivo, un rischio da correre.

 

 

 

 

(20 settembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

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