Da non perdere
Home / Copertina / “Friendly Feuer” #Vistipervoi, quando il Teatro ha ancora un senso

“Friendly Feuer” #Vistipervoi, quando il Teatro ha ancora un senso

Friendly Feuer 00di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

Friendly Feuer è la restituzione scenica di un lavoro di ricerca, storico e drammaturgico, sulla prima guerra mondiale, presentato dopo l’orgia di spettacoli sulla Grande Guerra, dopo che i mass media ci hanno spiegato cosa dovevamo sapere (e non sapere) sulla prima guerra di massa, dopo che l’operazione commercial-culturale di commemorazione del suo primo centenario è stata consumata.

Tre attori e due attrici in scena rievocano il vissuto dei soldati di allora attraverso lettere, storie, vite, in una polifonia di lingue (tedesco, francese, inglese e italiano) espressa anche nel titolo (Friendly Feuer, metà in inglese metà in tedesco, significa fuoco amico)  e, anche, una polifonia di registri interpretativi.

Attori e attrici restituiscono ora un testo, una parola, ora un sentimento, ora performano un movimento, un tic del corpo, la disperata necessità prima di morire di lasciare un segno, anche scritto, direttamente sul pavimento su di un foglio che copre buona parte dell’impiantito del palco (se tale si può chiamare quello del teatro India), mentre una videocamera a circuito chiuso montata su di un elmetto di protezione, di quelli contemporanei, passata di capo in capo, restituisce il punto di vista di ogni attore, di ogni attrice restituendo su di uno schermo lacerti delle lettere scritte dai soldati alle famiglia, alcune delle quali, scopriremo, saranno causa di punizioni (se non di morte) per avere restituito una immagine negativa della guerra, parole censurate come disfattiste, antipatriote, comminando pene severissime.
Un teatro dove la parola è dilacerata, nel quale il suono e l’intenzione contano più del loro significato: interi monologhi o dialoghi sono detti in francese o in tedesco dove più che la comprensione del testo conta la comprensione delle intenzioni (come avveniva tra soldati nemici dove, dialogando in lingue diverse, conta più l’intonazione che il lessico). Un teatro di perfomance anche: emozionante quando il foglio bianco copre i e le performer i cui volti e i cui arti emergono poi da sotto il foglio, dilacerato, come dalla neve.

Compiuta quest’opera di decostruzione, per eliminare ogni riverbero retorico anche involontario, lo spettacolo ci racconta finalmente di altri morti: non quelli per mano nemica, per lo scontro guerresco, ma quelli causati dal fuoco amico, quello letterale di chi, scambiandolo per il nemico, uccide qualche commilitone, ma soprattutto quello della ferocia con cui la nomenklatura militare condannò a morte chi osava criticare i superiori, chi per il solo fatto di parlare delle condizioni di vita disumana delle trincee, veniva accusato di disfattismo, mentre chi, capito l’inganno di una retorica patriottica che fa i conti con gli interessi delle classi sociali superiori, cerca di sottrarsi alla guerra cercando di arrendersi al nemico e finisce fucilato per tradimento.

Fatti taciuti anche dai certi libri di storia (quelli di scuola sicuramente), fatti dei quali lo spettacolo si fa testimonianza con tanto di nomi (Lussu Marrasi) date e circostanze lasciando dubbioso qualche collega recensore poco avvezzo al fatto che il teatro può avere anche funzione di memoria storica. Il pubblico in sala viene preso di forza (si fa per dire) dalle poltrone e condotto sul palco e dopo essere stato condannato per tradimento e fucilato viene fatto sedere e coperto da un foglio gigante colorato di celeste, il colore della bandiera dell’Unione Europea.
Il richiamo all’attualità di una Europa le cui radici al di là degli interessi economici comuni sono da individuare in due guerre mondiali piuttosto che in una tradizione di pace inesistente (i recenti rapporti economici con la Turchia pagata per non far arrivare in Europa chi scappa da altre guerre) è evidente anche se lo spettacolo si limita a suggerirlo senza dirlo.

Si esce da teatro con una consapevolezza in più sul nostro passato (e sul nostro presente) e con una iniezione di energia e di entusiasmo, perché  Friendly Feuer ci mostra un teatro che ha ancora senso se chi lo fa sa farlo con intelligenza e amore come Marta Gilmore, Eva Allenbach, Tony Allotta, Armando Iovino e Vincenzo Nappi.

 

 

 

 

 

 

 

(5 maggio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gaiaitalia.com 2016 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

admin

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne clicca su "leggi di più". Questo sito utilizza cookies di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi