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Classico e serio: il teatro attico secondo Gastaldi

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di Alessandro Paesano

Vedere la sala del teatro Arcobaleno di Roma gremita di un pubblico composito e vario, che abbraccia almeno tre generazioni, con un’alta componente di giovanissimi e giovanissime accompagnate da qualche prof, è la migliore introduzione ai Persiani di Eschilo messo in scena da Patrick Rossi Gastaldi.

In cartellone spiccano due nomi  importanti del teatro italiano (e non solo) che con la loro sensibilità e bravura danno lustro a due personaggi della tragedia: Mariano Rigillo interpreta Dario, re di Persia che appare sulla scena come fantasma, con la giusta autorevolezza e credibilità mentre Anna Teresa Rossini è una magnifica Atossa, regina di Persia, alla quale infonde  tutta la regalità che le si addice, e anche quando celebra dei riti per gli dei lo fa con un’abitudine nei gesti che sembra davvero siano guidati da una antica esperienza.
I persiani di Eschilo è la tragedia più antica che ci sia pervenuta, la più arcaica, sia nella struttura (niente prologo, pochi personaggi) sia nell’argomento che è colto dalla storia dell’Eliade e non dalla mitologica, unica tragedia storica della quale ci sia pervenuto il testo completo. 

I fatti narrati nella tragedia, la sconfitta di Salamina, sono di pochi anni precedenti alla messa in scena della tragedia (472 p.e.v.) e dovevano essere ben presenti al pubblico che assistette alla sua rappresentazione. D’altronde lo stesso Eschilo aveva partecipato alla guerra e ne conosceva bene la portata e le implicazioni. La sconfitta dei Persiani, nonostante il loro sovrannumero  rispetto la flotta e le risorse della lega panellenica, sono uno degli eventi fondativi della nostra cultura occidentale. Eppure nel celebrare quella vittoria i greci scelgono il punto di vista dei vinti e mentre ribadiscono giustamente l’Hybris di Serse la cui orgogliosa tracotanza lo porta a una sconfitta definitiva non si fanno auto-celebrativi, perché anche quella sarebbe una forma di Hybris.

La filosofia storiografica contenuta in questa tragedia è di monito e di modello anche per la nostra contemporaneità. Anche la disperazione delle parole di Serse e del suo fantasmatico Padre, parlano una lingua purtroppo dolorosamente contemporanea e di una attualità spaziante. 

Patrick Rossi Castaldi sceglie di  approcciare questa tragedia priva di  azione (tanto da sfidare la definizione stessa di tragedia data da Aristotele) con  una recitazione ieratica, scandita da pause e una flemma che si addice a Dario e ad Atassia, ed è magnificamente restituita da Rigillo e Rossini, mentre per Serse sceglie un registro straziato un po’ monocorde (senza nulla togliere alla bravura di Stefano di Maio).
Anche Silvia Siravo, che interpreta uno schiavo sopravvissuto che racconta a corte la disfatta dell’esercito persiano, pur impiegando un registro più ampio si muove sui toni di un’enfasi un po’ troppo insistita (di nuovo, senza nulla togliere alla bravura della interprete). Sembra quasi che Gastaldi non abbia saputo trovare altra modalità nella restituzione del testo eschiliano che non la didascalica ripetizione drammatica.

La scena rappresenta un interno regale con una lunga tavola che, al momento opportuno si separa al centro e che, richiudendosi verso la fine, schiaccerà Serse, rendendo concreta la metafora espressa nel testo.

Suscita qualche perplessità la scelta di far interpretare il coro a due attori solamente (Alessio Caruso e Alessandro D’Ambrosi), che si spalleggiano le battute, gli unici vestiti con abiti borghesi contemporanei, e che sono per questo suscettibili di esser letti come una presenza contemporanea che da questo lato della storia commenta i fatti accaduti allora.
Il fatto che il coro sia composto da due individualità e non da una moltitudine toglie quel senso di potenza di cui solitamente il coro del teatro attico si ammanta.
Il registro ieratico voluto  da Castaldi ha l’effetto più evidente proprio sul coro  i cui commenti, restituiti da lunghe pause (che sembrano quasi esitazioni degli attori), finiscono per risultare una mera ripetizione delle considerazioni di Atossa, Dario e Serse, come  non fossero mossi da una loro autonomia identitaria ma fungessero da mero specchio ai commenti altrui.
Un ritmo più modulato e meno uniforme  avrebbe giovato alla fruizione dell’opera che messa in scena in questa modalità mette  alla prova il pubblico dando l’impressione che Gastaldi confonda classicità con seriosità e tedio.

Gli interpreti e le interpreti però seguono le regole del gioco imposte dal regista con grande bravura e spirito di servizio riuscendo a portare a casa una messinscena alquanto statica infondendole pathos e umanità.

Il pubblico applaude entusiasta e questo, in fondo, è tutto quello che conta.

 

I PERSIANI
di Eschilo
traduzione e adattamento Roberto Cavoli
regia Patrick Rossi Gastaldi
con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini
e con Silvia Siravo, Alessio Caruso, Alessandro D’Ambrosi, Stefano De Maio
Scene e costumi Annalisa Di Pietro – Musiche Francesco Verdinelli
Produzione Associazione Culturale LAROS di Gino Caudai

 

Visto per voi al teatro Arcobaleno l’8 febbraio 2024.

 

 

(10 febbraio 2024)

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