A due anni dalla Reunion dei Quintorigo e John De Leo, avvenuta alla fine del 2024 per celebrare i 25 anni del loro album d’esordio Rospo che vinse la Targa Tenco (mentre la title track, portata a Sanremo nel 1999, vinse il Premio della Critica “Mia Martini” e il Premio Giuria di Qualità per il Miglior arrangiamento) il gruppo ricostituito nella sua formazione originale continua a proporre date di un tour che non vede battute d’arresto e continua ad essere sostenuto da un pubblico numeroso e attento,
come quello del concerto di giovedì scorso a Roma nell’ambito della manifestazione Testaccio Estate presso la Città dell’altra economia.
I Quintorigo suonano senza chitarre, senza tastiere e senza batteria, proponendo un sound di una potenza e spinta ritmica sorprendente, grazie a un uso del tutto non convenzionale, percussivo ed esteso, degli archi e dei fiati. Il gruppo è composto da quattro musicisti di formazione classica che suonano strumenti classici: Valentino Bianchi (sax soprano e sax contralto), Gionata Costa (violoncello), Andrea Costa (violino) e Stefano Ricci (contrabbasso) – anche se i sax e il contrabbasso sono ormai di derivazione jazz – ai quali si unisce John De Leo alla voce, considerato come quinto strumento del gruppo per la capacità di spaziare tra suoni primordiali (gutturali, graffiati), timbri caldi e gravi oppure acuti e squillanti.
La scrittura dei Quintorigo dimostra una profonda conoscenza della storia della musica leggera italiana: le radici del jazz nostrano di Gorni Kramer, il songbook d’autore e lo swing anni ’30-’40 vengono ripresi e cortocircuitati con la furia del punk italiano, creando un ponte unico tra la nostra tradizione melodica e l’avanguardia più sfrontata.
Il gruppo ha aperto il concerto con una riscrittura intelligente e colta de La danza delle sciabole (o delle spade) un movimento dell’atto finale del balletto Gayane di Aram Il’ič Khachaturian composta nel 1942, riuscendo a restituire la dinamica del brano originale pur non avendo le percussioni e gli altri strumenti dell’organico del balletto originale da cui è tratto, senza la voce di De Leo.
A questa trascrizione che restituisce tutta l’energia del brano originale con l’inconfondibile tocco Quintorigo segue, senza soluzione di continuità, Purple Haze di Jimi Hendrix nella quale De Leo esprime tutto lo spettro delle sue doti vocali. Questo passaggio musicale è una delle cifre del gruppo che riesce a restituire con la stessa credibilità classici russi degli anni quaranta e classici del rock anni sessanta.
De Leo si presenta con 3 diversi microfoni, quello principale che restituisce la voce senza filtri, e altri due nei quali la voce viene modificata non da effetti digitali a posteriori, ma dalle caratteristiche fisiche del microfono: uno (che altro non è che la cornetta di un vecchio telefono analogico, in bachelite) taglia i bassi dando l’effetto audio da vecchia radio, un altro taglia le frequenze medie per dare un effetto più acido, mentre De Leo tira fuori a sorpresa un quarto microfono giocattolo, quello d’un dispositivo per l’infanzia di karaoke, composto da microfono, altoparlante e audiocassetta, che impiega e per ascoltarne l’amplificazione De Leo usa il microfono principale.
D’altronde De Leo gioca coi microfoni per tutto il concerto: pensa a mettere a posto l’altro mentre ne usa uno diverso, raccoglie il lungo cavo del microfono principale, usa un’oscillazione veloce del microfono, rendendo la dinamica musicale della sua voce visiva quasi coreografata.
Tra un brano e l’altro che commenta o dedica al pubblico in platea, De Leo si lascia scappare una preoccupazione sul limite di 85 decibel per i concerti all’aperto, temendo che il gruppo possa piantarsi (ma poi si corregge e dice sicuramente mi pianto io) chiedendo al pubblico se la musica arriva con sufficiente potenza. L’urlo di entusiasmo non può che confermare che, nonostante i decibel ridotti, la musica dei Quintorigo arriva, in tutti sensi.
De Leo si diverte a fare battute sulle canzoni in scaletta, a trasformare il pezzo Grigio, title track del secondo album del gruppo (2000) in gricia spalleggiato da Valentino Bianchi che, prima si chiede se possono dire di essere italiani (loro che vengono dal nord di quel della Romagna) in tempi così sciovinisti e nazionalisti, e poi fa un intervento equilibrato nel quale rivendica l’uso di certe parole in riferimento a certi avvenimenti del nostro presente storico, come la parola genocidio o la parola pace che sono ormai accolte dagli algoritmi come parole pericolose. E poi dedicano il pezzo Deux heures de soleil (dall’album In cattività del 2003) alla libertà del popolo palestinese. Il brano, che nel titolo richiama l’opera di Albert Camus Due ore di sole, riflette sulla privazione, sulla perdita dei diritti fondamentali e sul bisogno viscerale di uno spiraglio di luce e dignità quando si è oppressi e reclusi. Portata sul palco a Testaccio, l’immagine di quelle pochissime “due ore di sole” concesse diventa una metafora potente e immediata per la condizione del popolo palestinese. Il pubblico applaude, aderisce, apprezza e approva.
I testi dei Quintorigo rifiutano la narrazione lineare preferendo un racconto fortemente espressionista e visionario, fatto di ossimori, deformazioni grottesche e surrealiste (l’avanguardia storica) di alto impatto poetico. Le parole delle loro canzoni non costituiscono mai solamente un testo, ma vengono trattate da John De Leo come materia sonora: fonemi sgranati, giochi di senso e cortocircuiti verbali che specchiano perfettamente il coté lisergico dei loro arrangiamenti tra rigore cameristico e furia punk-jazz.
Il concerto è costruito su una scaletta equilibrata che ha visto cover famose come Heroes di David Bowie (tratta dal disco d’esordio) a Fever che diventa un momento buffo dello spettacolo quando De Leo fa prima il verso a Presley (nel fisico e nella voce) e poi con la voce da bambina accenna alle versioni altre del brano (da The Bangles a Peggy Lee) compiendo con i vari registri vocali una sorta di recupero della memoria storica musicale.
Le cover sono alternate a brani memorabili della loro discografia da Rospo a Momento Morto, da Malatosano, nel quale la fragilità del falsetto e le esplosioni gutturali di De Leo si scontrano con l’aggressività degli archi che picchiano con la furia del punk acustico, a Precipitango con le sue sciabolate d’archi e i continui cambi di tempo. Altro momento indimenticabile è l’esecuzione di Nero Vivo che trascina l’ascolto in un’atmosfera cupa e claustrofobica, dove le pennate profonde del contrabbasso e il ricamo inquieto degli archi sostengono un De Leo cupo e minimale, lavorando sui vuoti e sui chiaroscuri prima di far esplodere la traccia in una spirale di rara potenza espressiva.
Kristo, sì! costituisce un vero e proprio assalto sonoro e verbale, tra i momenti più sfrontati e dissacranti della scaletta. Gli archi abbandonano ogni grazia cameristica per farsi ruvidi e percussivi, mentre la voce si lancia in un declamatorio febbrile e tagliente che incarna alla perfezione l’anima più punk, eretica e teatrale della formazione.
E poi, arrivando alla fine del concerto, è la volta della seconda canzone bella (parole di De Leo) portata in Liguria (sempre De Leo) Bentivoglio Angelina (inserito nella riedizione del secondo Album Grigio, del 2000/2001). Questo brano, il secondo portato a Sanremo (vincitore del Premio per il Miglior Arrangiamento assegnato dalla Giuria di Qualità presieduta da Gino Paoli), è costruito su un nucleo da canzone melodica jazz all’italiana degli anni 30 sul quale sono innestati momenti lisergici e punk e dove De Leo spazia dal sussurrato al gutturale al grido, usando anche la parola non cantata. Una delle punte del concerto perchè l’esecuzione non ha nulla da invidiare alla ritmica sanremese sostenuta da un’orchestra e dai cori. Il testo racconta di un femminicidio raccontato con una punta drammatica e un retrogusto grottesco col quale viene decostruita la retorica del sacrificio femminile e denunciata la violenza maschile. Questo in un testo di non immediata leggibilità dove il focus non è il dramma della vittima ma l’inesorabilità della violenza patriarcale.
Dopo Bentivoglio Angelina con cui il concerto si chiude ufficialmente è la volta dei bis anche questi scelti con oculatezza: passiamo dal reggae de La nonna di Frederick lo portava al mare (dal terzo album In cattività del 2003) ad Highway Star dei Deep Purple.
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I Quintorigo hanno la capacità di richiamare un pubblico interessante dal punto di vista demografico. Se il core è costituito da gente che li ascoltava illo tempore, uno zoccolo duro di giovani che vent’anni fa non erano nati o erano ancora in fasce, sono presenti e dimostrano di conoscere le canzoni cantando i testi insieme a De Leo. E questo elemento si aggiunge all’importanza della band la cui proposta musicale-culturale riesce a individuare un pubblico capace di seguire e muoversi in una proposta musicale dove è richiesto un pensiero critico autonomo, non proprio quello cercato dall’industria discografica di oggi e dal sistema di distribuzione della musica.
Una proposta culturale che è continuata anche dopo la separazione: da un lato la band ha continuato a esplorare nuovi linguaggi attraverso cambi di formazione e prestigiosi progetti monografici (da Zappa a Jimi Hendrix e Charles Mingus), dall’altro John De Leo ha intrapreso una carriera solista colta e sfrontata (da Vago svanendo a Il Grande Abarasse), confermandosi come una delle voci più eccentriche e imprevedibili del nostro panorama.
Ritrovarsi oggi sul palco significa ricucire due percorsi di ricerca mai interrotti, dimostrando che la musica dei Quintorigo — che sia dal vivo o no — resta un presidio di resistenza culturale straordinariamente attuale.
Quintorigo & John De Leo
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(5 luglio 2026)
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