In una delle vie del centro di Tuscania un giovane uomo, Antonio Buongrazio, di nero vestito, elegante, munito di casse amplificate e pedana di legno, allestisce un piccolo spazio scenico nel quale si produce in uno spettacolo di tip-tap dance.
Mentre le casse diffondono i classici standard jazz Buongrazio si dimostra un abile esecutore di tip-tap partendo prima da una rivisitazione di brani celebri proponendo poi brani più moderni, che coniugano il jazz con il pop e la fusion.
Cambia il repertorio ma non la bravura dell’esecutore che appronta un proprio stile e genere denominato Tap Fusion di cui è un fine esecutore, nel quale si produce dinanzi un pubblico attento e che sa apprezzare molto un’arte sempre meno frequentata nella quale Buongrazio si distingue come interprete, colto e intelligente.
In un angolo di via, tra un negozio di lavanda e una gelateria, la strada diventa un piccolo palcoscenico con la sua musica e il suo danzatore. Esecuzione precisa, pubblico soddisfatto: direzioniAltre è anche questo.
È poi la volta dello spettacolo De Wallen (t.l. Il muro) dei Poetic Punkers un collettivo di Performing Arts creato nel 2016 a Bruxelles, diretto da Natalia Vallebona e Faustino Blanchut come si può leggere sul loro sito.
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Lo spettacolo nasce dallo studio che è stato sviluppato in seguito a una residenza che la compagnia ha fatto qualche tempora presso gli spazi di Twain Centro produzioni danza e che la direzione artistica ha voluto per il Festival del decennale. Natalia Vallebona, che firma il lavoro portandolo in scena con Camille De Hass e Julia Farber, abitano lo spazio dell’ex Chiesa di Santa Croce di Tuscania dove declinano un intervento artistico fatto di teatro di parola, danza e performance.
Mentre il pubblico sale alcuni gradini che portano al basamento dell’edificio Natalia Vallebona, dall’ingresso del tempio, rialzato di qualche gradino, in un italiano perfetto, accoglie il pubblico e inanella un discorso che parte dalla cura del corpo per irridere progressivamente alcuni topoi della cultura popolare da social fatta di diete bio, corsa o altre forme di esercizio fisico (dallo yoga al pilates), passando per il frullatore portatile produttore di succhi salutari, approdando alla skin care che viene illustrata in cinque step l’ultimo dei quali diventa momento di pantomima.
Dopo aver raccomandato attenzione in quanto la maschera per il viso è molle e quindi difficile da indossare ecco che i movimenti per porre la maschera in viso diventano una silenziosa apologesi della maschera, della quale l’interprete esprime opinioni parlando con una mimica da estasi della quale non percepiamo suono alcuno ma intendiamo lo stesso cosa sta dicendo grazie alla micro-espressività del suo volto.

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Poi, solenne scende le scale, con dei passi meccanici dei quali comprendiamo il motivo solamente quando, una volta raggiunto il basamento, vediamo che indossa degli scarponi da sci…
Mentre con passo ieratico si sposta al lato dell’edificio, sparendo in un ulteriore dislivello del terreno cui si accede da un’altra gradinata un’altra performer, Camille De Hass, sul fondale del lato esterno della ex chiesa si cimenta con pose da body buildress nelle quali sfoggia un corpo tornito e due braccia dagli invidiabili bicipiti. Viene ben presto doppiata da Julia Farber, che indossando un pantaloncino e un toppino trasparente che lascia intravvedere un reggiseno rosso, si avvicina al pubblico indossando delle vertiginose scarpe con tacco 20 (almeno) con fare bambolesco salendo su una sorta di podio laterale sul quale riesce a montare con la sola forza delle gambe (nonostante il pianale le arrivi al punto vita) iniziando una danza dinoccolata ma precisissima che corrisponde alle pose di un ideale servizio fotografico dove l’opposizione delle mani sul volto compongono una serie di scatti mentre il viso si fa teneramente triste, una palpebra le cala e ben presto la verve da diva o da modella si trasforma in una spossatezza malinconica e solitaria.

E mentre la nostra modella esaurisce la carica di entusiasmo e si spegne come un automa che ha finito le batterie ecco che Natalia risalendo dalla scala da cui è scesa prende una donna del pubblico per mano le fa risalire alcuni i gradini aggancia altre persone e, mano nella mano, nella posa che ricorda la danza del celebre quadro di Matisse, porta le persone così unite dall’altra parte del tempio dove c’è un giardino che finisce su un belvedere. Lì una ragazza ipervestita con una giacca e altri indumenti di plastica, cappello e occhiali, si libera degli abiti in una danza che ha la grammatica dello spogliarello sexy ma i gesti sono troppo determinati per essere quelli della sottomissione di certo femminino: la malizia lascia posto alla tenerezza di un gesto naïf fino a mostrare il corpo possente nel quale riconosciamo Camille De Hass, la Body Buildress la cui potenza muscolare le permette di salire su un albero del giardino con la sola forza delle braccia oppure stagliarsi in piedi sul muro del belvedere che lambisce il giardino.
Intanto Julia Farber che adesso indossa anche lei gli scarponi da sci, ci racconta di una sua esperienza in Messico, suo paese natio, dove le capita di trovarsi con la machina in panne su un tratto di strada in mezzo al deserto e dell’incontro casuale con un ragazzo, un incontro che finisce con una danza in un bar gestito da donne e a ballare sono davvero lei e Natalia sulle note di Conchiglie di Andrea Lszlo De Simone, colonna sonora del film le Lycéen (Francia, 2022) di Christophe Honoré. Poi Camille De Hass annuncia che il succo è pronto e lo offre sorridente al pubblico.
De Wallen restituisce la testimonianza di uno sguardo militante e femminile/sta che rielabora alcune idiosincrasie della nostra contemporaneità proponendole sempre con grande rispetto e affetto dove la critica anche se ironica non è mai strumento di una presunta superiorità quanto frutto di un incitamento al ritorno a una umanità comune, disattesa e negletta, con uno sguardo sbilenco che cerca di inserirsi negli interstizi di una bellezza femminile deformata, ripristinando una alterità potente e di immediata accessibilità. Le tre performer osservano questa bellezza del contemporaneo e la restituiscono da più punti di vista con una genuinità e una candore che diventa la vera forza di un approccio politico cui la compagnia articola da tempo discorsi e tematiche con una efficacia che, mettendo in gioco anche anche una residenza site specific, che diventa occasione per approntare uno spettacolo ex novo, che dimostra tutta la dirompenza di un approccio senza sovrastrutture che arriva a qualunque pubblico, trovando in ogni persona un elemento di assonanza e di empatia.
Un grande momento di una seconda giornata di Festival articolata e molto varia.
E poi la volta di Leonardo Metz, un giovane musicista di Tuscania, che ha già animato la prima serata di dopofestival con un dj set non convenzionale atto a sostenere la conversazione del pubblico e non a farlo ballare, che ha presentato un concerto di musica elettronica, dal titolo Paesaggio Residuo (titolo del suo secondo album) nel quale partendo dal rumore delle pale eoliche campionate, appronta a delle sonorità suggestive e molteplici. Una articolazione del suono elettronico nel quale Metz ottiene dal pubblico una immersione totale tenendolo nel buio di una platea illuminata solamente da un video proiettore che, posto alle spalle del musicista, investe la platea che viene investita da un raggio di luce che prende forma grazie ai riverberi luminosi creati dall’interazione con una macchina del fumo.
Il videoproiettore illumina la platea tramite una rielaborazione grafica della musica suonata tramite delle forme geometriche proiettate che prendono forma alle spalle del pubblico e nell’aria pregna di fumo.

Orginario di Tuscania Leonardo Metz è fondatore e direttore creativo di Hyperacustica e Malditerra Records, il cui lavoro si caratterizza per la ricerca sulla materialità del suono all’interno del contesto digitale. Con Paesaggio Residuo, Metz indaga l’inquinamento acustico prodotto dalle fonti di energia rinnovabile, come le pale eoliche, componendo una musica si muove tra paesaggi sonori e composizione musicale proponendo una riflessione sulla transizione energetica e su come questa stia ridisegnando l’ambiente e la qualità della vita nelle aree rurali dell’Italia centrale poco abitate ma con costante presenza umana.
Un’esperienza totale che ingloba il pubblico in un ascolto multisensoriale fatto con le orecchie ma anche con gli occhi e il corpo.
Una ricerca musicale da approfondire e frequentare assiduamente.
Infine nel suggestivo anfiteatro del Parco di Torre Lavello, la compagnia Twain di Loredana Parrella ha presentato la sua ultima fatica, Sogno, un’articolata rielaborazione dell’opera shakespeariana alla quale il gruppo lavora da oltre un anno.
Impiantato sulle coordinate del teatro di strada e della performance totale, lo spettacolo declina la celebre commedia elisabettiana con un’esuberanza disinvolta e un ritmo incalzante, trasformando il “bosco incantato” nell’alveo nevrotico e affascinante di un locale in crisi finanziaria alla vigilia di un evento decisivo: il matrimoni di Teseo.

La drammaturgia stratificata mette in scena le tensioni di una compagnia alle prese con tempi stretti, bollette e un allestimento impossibile. Il binomio composto dall’impresario-visionario e dal suo socio travolto dai debiti diventa l’innesco per un’esplorazione dissacrante dei rapporti di potere e di genere. Le continue, estenuanti prove del corpo di ballo coordinate dalle figure di Oberon e Titania, unite all’irruzione surreale di una drammaturga straniera, che non parla italiano, creano un cortocircuito metateatrale che parla con straordinaria concretezza della precarietà del lavoro artistico di oggi.
Anziché rifugiarsi in un’analisi didascalica o ideologica, Sogno sceglie la via dell’eccesso grottesco.
I bisticci tra i personaggi e le provocazioni verbali — come gli scambi sfrontati affidati a un Puck androgino e dirompente — non sono semplici scorciatoie, bensì lo specchio di una tensione da backstage portata al limite dell’esasperazione. Allo stesso modo, l’apparizione corale con le maschere da clown e l’uso seriale delle parrucche bionde non figurano come meri spunti goliardici, ma come un’efficace scelta di regia: la progressiva perdita di identità e la caduta delle maschere sociali trasformano la farsa in un’allucinazione tragicomica di forte impatto simbolico.

Sul versante coreografico, la produzione rivela una qualità esecutiva di prim’ordine. L’organico della compagnia mostra una tecnica impeccabile, amalgamando con fluidità il linguaggio della danza contemporanea con quello della prosa. Notevole la prova di Yoris Petrillo che, muovendosi con disinvoltura tra recitazione e gesto coreografico, in una figura androgina dal forte magnetismo visivo (gonna e lunghi capelli marcati), incarna perfettamente la natura fluida e destabilizzante del teatro shakespeariano. Non sono da meno gli altri e le altre interpreti come nella scena del cavallo durante la quale la foga del racconto sfocia in una comicità quasi epica e straniante: tra il galoppo immaginario, l’ossessione per il Palio di Siena (compresa una messa in pausa nella quale si ripetono al rallentare gesti ed espressioni) la follia del personaggio si fonde perfettamente con la disperata frenesia di chi cerca di far partire lo spettacolo a tutti i costi.

A sostenere la grande macchina scenica — che vede impegnati ben nove interpreti Caroline Loiseau, Aleksandros Memetaj, Yoris Petrillo, Ugne Kavaliauskaite, Dinu Corminboueuf, Catarina Ramos Nunes, Anne-Gaëlle Stephant, Camille Cibrot, Matteo Vairo — contribuisce in modo determinante la musica di Fabio Recchia, eseguita dal vivo, capace di dettare i tempi di un ingranaggio spettacolare potente e generoso.
Il congedo finale, affidato ai cartelli componibili con il celebre richiamo al “Sogno” e alle scuse al pubblico, chiude il cerchio di un’operazione che non vuole impartire lezioni, ma regalare una pura, catartica illusione teatrale.
Il pubblico numerosissimo ha risposto con risate a scena aperta, applausi scroscianti ed entusiastici “bravi” lanciati a gran voce: la conferma diretta di una comunità teatrale che si è riconosciuta con gioia nella generosità e nel talento di questo straordinario Sogno.

Anche la seconda giornata di programmazione di direzioniAltre ha mostrato la sua vocazione eclettica programmando una intensa giornata di musica, di performance, di teatro e di danza.

Visti per voi a Tuscania nell’ambito del Festival direzioniAltre il 22 agosto 2026.
(25 agosto2026)
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