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direzioniAltre: il premio sotto il microscopio

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Entriamo ora nel merito del Premio Twain_direzioniAltre, nato a sostegno della produzione, della residenza artistica e della circuitazione di autori e autrici Under 40 (con meno di 41 anni al 31 dicembre 2026).

Il Premio è promosso da Twain in partnership con A.T.C.L. (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio – Circuito Multidisciplinare Regionale), TenDance – Festival di Danza Contemporanea, Orbita/Spellbound – Centro Nazionale di Produzione della Danza, Tersicorea T.off – Officina delle Arti Sceniche, Med’Arte, Vera Stasi, Dominio Pubblico, Mirabilia Festival, Compagnia Arearea, Fondazione Egri (Centro di Rilevante Interesse per la Danza) e Diesis Teatrango, con il contributo del MiC – Ministero della Cultura, della Regione Lazio, del Comune di Tuscania e del Comune di Canino.

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Rivolto ad artisti e artiste d’Italia e d’Europa, il riconoscimento accoglie progetti di danza contemporanea in fase di studio o allestimento che non abbiano ancora debuttato nella loro forma definitiva. Si tratta di un Premio articolato, capace di offrire sia concrete opportunità professionali sia un solido supporto economico (i cui dettagli sono consultabili nel bando ufficiale).

Le realtà della rete partner hanno selezionato sei progetti finalisti, presentati nella serata conclusiva del Festival dopo essere stati visionati dalla giuria a porte chiuse.
I lavori in concorso, tutti di alto profilo e dalle distintive cifre stilistiche, testimoniano la vitalità dell’iniziativa e la capacità del Festival di intercettare alcune tra le realtà più interessanti della scena coreografica nazionale e internazionale.

Il primo spettacolo che abbiamo visto è stato F. JELLY del Collettivo Baffoni/Perugini.

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Lo spettacolo, già presentato alla corte della mole vanvitelliana di Ancona ha mantenuto la sua natura site specific in una duplice articolazione: l’ex chiesa di Santa Croce  e l’anfiteatro del Parco di Torre di Lavello.
Il titolo F. Jelly gioca con la traduzione inglese di medusa (jellyfish): un appellativo generico che si trasforma in nome proprio, aprendosi a suggestive declinazioni di senso. Lo studio esplora il rapporto (im)possibile tra l’essere umano e questo invertebrato marino — privo di struttura ossea, composto quasi interamente d’acqua e materia organica, guidato dalle correnti e dotato di tentacoli urticanti per nutrirsi e difendersi.

Mentre il pubblico prende posto i due danzatori e la danzatrice sono già in scena,  a terra. I due uomini sono avvolti in un abbraccio organico nel quale le due teste sono nascoste dai busti e, prospetticamente, sembrano costituire un unico lungo corpo articolato con quattro gambe e quattro braccia. La donna, anche lei sdraiata, è posta su un dislivello di modo che i capelli lunghi possano pendere e lambire lo spazio ricordando i tentacoli della medusa.

La prima parte della coreografia vede proprio il risveglio della “ragazza-medusa”, che esplora lo spazio con movimenti dapprima lenti e cauti, poi via via più articolati, mentre il suo sguardo cerca un contatto visivo con la platea.

Nel frattempo, i due danzatori mantengono inizialmente la loro forma anatomica fusa mentre si sollevano; solo in un secondo momento emergono come identità distinte. Continuano comunque a muoversi in stretta prossimità, sfiorandosi in un andirivieni sviluppato sia sull’asse sagittale (avanti-dietro) che su quello verticale (alto-basso), a evocare il flusso delle maree. Ben presto la dinamica coinvolge anche il corpo della danzatrice, attraverso un continuo scambio di sostegni: una presa iniziata da un danzatore si completa sul corpo dell’altro, mentre lei cerca il contatto non con il suolo, ma attraverso i piedi poggiati sui compagni di scena.

Ne nasce una costruzione di passi a tre articolata e controllatissima, dove il movimento per quanto energico si esprime sempre in un movimento lento e continuo con alcuni guizzi che però si attestano in una continuità ipnotica, grazie anche alla partitura sonora che spazia da Purcell alle musiche originali di Graziana Morale.
Tramite una scrittura coreutica misurata F. Jelly  alterna presenza a sparizione, azione  ad abbandono, costituendo una indagine sul corpo e sull’identità, sospesa tra istinto e consapevolezza, tra distanza biologica e prossimità comportamentale, che si legge nel programma di sala.

Lo studio è stato ideato da Nicholas Baffoni e Camilla Perugini, entrambi nati nel 1997 nelle Marche, cui si affianca Leonardo Carletti, che ha sostituito Alberto Bargnesi (e un po’ si nota).
Prodotto da HUNT C.d.C. F. Jelly presenta tre interpreti dalla notevole preparazione fisica cui si accompagna una sensibilità coreografica notevole in una produzione di difficile resa che riesce a convincere nonostante l’esecuzione site specific all’aperto rischi di distrarre dalla coreografia (soprattutto nella prima location che sporca i tre interpreti di terra e foglie) invece di sostenerla, ma il rigore di Nicholas Baffoni, Leonardo Carletti e Camilla Perugini smarca da qualunque distrazione e dà una grande credibilità a una coreografia che sa declinarsi come grande prova di danza e anche di umanità.

F. Jelly (studio)
ideazione: Nicholas Baffoni e Camilla Perugini
coreografia e interpretazione: Nicholas Baffoni, Leonardo Carletti, Camilla Perugini
assistenza alla drammaturgia: Marco Lattuchelli
musiche originali: Graziana Morale
musiche: H. Purcell
produzione: HUNT C.d.C.

Lasciate le location della performance site specific ci siamo spostati nel supercinema dove abbiamo assistito alle altre cinque proposte finaliste.

SOS, esercizi di sostentamento reciproco di Sara Gaboardi e Francesca Pagnini presenta in scena una striscia rettangolare costituita da un prato finto.  Su questo elemento scenico compaiono emergendo dal buio le due interpreti, simili ma distinte, che sono prima ai bordi del rettangolo e poi cercano di entrare nel rettangolo erboso strisciando a terra raggiungendosi ed entrando in relazione. Attraverso una serie di passi dove il peso è condiviso e l’una sostiene l’altra, lo spettacolo indaga le possibilità espressive del sostegno reciproco che trova equilibri, si spezza, si ricompone.
Luci e partitura sonora sono attenuate per permettere una fruizione inclusiva considerando come una luce troppo forte possa essere di disturbo a chi ha una sensibilità o una disabilità visiva mentre lo stesso vale per la musica che, troppo forte, può assordare o entrare in contrasto con i dispositivi acustici di chi ha difficoltà uditive.

Questa sensibilità all’incisività non è una presa di principio ma fa parte dall’esperienza di una delle due interpreti che mette così a disposizione una suo sapere condividendolo con il pubblico.
L’inclusione non è dunque solamente quella potenziale del pubblico ma quella concreta e in essere di una delle due interpreti che cambia le regole del gioco disegnando una danza con alcune caratteristiche diverse (luci, suono) che non costituiscono solamente un marcatore di stile ma una necessità, in un legame di reciprocità tra i due personaggi insieme in scena dove il sentire comune permette un sostegno che non è mai unilaterale, proprio come la danza di queste due interpreti che ci regalano una coreografia ricca di spunti e di possibili sviluppi.
Intanto una grammatica coreutica che vede le due danzatrici prestarsi a passi e movimenti energici senza alcun limite di genere (e dove la preparazione fisica permette quello che certa tradizione voleva impossibile); una danza, anche, che si sviluppa sul limite fisico dello spazio delimitato dalla striscia di prato artificiale che diventa al contempo zattera di salvataggio e spazio fisico di reclusione in una duplicità che viene ribaltata continuamente dalla verve coreutica delle due interpreti dove l’atteggiamento all’ascolto o all’accoglienza apre possibilità in entrambe le interpreti che da questa interazione acquisiscono esperienza e autonomia.

SOS, esercizi di sostentamento reciproco
Di e con Gaboardi/ Pagnini
Una produzione di Lost Movement
Con il sostegno di Centro ArteMente
Consulenza Drammaturgica: Christian Consalvo
Composizione e Studio Sonoro: Sabrina Boarino
Costumi: Alice Musso, Mariantonietta Gattulli

 

Di MUGA di Francesco Paolino, danzatore e coreografo italiano con base a Rotterdam, avevamo già avuto modo di parlare in occasione della programmazione al Festival Fuori Programma – Primi Tempi. Rispetto alla versione vista a Roma — dove l’elemento fisico scaturente dai corpi in scena era la farina, impregnando l’aria e il palcoscenico —, qui troviamo un differente dispositivo scenico: il fumo che fuoriesce dalle giacche dei due interpreti.

A scena ancora semibuia, chi danza — in boxer e maglietta — si appropria delle giacche e dei pantaloni adagiati sul piano del palcoscenico. Sono due abiti che ricordano le divise da operaio che, appena indossate, inducono i due interpreti a un movimento all’unisono: una sequenza rigida, speculare, meccanica, in cui braccia e mani scandiscono gesti reiterati come quelli di due automi o marionette industriali, sostenuti da una musica. Le mani percuotono i gomiti e battono sui palmi, evocando l’ossessione per la produttività e la prestazione. È una danza asservita a una consegna invisibile, dove l’assenza di contatto fisico viene ribadita da sonorità metalliche e di matrice industrial che richiamano i ritmi alienanti della catena di montaggio.

Poi, senza brusche fratture, la drammaturgia scarta. Una micro-variazione, un’incrinatura nell’eseguire il gesto spezza l’automatismo e schiude lo spazio all’ascolto. La prossimità diventa così occasione di contatto. I corpi iniziano a sfiorarsi, fondando su quel gesto uno scambio che parte da un confronto nervoso per assestarsi su una solidarietà ritrovata: gli avambracci trovano appoggio sul braccio altrui e, quando una delle due figure cede accartocciandosi su sé stessa, l’altra la accoglie, sostenendone il peso. Il passo a due scardina la ripetizione e si trasforma in una conquista condivisa dello spazio. La dinamica coreografica celebra un’interazione organica, faticosa ma autentica, in cui il contatto non risponde a uno schema preordinato, bensì alla ricerca viva dell’altro. La danza finisce per abitare gli interstizi tra i corpi, colmando quella distanza fisica che prima isolava chi eseguiva il movimento.

Il ritmo si fa via via più serrato, quasi parossistico. L’aria, resa opalescente dal fumo che scaturisce dalle giacche, si carica di tensione drammatica fino a farsi cornice visiva del collasso di un intero sistema sociale e industriale. In questo clima denso, i due corpi si ritrovano attirati l’uno verso l’altro fino a fondersi in un bacio sulle labbra — un estremo, disperato gesto di bellezza prima del precipizio — a cui segue la separazione finale.

MUGA si conferma una creazione coreografica incisiva e dal tratto distintivo. Il titolo attinge direttamente alla filosofia giapponese, evocando la condizione del “non-sé” (muga), il vuoto in cui l’io si scioglie affrancandosi da desideri, aspettative e attaccamenti. Sul piano scenico, questo assunto si traduce in una progressiva spoliazione: i due interpreti si liberano dalle sovrastrutture e dal diktat della prestazione per abitare una dimensione rigenerata, dove il gesto smette di essere pura esecuzione tecnica per farsi accoglienza dell’altro.
La prova di Francesco Paolino e Tom Blanc incanta per la purezza dell’esecuzione e la precisione coreutica, componendo un inno alla resilienza umana.

MUGA

Coreografia, Concept Francesco Paolino
Danzatori Francesco Paolino
Tom Blanc
Assistente alla coreografia
Rebecca Fabbri
Musiche di Cristóbal Tapia de Veer

E’ poi la volta di Sokubaku coreografia che nasce come primo studio sulla dipendenza affettiva e sulle dinamiche di potere che attraversano una relazione.
La coreografia cui abbiamo assistito costituisce  il punto di partenza di una ricerca che vuole esplorare  il legame affettivo attraverso il tema del tempo e della sua diversa declinazione nelle diverse età della vita. Lo sviluppo dello spettacolo prevede una struttura articolata in tre diversi momenti – età adulta, infanzia e vecchiaia – attraversati dalle stesse due persone.
La parte presentata a direzioniAltre è quella relativa all’età adulta e riguarda il conflitto.

In scena campeggiano due sedie mentre due giovani personaggi, interpretati da Lorenzo Di Rocco e Henry Tanzini, si presentano presi da loro stessi. Il più giovane mangia una mela con disinvoltura e spensieratezza; l’altro è concentrato nella lettura di un libro. Nonostante questa concentrazione in se stessi entrambi sono legati in un contatto in comunicazione anche se non si parlano e, apparentemente, non si guardano.
Li vediamo con le braccia incrociate, mentre uno legge e l’altro morde la mela. Il più giovane sembra assecondare l’altro nei suoi movimenti, nella sua intenzione di muoversi per continuare a leggere.
Ne nasce una reazione al legame fisico che precipita subito in una sequenza di movimenti coreografici: uno si siede, l’altro trova posto impossibile nella stessa sedia, arriva a sedersi tra la schiena e il collo dell’altro. La coreografia è sempre espressione di un legame affettivo, della loro relazione, che porta  porta a dei movimenti che prendono subito una forma coreografata, in una continuità di movimenti dalla vita alla danza. Se volete dal privato al pubblico, dal fisico al relazionale.

Il pubblico individua subito nella relazione danzata una dipendenza affettiva che necessita di un continuo spostamento dei rapporti di forza. Il contatto, la condivisione del peso, il sostegno che i due corpi attuano o richiedono, sono un terreno di negoziazione dove chi si prende cura può esercitare un controllo e quel che sostiene diventa in effetti anche espressione del trattenere. Questa dinamica è espressa sia dal versante della danza che da quello della relazione umana. Il silenzio, il ticchettio che ricorda il tempo che passa, e una partitura sonora ad alto contenuto emotivo sostengono il lavoro egregiamente.

Sokubaku è una parola giapponese che dà il titolo allo studio, che può essere tradotto con vincolo o costrizione adombrato da un significato negativo di chi cerca di limitare la libertà dell’altro, creando una sorta di “dipendenza” psicologica.

La coreografia allestisce un paesaggio coreografico (prendiamo l’espressione dalla bellissima presentazione, anche graficamente, del progetto) nel quale la danza tramite un dialogo continuo tra  tensione e resa, forza e vulnerabilità, apre un dubbio, suggerisce un punto di vista altro, mostrando com chi percepisce la propria possanza dipenda profondamente dalla vulnerabilità di chi si sottomette mostrando la dualità di un rapporto affettivo dove i margini tra chi sperimenta la dipendenza e chi si nutre della subordinazione altrui sono interscambiabili perchè ogni dipendenza è una forte catalizzatrice di potere mentre ogni forza è l’altra faccia della vulnerabilità.

La sottile dolcezza con cui i due interpreti interagiscono giocando col l’interazione dei loro personaggi, la complessità dell’esecuzione e la bravura di chi la interpreta si produce in una coreografia  mai fine a se stessa ma sempre preoccupata a restituire l’emozione della relazione affettiva. Una coreografia che non giustifica mai la prevaricazione e non assolve chi trattiene, chi prevale, chi induce alla dipendenza psicologica ma mostra come il rapporto affettivo sia un meccanismo complesso e proteiforme nel quale  gli elementi della coppia assumono in momenti diversi l’alveo della dipendenza. Nel dialogo corporeo, i corpi diventano simboli di un rapporto dualistico: chi si sente schiavo della dipendenza e chi si nutre della subordinazione altrui. Ma chi detiene davvero il controllo? E chi è davvero prigioniero? Sokubaku invita il pubblico a riflettere sul concetto di forza come dipendenza camuffata e sul ruolo della vulnerabilità come potere potenziale.
La coreografia  prende forma davanti al pubblico al quale non viene chiesto di giudicare i due personaggi ma di permettergli di riconoscere dinamiche condivise dove l’autonomia diventa un mito che interferisce con le relazioni interpersonali e dove i conflitti vengono attraversati piuttosto che risolti.

La riuscita della drammaturgia risiede tutta nella capacità dei due danzatori di restituire con l’espressione del viso la stessa forza del corpo danzante in una relazione coreografata nella quale gli interpreti si divertono tanto quando i personaggi.

Sokubaku

di e con Lorenzo Di Rocco e Henry Tanzini
produzione RawTalesCompany, Giardino Chiuso
con il supporto di The Gate, Area Dansa – Espai de Creació (Barcellona)
con il contributo di Regione Toscana.

* * *

 

Camaré è la poesia d’amore che non ho mai scritto sul foglio.
E come qualsiasi poesia d’amore, ognuno la leggerà a modo suo,
pensando a volti diversi e memorie incise
Glenda Gheller

 

In scena una ragazza porta una brocca colmo di acqua che sistema su di un alto sgabello. Deve infilarci un mazzetto di basilico con tanto di radici e per evitare che la bocca strabordi deve bere un poco d’acqua direttamente dalla brocca.  Una volta sistemato il mazzetto di basilico inizia la sua danza  sostenuta dalle note de L’edera cantata da Nilla Pizzi. La musica dà il la a una danza solitaria nella quale la danzatrice ritrae tutti gli effetti dell’amore, dal coinvolgimento all’entusiasmo all’attrazione per l’amato bene, senza che la controparte si palesi mai. L’amore è qui preso come totale adesione della singola persona chiamata ad averne cura proprio come si deve avere cura del fragilissimo ed esigente basilico.

Il movimento conquista lo spazio su più livelli: dal lavoro a terra alla posizione eretta, fino agli appoggi su uno sgabello che amplificano gli slanci e le proiezioni del corpo.
Un corpo che conosce ogni momento di un sentimento che lo attraversa e lo percuote fino a un conclusivo lancio del bouquet (il mazzo di basilico) che è anche la fine dell’amore ed ecco che dall’interno della giacca un nuovo mazzolino di basilico prende il posto di quello precedente e la dinamica amorosa è pronta a ricominciare da capo.

Camaré parola inventata dalla coreografa Glenda Gheller, che contiene al suo interno la parola amare, è un lavoro che parte dalla fascinazione della sua interprete per la poesia d’amore e affronta il divenire dell’amore in tutte le sue fasi dal perdersi nell’innamoramento, all’incontro con il bene amato quando è ancora un rischio perchè non lo si conosce e poi dalla perdita sostenuta dalla speranza che ci sia ancora modo per rimettersi in gioco.

Propio nel momento in cui mostra come l’innamoramento sia un movimento spontaneo e autonomo solitario e indipendente Camarè sottolinea il fatto di non essere, nostro malgrado, da soli o da sole e che l’amore mostrato nella coreografia è quello per l’amore stesso.

Gheller sfoggia doti coreutiche di primo piano e una maturità scenica sorprendente, tale da rendere lo spettacolo assai più interessante e universale di quanto non sarebbe stato se a interpretarlo fosse stato un uomo (come, pure, era previsto in un primo momento). Con la fortissima espressività di un volto costantemente in bilico tra lo stupore e la malinconia, Glenda Gheller incarna la propria coreografia con un’intensità magica e un’energia indimenticabili.

Camarè

Coreografia di Glenda Gheller in collaborazione con il performer Mattias Amadori.
Musiche originali di Eugenio Distante e Marco Rigoni
Altre musiche:
L’Edera | Nila Pizzi
Pena de l’alma | Vinicio Capossela

Infine, last but not least, è stata la volta di Dinner is Served nel quale Francesca De Girolamo interpreta questa giovane ragazza piena di aspettative culinarie che vuole cucinare una carbonara. L’acqua bolle, ne sentiamo il rumore, il guanciale rosola, lo sentiamo sfrigolare, la giovane legge la ricetta che suggerisce l’aggiunta di panna nelle uova con sua grande meraviglia. La verve ironica della coreografia è sostenuta da un uso adeguato delle musiche: al suggerimento della panna scatta l’incipit della quinta di Beethoven (e non è l’unico impiego ironico della musica classica).
Tra incidenti culinari, il barattolo del pepe che versa tutto il suo contenuto nella ciotola con le uova, alla reazione allergica al pepe dopo aver provato a saggiare se nonostante l’incidente il preparato sia  mangiabile, gli starnuti della preparatrice cuoca danno il là a una serie di passi di danza classica con tanto di entrechat.  La tenacia del personaggio la induce a usare la panna per cercare di salvare la preparazione, ma alla fine quando il piatto è ormai irrimediabilmente rovinato,  l’interprete si produce in un desolato sono stanca che conclude la coreografia.

Screenshot

Dinner Is Served  non è solamente un divertissement nel quale si assiste al maldestro tentativo di approntare un piatto la cui ricetta è suscettibile di restrizioni culinarie e interdizione sugli ingredienti ma è una coreografia che non è costruita solamente in funzione della ricerca di un effetto comico, ricca di elementi creativi (l’ingresso in scena per spegnere il classico timer a forma di uovo col giusto ritmo al lunghissimo spaghetto che campeggia a terra nel quale la nostra si arrotola e poi si solleva riuscendo  a disimbrigliarsi) ma è, e rimane, una coreografia con innesti classici ben eseguita e che ha ragione di essere al di là della sua verve comica.
Un lavoro di rara intelligenza che il pubblico ha apprezzato capendo le idiosincrasie e apprezzando il coté più direttamente coreutico senza dimenticare di apprezzare il gusto da slapstick dove tutto quello che può andare male va sgangheratamente male.

Dinner Is Served è un bel biglietto da visita per la sua interprete e creatrice perchè coniuga la danza  con la performance e il teatro facendo ridere rimanendo tra le maglie rigorose di una grammatica coreutica esigente tanto quanto la ricetta che la nostra va maldestramente a preparare.

DINNER IS SERVED
Concept e coreografia: Francesca De Girolamo
Interpretazione: Francesca De Girolamo
Coaching: Natalia Vallebona, Ezio Schiavulli
Musica:
– Sinfonia No.7 in A Major, Op.92: II. Allegretto – di Ludwig van Beethoven
– Mini Andante – di Dick Walter e David Walter
– Piano Sonata n.8 in C Minor, Op.13 “Pathètique”: I. Grave – di Ludwig Van Beethoven
– Sinfonia n.5 di Ludwig Van Beethoven
– Violin di Groovin Gecko
Durata: 15 minuti (studio)
Con il sostegno di Associazione Riesco (Network Internazionale Danza Puglia), Zebra
Cultural Zoo, Abbondanza Bertoni e Danspunt (BE).

Come avete già avuto modo di leggere la giuria della decima edizione del Premio Twain DirezioniAltre 2026 si è trovata di fronte a una sestina di finalisti di eccezionale tenuta e spiccata varietà stilistica.
L’assegnazione del premio principale a Sokubaku di Lorenzo Di Rocco e Henry Tanzini (prodotto da RawTalesCompany e Giardino Chiuso) appare assolutamente impeccabile e coerente con la vocazione originaria di un bando fondato sulla residenza e sul sostegno alla creazione.

Tra le proposte visionate, Sokubaku è infatti il lavoro che esprime la trasformazione più fertile un’opera dalla struttura drammaturgica felicissima, che possiede un margine e un potenziale di modifica e sviluppo ancora altissimi: la residenza artistica sarà il terreno ideale per guidarla verso la sua definitiva espansione.

In quest’ottica, il verdetto tracciato dalla giuria disegna un’architettura di sostegni e opportunità estremamente mirata, in cui le residenze e la programmazione assegnate rispondono al grado di maturazione e alle esigenze fisiologiche di ciascuna ricerca:

  • MUGA di Francesco Paolino (in scena con Tom Blanc, e insignito anche della menzione degli Spettatori Attivi) si conferma l’opera forse più compiuta, definita e strutturata nella propria identità. una macchina coreografica di impeccabile precisione, già pronta e felicemente avviata lungo i propri canali distributivi. L’inserimento nella programmazione del Festival Mirabilia e della Fondazione Egri ne ratifica con merito la prontezza ad abitare palcoscenici di rilievo.

  • SOS, esercizi di sostentamento reciproco di Sara Gaboardi e Francesca Pagnini trova nelle doppie residenze (Mirabilia e Spazio Rossellini via ATCL) il tempo di cantiere necessario per approfondire un’indagine etica e formale di rara sensibilità.

  • Camarè di Glenda Gheller sfrutterà la residenza artistica a Mirabilia per far decantare e sviluppare una drammaturgia intima e poetica capace di trasformare una danza solitaria sul divenire dell’amore in un’esperienza universale e trascinante.

  • Dinner is served di Francesca De Girolamo ottiene anch’esso una fondamentale residenza a Mirabilia. Il progetto coniuga la verve comica da slapstick con il rigore di una grammatica coreutica esigente di matrice classica, offrendo materia preziosa da rifinire ed estendere nel tempo di lavoro garantito dal tutoraggio.

  • F.JELLY del Collettivo Baffoni/Perugini (in scena con Leonardo Carletti) si aggiudica la programmazione estiva della Fondazione Egri. Lo studio, una complessa indagine sulla fluidità biologica e corporea ispirata alle meduse, ha dimostrato grande nitore esecutivo e tenuta fisica, confermando la bontà di una proposta già fresca e matura per il contatto con il pubblico.

Questo verdetto ribadisce come il Premio Twain_direzioniAltre si affermi quale autentica fucina creativa, capace di saldare in un unico percorso fluido la creazione, la residenza e la distribuzione.
In un contesto dello spettacolo dal vivo troppo spesso frammentato, una realtà in grado di articolare una filiera così concreta rappresenta un presidio indispensabile a sostegno della danza contemporanea, alimentandola con risorse civili, produttive e di visione reali.

Visti per voi al Festival direzioniAltre di Tuscania il 23 agosto  2026

(27 agosto 2026)

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