DA LEGGERE

Pubblicità
HomeTeatro #VistipervoiMuga: il corpo liberato dall'ingranaggio

Muga: il corpo liberato dall’ingranaggio

SEGUI GAIAITALIA.COM SU

I due performer, vestiti con giacche e pantaloni di cotone jeans ampi, che assecondano le linee del gesto, si stagliano quasi anonimi sulla scena, a causa di una penombra che ne rende riconoscibili le fisionomie ma non i dettagli del viso.
Si muovono all’unisono, ripetendo sequenze rigide di gesti speculari, come automi meccanici o burattini: mani che battono sui gomiti, sugli avambracci, mani che battono sul palmo come a indicare la necessità di un risultato, di un prodotto.

È una danza guidata da comandi invisibili, in cui i due corpi non si toccano mai, scandita dal brano industrial Light Movement/Nova Huta di Eran Sachs, le cui sonorità metalliche evocano l’alienazione delle catene di montaggio e delle periferie siderurgiche. Sotto i piedi dei due danzatori la farina, sparsa sul palcoscenico fin dall’inizio della performance, crea un’aria polverosa, sporcando il corpo degli interpreti, quasi a materializzare l’attrito e il logorio della routine di quei gesti.
Lentamente, senza soluzione di continuità, la coreografia compie uno slittamento. Quell’unisono alienante si incrina a causa di un piccolo errore, di una piccola varianza, che apre la via all’esplorazione del sensibile.
I due corpi, vicini, disponibili, a portata di passo, iniziano a sfiorarsi, a toccarsi. Da questo contatto scaturisce immediatamente una profonda solidarietà e reciprocità: gli avambracci vengono sorretti dalle braccia dell’altro; quando uno dei due interpreti si accovaccia e si …accartoccia su se stesso, l’altro lo accoglie e lo sostiene con cura.

LEGGI ANCHE

Il corpo superstite: l’ostinata resilienza del “lupo di mare” di Emilia Quinoñes

E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare Giuseppe Ungaretti 14/2/1917 All'inizio...

foto di Giuseppe Follacchio

Il passo a due si trasforma così in una forma di collaborazione, in una dinamica di esplorazione e conquista congiunta dello spazio circostante. La danza diventa tributo alla possibilità di avere un’interazione di altra natura, più intensa, più faticosa, dove il contatto reciproco è il risultato dell’esplorazione di uno spazio in cui non si è mai soli, e dove l’interazione non è irrigidita entro strutture predefinite ma si declina in una esplorazione organica, vera, viva, squisitamente umana.
I due danzatori non esplorano soltanto lo spazio circostante, ma si insinuano nello spazio interstiziale che vive tra i due corpi, riempiendo quei vuoti fisici che prima costituivano una distanza.
La danza si fa sempre più energetica, quasi parossistica. Lo spazio, reso più visibile dall’opalescenza della farina che si diffonde nell’aria, viene investito dalle parole apocalittiche di The Dead Flag Blues dei Godspeed You! Black Emperor: un recitativo cupo sul collasso di un’orribile macchina sociale e industriale che sanguina a morte.
Lo spazio sonoro diventa l’attrattore di due corpi in una danza che si scioglie nell’agnizione di un bacio sulle labbra – l’ultimo disperato atto di bellezza e umanità prima dei “giorni della fine” – che porta alla conseguente separazione dei due e alla conclusione della coreografia.

La penombra, che per tutta la durata del pezzo ha protetto l’intimità dei due interpreti, non permettendo di scorgerne chiaramente i lineamenti, si dissolve solamente nel momento degli applausi, quando il pubblico puoi finalmente percepire chiaramente i volti, giovani e abbacinati, di Tom Blanc e Francesco Paolino, tributando loro i meritati, lunghissimi ed entusiasti applausi.

Muga, terzo elemento del trittico Primi Tempi  presentato nella giornata d’apertura del Festival Fuori Programma (in sinergia con Dominio Pubblico che conclude invece la sua programmazione), si rivela una coreografia potente e dallo stile inconfondibile. Il titolo evoca direttamente la filosofia giapponese per indicare quella condizione di vuoto in cui l’io si dissolve, liberandosi da attaccamenti, aspettative e desideri.
In scena, questo principio filosofico si traduce nella progressiva spoliazione dei corpi: i due interpreti si liberano dalle sovrastrutture meccaniche e dall’ansia da prestazione per abitare un vuoto rigenerato, dove il movimento smette di essere pura esecuzione e diventa accoglienza dell’altro.
La danza di Francesco Paolino e Tom Blanc si sviluppa così in un equilibrio perfetto di bellezza, purezza e nitore coreutico, offrendo un tributo alla resilienza umana che infonde un irrinunciabile sentimento di speranza in un momento storico incerto come il nostro.

LEGGI ANCHE

Ingresso Libero: la coreografia dell’assenza tra ironia e ritorno

Una ragazza entra in scena, una camicia su un paio di culotte. Deve partire, è nervosa, non sa...

Come raccontato dallo stesso Paolino nell’incontro post-spettacolo, il lavoro nasce come reazione allo stress estenuante delle audizioni internazionali, un sistema spietato che riduce l’arte a pura produzione e il danzatore, la danzatrice, a un ingranaggio perfetto.
È proprio contro questo meccanismo alienante che la coreografia si oppone rompendo la gabbia dell’unisono e della catena di montaggio gestuale, mentre i due interpreti riescono a ritrovare nell’incontro autentico con l’altro, l’essenza stessa del movimento e dell’umano.

MUGA
Coreografia & concept: Francesco Paolino
Assistente coreografia: Rebecca Fabbri
Con: Tom Blanc, Francesco Paolino

Visto per voi al Teatro India di Roma il 28 giugno 2026

(1 luglio 2026)

©Gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata