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Ingresso Libero: la coreografia dell’assenza tra ironia e ritorno

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Una ragazza entra in scena, una camicia su un paio di culotte. Deve partire, è nervosa, non sa se quel che si appresta a fare le riuscirà. Si concentra su quel che troverà ma anche su quel che lascia. E in questa partenza verso l’ignoto sa che qualcosa resta sempre nel posto che si abbandona, rimanendo là come incollata.

La coreografia di Alice D’Urso è sviluppata a partire da questo fulcro anatomico: una mano che si attacca, come mossa da una volontà propria, prima al suolo e poi a qualunque superficie corporea. È un arto appiccicoso che colonizza il viso, una gamba, una coscia, un ginocchio. La performer ingaggia con questa parte di sé una vera e propria lotta, arrivando a prendersi a schiaffi nel tentativo di liberarsi.

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La metafora coreutica è subito chiara: la nostalgia del ritorno non è una dinamica astratta ma un trauma della carne. È il dramma di un corpo che non si vuole separare, costretto a negoziare con un pezzo di sé rimasto “letteralmente incollato” altrove.

Questo conflitto viscerale trova un contrappunto nel testo recitato in scena, che scava nell’etimologia della parola nostalgia: da un lato la matrice greca (nóstos e álgos), ovvero la sofferenza provocata dall’inappagato desiderio di tornare; dall’altro la suggestione spagnola (añorar, legata al latino ignorare), in cui la nostalgia si declina come il tormento dell’ignoranza, la vertigine di non sapere più cosa accada laggiù, nel paese lontano che si è lasciato.

Lo spettacolo si distingue anche per la scelta del registro. Evitando le secche di un lirismo compiaciuto o di una retorica del dolore, D’Urso vira l’azione verso l’ironia. L’umorismo della lotta contro la propria stessa mano diventa un meccanismo di difesa e uno strumento di gestione della sofferenza. Si sorride, di una risata rubata, scoprendo l’aspetto quasi comico delle nostre fragilità.

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foto di Giuseppe Follacchio

Ingresso Libero nasce come prova di verifica alla fine degli studi presso Scenario Pubblico di Catania e cresce, per stratificazioni successive, fino a diventare questo personalissimo manifesto coreografico. L’autrice e performer (oggi di stanza a Berlino) ne racconta, nell’incontro post-spettacolo col pubblico, la genesi speculare: un’audizione andata male, un movimento isolato della mano e la successiva folgorazione per L’ignoranza di Milan Kundera. Da qui prende corpo una riflessione sulla nostalgia che anticipa lo sradicamento prima ancora che questo avvenga; un sentimento premonitore, avvertito quando si è ancora a casa ma si intuisce già l’inevitabile distacco dalle radici.

Il titolo restituisce la nostalgia a una dimensione universale e comune, spogliandola di ogni drammatizzazione. Senza orpelli, la coreografa trasforma questo sentimento da limite paralizzante a territorio d’indagine, regalandoci uno studio in divenire che dimostra già una certa lucidità di visione e una interessante capacità di parlare al presente.

Il lavoro, secondo elemento del trittico Primi Tempi  presentato nella giornata d’apertura del Festival Fuori Programma (in sinergia con Dominio Pubblico che conclude invece la sua programmazione), aggiunge un altro prezioso tassello alla felice proposta del festival di mostrare le opere in fieri di un gruppo di giovani coreografi e coreografe.

Ingresso Libero

di e con: Alice D’Urso
Si ringrazia Scenario Pubblico per l’ospitalità.

Visto per voi al teatro india di Roma il 28 giugno 2026

(1 luglio 2026)
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