E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
Giuseppe Ungaretti
14/2/1917
Ingresso Libero: la coreografia dell’assenza tra ironia e ritorno
Una ragazza entra in scena, una camicia su un paio di culotte. Deve partire, è nervosa, non sa... →
All’inizio la danzatrice è a terra esanime. Ferma, immobile, sembra morta o forse è solo addormentata. Sulle note di Cow Song di Meredith Monk, una voce registrata declama i versi di Allegria di Naufragi di Ungaretti, da noi riportata in esergo. Subito dopo la danzatrice si anima, inizia a comporre una danza da terra: si flette, si innalza, slancia braccia e gambe, inarca la schiena, solleva il bacino, ma ritorna sempre al suolo.
Coreuticamente, il suo movimento è di una fluidità sorprendente. C’è una qualità guizzante nel suo muoversi, simile a quella di un pesce che tenta un’ascesa, per essere però immediatamente calamitato in basso, verso il mare.
La partitura sonora intanto si muove sulle stratificazioni di I’m Running Out of Light dei The Necks. Il movimento incarna una ostinazione organica che non conosce sosta o limite.
La coreografia non cerca di superare l’impasse di una connotazione a terra, ma gestisce il movimento in quella condizione con un declinarsi variegato e plurimo: un muoversi a terra o da terra sostenuto da una grammatica coreutica ricchissima. Piuttosto che lo sforzo per opporsi all’ostacolo che la tiene orizzontale, la danzatrice impiega le sue energie per esprimere una gamma di emozioni e di esistenza nello spazio facendo di quel limite un registro espressivo maturo e compiuto.

Poi qualcosa cambia. Con l’ausilio d’una sedia, conquistata a forza di gambe, la danzatrice vi sale sopra e finalmente conquista la stazione eretta, che prima era stata solamente un passaggio momentaneo e passeggero nell’arco di un gesto che, partito a terra, a terra la riconduceva. La stazione verticale è limitata dalla seduta della sedia. Intanto la partitura sottolinea un paesaggio sonoro marino: lo sciabordio delle onde, la risacca del vento, il clacson di una nave.
Muga: il corpo liberato dall’ingranaggio
I due performer, vestiti con giacche e pantaloni di cotone jeans ampi, che assecondano le linee del gesto,... →
Senza soluzione di continuità la danzatrice conquista l’impiantito del palcoscenico in stazione eretta ed ecco che ogni elemento coreutico messo in atto precedentemente nella danza a terra e durante la conquista della sedia trova ora modo di declinarsi nella libertà di questa nuova posizione, con una potenza del movimento che, senza mai precipitare nell’espressione ginnica, richiede comunque una sorprendente dotazione muscolare.
Poi è di nuovo a terra, questa volta con una consapevolezza diversa: la danzatrice pesca con i piedi una corda blu che ricorda gli intrecci delle reti dei pescatori, e la danza da terra acquista con questo elemento scenografico un significato diverso, alludendo forse a un nuovo impedimento del quale però – il pubblico lo sa perché lo ha già visto – la performer saprà avere ragione.
Lupo di mare di Emilia Quiñones è un’opera di un potente impatto emotivo e di un forte rigore formale, una danza che, esattamente come i versi nudi e verticali di Ungaretti, parla direttamente al cuore del pubblico. Una coreografia che si fa correlativo oggettivo di quell’ostinata resilienza di cui l’essere umano sa mostrarsi capace nei momenti di pericolo e crisi, come quello vissuto da Ungaretti durante la Prima Guerra mondiale o come i tempi nostri, sciagurati e altrettanto violenti.
Premiata nel 2023 al Tanztreffen der Jugend con il collettivo Banditinnen per l’opera Alltagsmanifest, l’autrice berlinese si muove con disinvoltura tra teatro-danza e performance interdisciplinari. Il lavoro, primo elemento del trittico Primi Tempi presentato nella giornata d’apertura del Festival Fuori Programma (in sinergia con Dominio Pubblico che conclude invece la sua programmazione) costituisce un indimenticabile biglietto da visita per la giovane coreografa, della quale ci auguriamo di vedere presto nuovi lavori.
Lupo di Mare
Concept, coreografia e performance: Emilia Quiñones
Sound design: Anouschka Trocker
Visto al Teatro India di Roma il 28 giugno 2026
(1 luglio 2026)
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