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Souvenir de Kiki: un’occasione mancata

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di Alessandro Paesano

Kiki di Montparnasse è il nome d’arte di Alice Prin, che ha vissuto nella prima metà del ‘900, ed è stata una modella francese icona di un epoca e di un quartiere (quello del suo nome d’arte) che tutti e tutte conosciamo, anche senza saperlo. La schiena femminile con sovrapposte le effe di risonanza di un violino nella celebre foto di Man Rey Il violino di Ingres è di Kiki, così come è sempre Kiki ritratta da Man Ray (col quale ha avuto una relazione)  nella famosa foto con maschera africana.

È ancora Kiki la donna sorridente che si vede nel film dadaista (cubista, surrealista)  Le ballet mecanique (Francia, 1924) di Fernand Léger e Georges Antheil (anche se non accreditata). Alice ha posato come modella, tra gli altri, per Maurice Utrillo, Moïse Kisling, Amedeo Modigliani, Chaïm Soutine e Zuguharu Fujita incarnando la figura della bohémienne nell’immaginario collettivo dell’epoca, con un vissuto in parte autentico in parte esagerato dall’esegesi e dai libri (tantissimi, anche in italia) sulla sua vita.

Alice ha scritto anche un suo libro di memorie, con la prefazione di Hemingway (questo è l’unico libro per cui abbia mai scritto la prefazione) nel quale mentre racconta la sua vita di donna libera, economicamente precaria, sempre alla ricerca di un pasto, descrive i suoi incontri con Cocteau, Soutine, Fujita, Papà Hemingway (lo chiama così) con una ironia così sottile da sembrare indifferenza.

Il libro, pubblicato recentemente da Castelvecchi (ma ne esistono versioni precedenti, a cominciare da quella di Longanesi del 1975)  ha la brutta traduzione di Lucia Sellini che traduce, male, dalla traduzione inglese. Così le parole dell’introduzione di Hemingway che si riferisce a Kiki dicendo che she never had a room on her own – chiara citazione del saggio di Virginia Wolf Una stanza tutta per sé – vengono tradotte con un anonimo non ha mai avuto un angolo tutto per sé. Poche righe dopo, quando Hemingway si riferisce ai libri scritti by present day lady writers of all Sexes (letteralmente dagli scrittori signorine di oggi di tutti i sessi) alludendo alla attitudine di signorina come a una condizione mentale che appartiene tanto gli uomini quanto le donne, Sellini traduce con un mero i libri scritti dalle signore scrittrici d’oggigiorno.

Questa traduzione (mal)interpretante getta un’ombra  anche sullo spettacolo Souvenir de Kiki che Consuelo Barilari ha tratto dalle memorie di Kiki firmandone la regia e chiamando Manuela Kustermann a interpretarla.

La scenografia è concepita per riprodurre svariati materiali fotocinematografici che vengono proiettati sia su un velatino che copre l’intero boccascena, dietro il quale  Kustermann si muove solitaria, sia su due schermi posti in fondo alla scena, semivuota, nella quale campeggiano una scrivania,  un divano e due sedie ai lati del palcoscenico.
I riferimenti fotografici e cinematografici alternano immagini di repertorio di immediato riconoscimento (la Tour Eiffel) a immagini dei film e dei quadri che si riferiscono a Kiki senza indicazione alcuna, e sì che durante lo spettacolo il racconto della vita di Kiki fatto da Kustermann viene scandito riproponendo in videoproiezione sul velatino i titoli dei vari capitoli del libro (non si poteva impiegare la parola proiettata in maniera più articolata?).

Anche  alcune dichiarazioni di persone vicine a Kiki (a cominciare dalla prefazione di Hemingway) interpretate in audio da diverse voci narranti sono decontestualizzate e hanno più una funzione evocativa che informativa.
Tutto viene presentato con gusto autocelebrativo come se Kiki e gli anni 20 del 900 fossero noti al pubblico che si muove a vista, confidando sulle sue (scarse) conoscenze del periodo senza indicazione alcuna della drammaturgia che sembra avere poco da dire oltre a riproporre il testo delle memorie.
L’approccio di Barilari al testo è infatti di mera riproduzione delle memorie di Kiki. Kusterman le declama, le ripropone, senza una drammaturgia a sostenerla.

Nella prima parte, lunghissima e ripetitiva, Kustermann  dice  le memorie di Kiki, alterando la prima e la terza persona, ingenerando confusione su chi stia raccontando la storia di Kiki e su chi Kustermann stia interpretando (Kiki ? Una figura esperta sulla sua vita? Ah saperlo!)  senza alcun vantaggio narrativo (se non quello di ingenerare confusione). L’unica idea registica è quella di far adoperare a Kusteman una macchina da scrivere (troppo moderna per ricordare i catafalchi degli anni ’20) mentre recita i brani delle memorie, limitando le sue possibilità espressive, costretta a battere ripetutamente i tasti della macchina.
A poco servono i cambiamenti di postazione ai lati della scena, perché tanto la regia la fa tornare sempre al tavolo, sempre a battere i tasti della macchina da scrivere, con delle lungaggini che non fiaccano il pubblico solamente perché Kustermann da magnifica interprete qual è sa tenere alta l’attenzione del pubblico con la sua presenza e le sue straordinarie doti d’attrice mentre la regia sembra fare di tutto per metterla in difficoltà.
Una sforbiciata sostanziosa avrebbe giovato a tutta la prima parte. 

Poi Kustermann si trasforma in Kiki (e il suo linguaggio del corpo cambia, trasfigurandosi in un’altra persona) e allora possiamo finalmente godere appieno  delle sue doti interpretative.

Con le sue pose plastiche sulla scrivania Kustermann ridà vita davanti agli occhi del pubblico a quel periodo storico ben oltre la semplice rievocazione. Dispiace solamente per una scivolata di gusto quando Kustermann nei panni di Kiki rifà il verso a Foujita usando la parlata cinese da barzelletta (con la elle al posto della erre) anche se Foujita era  giapponese…

Ecco, a di là dell’irricevibile battuta razzista (a differenza del testo di Kiki che è sempre così privo di qualunque sovrastruttura) questo dettaglio tradisce lo scarso interesse per la Storia di questo spettacolo. Un esempio fra i diversi possibili: alla fine, mentre una didascalia ci informa sulla morte di Kiki  (come se stessimo assistendo a un Bici cinematografico), avvenuta nel 1953, suonano le note di Non, je ne regrette rien composta nel 1956 e incisa da Edith Piaf nel 1960, ben dopo la morte di Kiki. Perché non impiegare le canzoni di un’altra interprete, anche se meno immediatamente riconoscibile, magari più vicina a Kiki per spirito e per epoca, come Frèhel?
L’impiego anacronistico per Piaf  suscitare nel pubblico un esotismo sui generis per la Francia degli anni folli, senza provare mai a restituire un punto di vista più attento, più coerente, più storicamente aderente, confidando nel pittoresco bohémienne. 

Alice Prin  e  Manuela Kustermann  meritavano di più.

 

Souvenir de Kiki
da “Diario di una modella” di Kiki di Montparnasse
drammaturgia, immagini e regia Consuelo Barilari
con Manuela Kustermann
Le voci di Hemingway, Soutine, Man Ray, Fujita sono di Roberto Alinghieri, Fabrizio Matteini, Noureddine e David Gallerello
Luci Liliana Iadeluca
Suono e editing video Claudio Maccagno
Proiezioni video Gianluca De Pasquale
Elementi scenici Cri Eco
Costume Francesca Parodi
Istallazione “Libellus” Marzia Migliora e Ilenia Corti

produzione Schegge di Mediterraneo, Festival dell’Eccellenza al Femminile
in collaborazione con La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello

Visto per voi al Teatro Vascello di Roma il 13 febbraio 2024.

 

 

(17 febbraio 2024)

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