DirezioniAltre è il festival multidisciplinare prodotto da TWAIN Centro Produzione Danza, con la direzione artistica di Loredana Parrella, che presenta una selezione di spettacoli di danza, teatro, musica e circo, col quale Twain continua a implementare il percorso artistico e di valorizzazione del territorio del Lazio intrapreso ormai da diversi anni.
Il Festival, giunto al traguardo della decima edizione, vede anche quest’anno diverse sedi di svolgimento: Viterbo (13, 14 e 15 agosto), Tuscania (21, 22 e 23 agosto), Bolsena (29 agosto) e Roma (26 e 27 settembre).
Premio Twain direzioniAltre 2026
E mentre dobbiamo ancora raccontarvi la seconda e la terza giornata di Festival, perché la vita corre più... →
DirezioniAltre costituisce un’occasione di incontro tra pubblico ed esperienza artistica, declinata secondo i poli della ricerca, dell’innovazione e della giovane autorialità, ponendosi come un vero e proprio evento di riqualificazione e riutilizzo dei luoghi della quotidianità, un festival-narrazione che racconta il territorio che abita ai propri cittadini.
Il Festival nasce nel 2013 ad Albano Laziale si sposta a Ladispoli nel 2015, nel 2016 a Tolfa e approda a Tuscania nel 2018 cittadina ideale per il suo progetto culturale. Dal 2022 il Festival differenzia la sua programmazione aggiungendo anche le edizioni del Municipio VIII di Roma, di Santa Marinella, Vicovaro e Viterbo.
La prima giornata di programmazione 2026 del Festival a Tuscania, si è aperta nel giardino pubblico di viale Trieste, una striscia di parco incuneata tra il Castello di Rivellino e la Porta di Poggio, altamente popolata da famiglie e bambini e bambine, che hanno coabitato con gli eventi del Festival sovrapponendo le loro garrule grida alla musica e alle parole degli spettacoli programmati.
“Le Gioconde” con Michela Giraud e Maria Onor farà anche divulgazione, ma…
di Ennio Trinelli Dal posto 23 della fila 5 che il gentilissimo ufficio stampa ci ha riservato -... →
Il compito di rompere il ghiaccio è toccato al gruppo Kigaidaiko, una formazione di donne percussioniste che propone l’arte del Taiko, il tamburo giapponese, caratterizzato da una ferrea disciplina di esecuzione, dove ogni movimento delle bacchette con cui si percuotono i tamburi è codificato in precisi movimenti del corpo e delle braccia, veri e propri movimenti coreografati, anche se la loro origine, come ha spiegato alla fine dell’esibizione la fondatrice del gruppo Rita Superbi, deriva dalle arti marziali in cui i tamburi sono utilizzati.

Le tre interpreti (oltre a Superbi, Catia Castagna e Sonia Bracalentisi) si sono cimentate in una serie di esecuzioni dalla dinamica ritmica e timbrica coinvolgente, impiegando tamburi di foggia e dimensione diversa, che restituiscono un suono più grave o più acuto e che vengono suonati anche picchiando sul bordo del tamburo, per ottenere un suono più sordo dove ogni battuta delle bacchette viene preceduta dall’amplificazione del gesto dell’avambraccio o del braccio intero che accompagna il movimento richiedendo un ulteriore sforzo fisico. Anche la postura, le ginocchia flesse, le gambe divaricate è strettamente codificata in uno sforzo di esecuzione che si aggiunge a quello già complesso della percussione.
Non è mancata l’interazione col pubblico al quale, con una chiarezza comunicativa sorprendente, è stato chiesto di battere le mani in gruppi ritmici di tre o un battito (accompagnato da un grido, quando richiesto) articolando l’intensità e il volume. E anche se intorno il parco continuava ad essere animato da madri con le carrozzine e bambini e bambine vocianti, l’attenzione di chi era lì per lo spettacolo era totale, indefessa e incrollabile.
Già dalla sua prima proposta direzioniAltre ha dimostrato di sapere intercettare un pubblico vario, per demografia, provenienza geografica ed estrazione sociale, accomunato dalla stessa salutare curiosità per lo spettacolo dal vivo.
Durante i ringraziamenti e le debite spiegazioni dell’arte del Taiko Rita Superbi ha raccontato come, quando ha iniziato a studiare il tamburo giapponese nel 1988, aveva già 31 anni e temeva di essere troppo grande per poter intraprendere una carriera in questa arte. Poi scoprì come una delle più grandi suonatrici di Taiko aveva 65 anni. Che la carriera di Rita non abbia conosciuto soste dal 1988 ad oggi, è la più grande dimostrazione che si può fare, a qualunque età.
E poi stata la volta di Urban 44 la proposta coreografica dei danzatori e delle danzatrici di SPECIFIC – International Advanced Dance Program il percorso di perfezionamento professionale di danza contemporanea di Loris Petrillo al quale partecipano giovani danzatori e danzatrici provenienti da tutto il mondo.

Urban 44 si presenta come un programma di coreografie caratterizzate da una danza fatta di performance urbana dove la danza esce dai teatri e popola gli spazi urbani restituendo alla città il suo ruolo di palcoscenico vivo, aperto e accessibile a tutte le persone.
In Urban 44 la strada diventa uno spazio di incontro, scoperta e condivisione dove danzatori e danzatrici interagiscono dialogando tra loro sia tramite l’expertise tecnica dove la preparazione fisica e atletica, una delle basi dell’espressività coreutica, si declina con una sensibilità all’incontro sostenuta dall’emotività concepita come elemento altrettanto imprescindibile della preparazione del danzatore e della danzatrice.
Le coreografie, di Loredana Parrella e Yoris Petrillo, ripopolando lo spazio urbano declinano la danza come atto di riappropriazione di quel che ci circonda secondo i codici di una grammatica coreutica partecipata e egualitaria. Delle coreografie che permettono una grande sinergia di passi a due o di gruppo declinati senza più alcuna gerarchia basata sul genere (dove le donne portano altre donne o anche gli uomini) e dove l’emozione per un passo che si declina sia a terra che in postazione eretta restituisce la cifra totale del potenziale spessivo del danzatore e della danzatrice, ancora informazione.
Urban 44 ha trasformato il contesto urbano in un luogo poetico e partecipato, capace di coinvolgere il pubblico in un’esperienza collettiva fatta di gioia, libertà e comunicazione.
Il pubblico capisce, se ne accorge e apprezza.
***
Di Anonima Teatri diretta da Yoris Petrillo e Aleksandros Memetaj abbiamo recensito quest’anno Isabel.
Al Festival la compagnia ha portato Eroi e Letteratura uno spettacolo che coniuga narrazione e danza.
La narrazione non è una narrazione qualsiasi ma quella basata su alcuni miti fondativi della nostra cultura occidentale come quelli tratti dall’Iliade e dall’Odissea, con piccole toccate nell’Eneide.
L’approccio di Petrillo e Memetaj a questi testi mitologici è molto intelligente e, se vogliamo, anche furbo, nell’accezione positiva del termine beninteso. Memetaj assume il tono di banditore, scanzonato e apparentemente poco reverenziale rispetto i materiali che approccia, proponendo una silloge di brani meno frequentati (a tratti davvero poco conosciuti) chiedendo al pubblico se ricorda certi personaggi, cosa capita loro, e proponendo alcune preferenze sui racconti da voler rivisitare.

Questo approccio apparentemente casual e sbottonato riesce a svecchiare l’approccio accademico con cui questi brani ci sono di solito proposti in ambito scolastico suscitando ricordi non sempre positivi in un pubblico che, magari ormai lontano dai banchi della scuola da decenni, si ricorda di certi dettagli grazie ai film che sono ne sono stati tratti (elemento che Memetaj tiene bene in mente).
L’intelligenza di questo approccio è quello di non presentare nessuna reverenza intellettualistica ma di restituire l’amore per i miti narrati grazie alla bravura affabulatoria con cui Memetaj e Petrillo restituiscono brani letti (ma la memoria li assiste in una lettura non pedissequa dove lo sguardo è quasi sempre rivolto al pubblico e poco alla pagina scritta che i due interpreti hanno davanti) evocando testi e contesti con le loro voci che hanno caratteristiche diverse: la voce di Petrillo risuona di note basse e piene costituendo un contraltare perfetto al timbro più acuto di Memetaj. Viene così attivato un universo mentale collettivo nel quale il pubblico popola con le proprie immagini mentali gli scenari evocati dai due narratori, costruendole sulle proprie personali esperienze di spettatore e spettatrice.
Queste letture sono sostenute dal lato emotivo dalle musiche di Marco Memetaj, che suona la chitarra e provvede a tutta una campionatura di sonorizzazioni e loop che, in certi momenti, si declinano verso un marcato gusto blues.
Su questa drammaturgia si innestano le improvvisazioni coreografiche di Petrillo, di Caroline Loiseau, Anne-Gaëlle Stephant, Catarina Ramos Nunes e Matteo Vairo che in attesa seduti e sedute in cerchio, si attivano quando serve proponendo una restituzione coreutica alle rievocazioni che non è mai mero ornamento al racconto.
Che Memetaj e Petrillo stiano raccontando della morte di Patroclo, o della supplica di Achille a Priamo affinché gli restituisca il corpo dell’amato Patroclo (un amore tenuto forse troppo tra delle parentesi amicali…), che racconti la pagina meno frequentata di Diomede che ferisce Afrodite al polso e poi Ares al ventre o l’uccisione delle dodici serve traditrici di casa di Penelope, le coreografie che prendono corpo sulla scena restituiscono sempre la dinamica fisica del movimento di una lancia che penetra un ventre, di una mano che afferra le ginocchia, di alcune donne appese che perdono velocemente la vita, restituendo tramite la danza l’epos che sostiene il racconto e mai la mera trasfigurazione visiva. L’impianto affabulatorio dello spettacolo suscita immense emozioni e la parte coreutica ne costituisce il correlativo oggettivo, la traslitterazione visuale non della narrazione ma del suo portato emotivo.

Questo accostamento tra danza che scaturisce da una improvvisazione all’impronta (naturalmente codificata in cellule coreutiche) e narrazione mitica è così intimamente connessa che possiamo considerare la narrazione come illustrazione della danza e non viceversa in uno spettacolo che dà uguale importanza alle parole e alla danza.
Anche qui il genere non limita l’interpretazione dei personaggi così il corpo tornito e la muscolatura di Achille sono incarnati e mostrati (dietro richiesta di Memetaj) da Caroline Loiseau la cui postura e il cui corpo hanno una aderenza completa ad Achille, mentre Catarina Ramos Nunes si muove sulle spalle di Petrillo seduta senza alcun sostegno se non quello della sua muscolatura. Sono solo due esempi di una serie di movimenti coreografati indimenticabili nella loro precisione di esecuzione e nella loro complessità ad alta partecipazione atletica di esecuzione, dove però agli occhi del pubblico prevale sempre il portato emotivo e non la pur indispensabile preparazione tecnica.
Eroi e letteratura è uno spettacolo riuscitissimo che ha ancora un grande margine di implementazione, non perché la formulazione con cui è stato presentato al Festival sia manchevole, ma perché, avendo il respiro e la statura di un format narrativo permette di percorre strade ancora non interamente intraprese.
Anche in quegli aspetti dove c’è ancora un margine di intervento più ampio (come la cura delle luci, nella versione presentata ieri sera appena abbozzate, in alcuni elementi fissi) la forza dello spettacolo emerge con grande compiutezza perché anche in un ambiente illuminato in maniera statica le coreografie sono squisitamente leggibili.
Inutile ribadire che lo spettacolo è stato seguito da un pubblico attentissimo che non si è lasciato distrarre dal mondo di presenze che intorno continuava a viaggiare parallelo.
L’ultimo spettacolo della giornata si è svolto invece nel palco del Supercinema sede della compagnia Twain che organizza il Festival.
Mentre il pubblico prende posto in sala il e la interprete di Coraggio La sfortuna non esiste di Vidavè Company compagnia costituitasi appena due anni fa e composta da Noemi Dalla Vecchia e Matteo Vignali, sono già in scena armeggiando su alcuni bicchieri posti su un ripiano di uno scaffale net all’eco alto e stretto che contiene nella parte superiore alcune luci che illuminano dei bicchieri posti su uno dei ripiani (in una scena altrimenti buia) mentre gli altri ripiani sono vuoti. I bicchieri vengono spostati con difficoltà ed esitazione dalle due presenze sceniche a volte tolti e posti su un ripiano superiore fuori dalla visita della platea, oppure improvvisamente tirati nuovamente fuori e risistemati nel ripiano illuminato.

Poi un tappeto sonoro annuncia l’inizio della performance dove i due interpreti spariscono alla vista e ricompaiono come due presenze ora in relazione affettiva e amorosa (con un linguaggio del corpo straziante nel reciproco bisogno di contatto fisico, amore e considerazione ora appannate dalla paura dell’abbandono e della solitudine. L?alternanza di relazione e solitudine costituisce la cifra viliva ed emotiva della coreografia mentre i due corpi si mostrano attraversati da energie diverse e intenzioni ora in relazione armonica ora in preda a al solispismo di una follia dettata dalla paura di sbagliare di essere o rimane in disgrazia dove però l’afflato coreografico è sempre latore di speranza e mai di rinuncia alla vita anche nei momenti più duri di una presenza al mondo dura e difficile sempre aperta all’ambiente circostante sia esso fatto dalla presenza dell’altro o dell’altra oppure viceversa dall’assenza di presenze altre.
L’impianto luminoso diventa parte integrante della coreografia dato che una luce digitale è indossata da una terza persona che, opportunamente bardata per non essere leggibile come presenza umana, segue ora l’uno ora l’altra performer mentre in certi momenti, con la scusa di illuminare le due presenze da altri punti di vista, la luce si riversa sulla platea abbagliandola ma, anche, chiamandola in causa e trascinandola in questo modo sul palco trasformando la sua presenza dalla mera funzione di testimone a componente di un dispositivo interagente.
Lo spettacolo, vincitore del concorso della scorsa edizione del Festival, viene riproposto in una nuova veste nella programmazione di quest’anno.
Il lavoro di Vidavè Company costituitasi appena due anni fa e composta da Noemi Dalla Vecchia e Matteo Vignali sorprende nella sua ricerca coreografica che propone una gramatica coreutica personale, di immediata lettura e riconoscibilità, ad altro potenziale emotivo, forse ancora con qualche lungaggine e ripetizione di troppo, ma che in un lavoro presentato in un festival di ricerca non costituisce mai elemento negativo ma occasione di crescita.

Visti per voi a Tuscania nell’ambito del Festival direzioniAltre il 21 agosto 2026.
(23 agosto2026)
©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata
