E siamo giunti a quel periodo dell’anno in cui il Festival Attraversamenti Multipli si pone come crocevia di corpi e di presenze: quelle del pubblico, sempre attento e composito (per età e per estrazione sociale), e quelle degli artisti e delle artiste che si propongono nel palco naturale del Parco di Torre del Fiscale, celebrando lo spirito multiculturale di un Festival i cui attraversamenti ci sono sempre più indispensabili.
Questa ventiseiesima edizione si è aperta con la prima nazionale di una piccola (nella durata) ma grande coreografia del galiziano Daniel Rodríguez, A raíz de. Un’espressione spagnola che significa “a causa di”, ma che contiene quel raíz che significa “radice” (la traduzione letterale suonerebbe “a radice di”) e che affronta la ricerca principe di questo lavoro.
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Il fulcro di questa coreografia risiede proprio nella ricerca sul patrimonio musicale e coreutico galiziano, del quale però Rodríguez non subisce il fascino nostalgico del folklore, né lo impiega come mero elemento esornativo; al contrario, lo usa come matrice generativa. I canti ancestrali, le polifonie e i passi tipici della danza popolare galiziana vengono rielaborati dal danzatore che li mette in atto in un contesto diverso, anche site-specific, facendo del suo corpo un archivio vivente. Attraverso la grammatica della danza contemporanea, quel codice antico viene spezzato, accelerato e risemantizzato, creando una tensione temporale in cui l’origine diventa il trampolino di lancio per il linguaggio del futuro.
Per compiere con coerenza questo lavoro di ricerca, decostruzione e riscrittura, la scelta di portare la coreografia al di fuori dalla “scatola nera” del teatro tradizionale, allestendola nella dimensione site-specific dello spazio pubblico, risulta una scelta indispensabile che ne amplifica l’efficacia drammaturgica.
La coreografia rinuncia alla frontalità con il pubblico del teatro borghese e propone un dialogo diverso con il pubblico posto su tre lati e con l’architettura e la natura circostante, coinvolgendo gli spettatori e le spettarci cui chiede un confronto non solo con la danza proposta, ma anche con lo stesso spazio con cui si misura il danzatore.
Il movimento reagisce alle asperità del terreno, alla luce naturale e agli elementi visivi del paesaggio urbano (gli archi dell’acquedotto romano, la presenza di altre persone lì convenute per correre, passeggiare, discorrere), compresa una partitura sonora “altra” (i rumori della città, i treni che passano in sottofondo, gli aerei che atterrano nel vicino aeroporto di Ciampino). Questi elementi, lungi dal costituire un disturbo, creano loro malgrado elementi di contrasto e di determinazione di senso, giustificando appieno la vocazione di uno spettacolo che ha già dimostrato la sua forza comunicativa nelle piazze europee.
La pietra e la terra dialogano con la fluidità e la verticalità del corpo umano, trasformando lo spazio urbano in un luogo di risonanza antropologica e di presenza umana (Antropocene).
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Nella prima parte dello spettacolo Rodríguez si presenta calzando un cappello dalle larghe falde, messo “alle ventitré”, che gli copre il viso. Una presenza simbolica che evoca immediatamente l’iconografia classica del danzatore tradizionale galiziano. La coreografia si apre sulle note di “Alalá de Situar” nella straordinaria e ipnotica versione elettronica di CRNDS. Il musicista galiziano compie sul piano sonoro la stessa operazione che il coreografo realizza sul corpo: prende l’alalá, la forma più ancestrale e spoglia del canto popolare galiziano, e la immerge in tessiture sintetiche ed elettroniche contemporanee. Assumendo l’aspetto severo del danzatore delle sale da ballo galiziane, ma senza un volto individuale, Rodríguez smette di essere un singolo individuo per farsi corpo-archetipo, pura incarnazione di una memoria collettiva che si riattiva attraverso il panorama naturale.
In questa prima fase, la postura e il rigore formale rimandano direttamente alla disciplina accademica delle sale da ballo popolari. Tuttavia, quell’aspetto ieratico e codificato non rimane immobile: la silhouette classica del danzatore diventa il grado zero da cui il corpo inizia a liberarsi, trasformando la rigidità della sfilata tradizionale in una partitura di movimento fluida e contemporanea.
Questa decostruzione dell’archetipo subisce una mutazione radicale al cambio della partitura sonora, quando l’atmosfera si fa più densa e profana. Entra in scena la musica di Baiuca con il brano “Diaño” (termine galiziano per “Diavolo” o spirito della terra). Se il primo quadro era dominato dalla solennità astratta dell’alalá, le sonorità di Baiuca — intrise di misticismo pagano e ritmiche elettroniche ossessive — trascinano la performance nel territorio del rito e della possessione.
Ed ecco che, deposto il cappello con gentilezza sulle ginocchia di una persona del pubblico, il viso si rivela nella sua umanità, mostrando una geografia dei sentimenti fatta di gioia e di emozioni positive. Rodríguez veste un sorriso dirompente che fa connubio con un’eleganza del corpo declinata con un’agilità ginnica; Rodríguez non ostenta mai la pura potenza fisica, pur piegandosi in una serie di movimenti che impongono un controllo e una disciplina non indifferenti.
Rodríguez esegue un cambré posteriore estremo, flettendo il busto all’indietro fino a raggiungere i novanta gradi, si eleva aumentando l’equilibrio su una sola gamba portante. Questa sospensione, eseguita senza alcuno sforzo apparente, rivela un aplomb assoluto e una gestione magistrale del centro del corpo. La gravità sembra annullarsi: lo sforzo muscolare si dissolve nella fluidità del gesto, trasformando un passaggio di pura tecnica accademica in un momento di sospensione poetica e di apparente leggerezza.
A consolidare questa dimensione rituale interviene l’uso del tamburello. Anche in questo caso, l’oggetto si fa veicolo di una relazione intima e fiduciaria con la platea: lo strumento musicale viene infatti affidato momentaneamente a qualcuno del pubblico per poi essere richiesto con estrema gentilezza a chi lo aveva conservato. Nella tradizione galiziana lo strumento a percussione non è un semplice accompagnamento, ma il vero motore del movimento, l’elemento che detta il battito del cuore della comunità. Rodríguez ne risemantizza l’uso: il tamburello smette di essere un orpello folclorico e diventa un’estensione stessa del corpo e del gesto contemporaneo. Percosso, agitato, o usato per scandire lo spazio, l’oggetto dialoga in tempo reale con la partitura musicale, creando un ponte acustico tra la vibrazione ancestrale della pelle tesa e la freddezza del beat elettronico. Attraverso questo strumento, il coreografo riattiva la memoria della festa popolare e del legame con la terra, trasformando la percussione in un atto di resistenza poetica che risuona con forza nell’ambiente naturistico del festival.
È proprio questo costante affidamento di frammenti di scena agli spettatori — prima il cappello, poi il tamburello — a svelare la reale portata politica e poetica di A raíz de nel suo rapporto diretto col pubblico. La danza contemporanea viene spesso presentata, o comunque percepita, come un linguaggio elitario e di difficile accesso, mentre Rodríguez trova, grazie alla familiarità e alla condivisione fisica dei codici popolari, un canale di comunicazione immediatamente riconoscibile. Il ritmo della tradizione e l’universalità del canto agiscono come un potente sintonizzatore emotivo. I pubblico non è più una semplice presenza che osserva, ma custode attivo degli oggetti del rito; si trova immersi in un rito collettivo in cui non c’è barriera tra palcoscenico e platea, restituendo alla danza la sua funzione primaria: quella di connettere una comunità attraverso il movimento e la memoria condivisa.
Uno splendido inizio per questa ventiseiesima edizione del Festival.
DANIEL RODRÍGUEZ // A raíz de
Coreografia e interpretazione: Daniel Rodríguez.
Sound design: Aida Tarrío, Crnds, Manuele Pardo, Baiuca.
Montaggio audio: Raúl Ben.
Costumi: Abel Casal.
Ringraziamenti: Vicky P. Miranda, Artur Puga.
Selezionato dalla Rete A Cielo Abierto (SP) per il Circuito A Cielo Abierto 2025
Visto per voi al parco di Torre del Fiscale di Roma nell’ambito del Festival Attraversamenti Multipli l’11 giugno 2026
(14 giugno 2026)
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