La cerimonia dell’Assenzio ci presenta Verlaine e Rimbaud nudi (per via di una scommessa persa da Verlaine, dopo aver fatto l’amore) in una soffitta mentre fuori infuria la repressione della Comune (cioè la prima grande esperienza di autogoverno socialista e rivoluzionario della storia moderna).
In realtà questa situazione è un anacronismo visto che la settimana di sangue si concluse il 28 di maggio del 1871 e Verlaine e Rimbaud non si incontreranno che alla fine di settembre dello stesso anno.
Non riportiamo l’anacronismo per esigenze storiche, il testo è una trasposizione poetica e allucinata dall’assenzio di personaggi storici e delle loro poesie, ma perché rappresenta la cifra stilistica della drammaturgia di Mocciola che sembra interessarsi non tanto all’opera dei tre poeti (oltre a Rimbaud e Verlaine c’è anche Lautréamont che appare come presenza fantasmatica a metà pièce) quanto al loro vissuto privato secondo una vecchia convinzione, in realtà infondata, che vuole che dalla condizione personale di sofferenza scaturisca il genio e la grandezza artistica (così pretendeva Dominique Fernandez nel 1991 nel suo Il ratto di Ganimede, pubblicato per i tipi di Bompiani).
Nel caso del vissuto personale di Verlaine e di Rimbaud c’è un grosso peso di (pre)giudizio morale: i due poeti ebbero una relazione sentimentale e sessuale (imprigionato a Bruxelles per aver sparato a Rimbaud Verlaine venne visitato anatomicamente per capire se era ricettivo o insertivo con Rimbaud…) che Mocciola sposa subito con l’equazione genio e sregolatezza che è uno dei luoghi comuni della morale borghese (di cui lo spettacolo è intriso).
Mocciola nell’impostare questa equazione tra vita privata fatta di eccessi fisici nel sesso e nel consumo di droghe e creatività artistica si è lasciato influenzare dal pessimo film di Agnieszka Holland sui due poeti Total Eclipse (Regno Unito/Francia, 1995). I dettagli del loro primo incontro citati nel testo sono quelli del film e non quelli accadute nella realtà. Come nel film di Holland Mocciola ci presenta un Verlaine obnubilato dalla sua relazione sessuale con Rimbaud perché era sposato e aspettava un bambino dalla moglie (che scrisse un memoriale, nel quale diffama il marito, che uscì solamente nel 1935 molti anni dopo la morte di tutte le persone coinvolte).
Mocciola invece di restituire, anche in maniera romanzata e artistica, la vera cifra della relazione personale tra i due poeti li veste dei (pre)giudizi dell’epoca dando in pasto al pubblico che vede lo spettacolo la verve distruttrice di Rimbaud e la remissività di Verlaine succube del ragazzo giovane, come fossero aspetti concreti e principali dei due personaggi e non una ricostruzione ipotetica (dietro il film cui fa riferimento lo spettacolo c’è Christopher Hampton) alquanto lacunosa.
Sulla scena a interpretare i due poeti ci sono Emanuele Di Simone (Rimbaud) e Francesco Petrillo (Verlaine) mentre Lautréamont è interpretato da Giuseppe Brandi, anche lui nudo, che firma la regia.
Se da un lato il fatto che i tre attori nello spettacolo recitino per tutto il tempo completamente nudi, una nudità portata come un abito di scena per cui troviamo ridicolo che lo spettacolo sia vietato ai minori di 18 anni, ricorda una tradizione di molti spettacoli a tematica omosessuale (maschile) che presentano dei nudi integrali privi di qualunque necessità drammaturgica che serve solo a mostrare il corpo di qualche ragazzo giovane e magro, la nudità in Mocciola assume un altro significato.
Intanto è una nudità metaforica come a voler dire vi mostro i tre poeti nella loro nuda verità.
Dei tre attori solamente uno ha il classico corpo apollineo di circostanza, gli altri due hanno una morbidezza anatomica mostrata, com’è giusto che sia, con la stessa disinvoltura e dignità.
Questo elemento ci sembra interessante intanto perchè restituisce dignità anche a corpi quotidiani e meno atletici e diventa elemento concreto di drammaturgia: Ti prego, guardami, guardami Arthur. Io non sono come te il tuo corpo sembra scolpito nel ghiaccio ogni tua linea ha senso.
Il mio corpo è un errore. Sento il peso di ogni bicchiere bevuto di ogni compromesso fatto vederti così senza una macchia mi fa sentire osceno. E Rimbaud gli risponde Il tuo corpo sprecato è la mia casa.
Tu le chiami vecchiaia. Io la chiamo esperienza del dolore.
In questo confronto tra tipologie di fisico diverse si rispecchiano altre coppie celebri di uomini dell’800 (pensiamo a Wilde e Bosie).
Poco importa che Emanuele Di Simone non abbia nulla del corpo, piccolo minuto ed efebico di Rimbaud e che nemmeno Francesco Petrillo somigli, nella struttura corporea, a Verlaine, per tacere di Giuseppe Brandi che con Lautréamont, a giudicare dalle foto che abbiamo in possesso, non ha nulla a che fare. La cerimonia dell’Assenzio non è un biopic ma il personalissimo dramma di un autore che ha una visione molto personale del mondo poetico ed estetico dei personaggi, la cui nudità è simbolo di verità e il dolore, fonte ispiratrice della poesia, che si incontrano in un ambiente claustrofobico nel quale si distruggono psicologicamente a vicenda.
Stabilire quanto Mocciola restituisca fedelmente la poetica di questi tre poeti non ci sembra particolarmente produttivo visto che il lavoro non cerca di restituire una loro fotografia letteraria ma, più modestamente, la visione personale e insindacabile del suo autore sui tre uomini. Le citazioni di poesie dei tre hanno lo scopo di confermare comportamenti e aspirazioni dei tre uomini e non certo. quello di esplorare le rispettive poetiche…
Ci limitiamo a riportare una frase di Lautréamont (nello spettacolo) quando, rivolgendosi a Rimbaud e a Verlaine dice di loro Siete la mia opera più bella: un poeta che muore e un poeta che uccide. Uno dei temi centrali della poetica dello spettacolo nel quale il rapporto tra i tre non è fatto di stima letteraria, ma di ferocia psicologica dove ognuno usa l’altro come specchio delle proprie miserie o ambizioni.
Possiamo però provare a rispondere alla domanda posta nelle note di presentazione dello spettacolo nelle quali, dopo aver confermato il luogo comune di genio e sregolatezza (con una giusta dose di morbosità da rotocalco scandalistico sul sesso e la droga) ci si chiede quanto quei tre giovani poeti persi nel tempo ci somigliano.
Nel rispondere positivamente al quesito crediamo che la somiglianza stia nel metro di giudizio borghese e sottilmente omofobico che su questi poeti ha avuto la società di allora e quella contemporanea evocata sul palcoscenico nella messinscena del testo.
L’omoerotismo che emerge nel testo non è infatti una rivendicazione di quell’amore che non osa dire il suo nome come lo definì Bosie, ma uno strumento di potere e di sottomissione e l’immagine dell’omosessualità che ne emerge non è certo lusinghiera.
Così da un lato lo spettacolo ci propone un’etica del corpo maschile che è molto più avanti di quella normalmente attestata a teatro (e nella iconosfera tutta) dall’altro fa della sordidezza e dell’eccesso la coordinata estetica di un amore tra maschi che Mocciola riduce banalmente ad un amore omosessuale.
La sala gremita di un pubblico a maggioranza maschile e probabilmente di orientamento sessuale non etero, dà un ulteriore significato al. titolo La cerimonia dell’Assenzio che, oltre a quella riprodotta sulla scena, dove Lautréamont soggioga prima essendolo poi a sua volta i due poeti grazie a quella sostanza, è anche la cerimonia di un pubblico di uomini che assistono alla messinscena di un testo a tematica omosessuale.
Una visione dell’omosessualità d’antan e poco ascrivibile alla (sotto)cultura queer contemporanea ma che mantiene un suo fascino e, evidentemente, ha un suo pubblico.
D’altronde Wilde diceva che non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli… E chi siamo noi per contraddire Oscar Wilde?
LA CERIMONIA DELL’ASSENZIO
Verlaine, Rimbaud, Lautréamont, poeti maledetti
di Antonio Mocciola
con
Giuseppe Brandi, Emanuele Di Simone e Francesco Petrillo
regia Giuseppe Brandi
assistente alla regia Sissy Brandi
ricerche storiche Roberto Schena
musiche originali Andrea Causapruna
V.M. 18 anni
Visto per voi all’Off-Off Theatre di Roma il 25 marzo 2026.
(5 aprile 2026)
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