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Carlo di Maio: il caffè è buono anche a teatro

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di Alessandro Paesano

Carlo Di Maio ci regala ancora la sua grande presenza scenica riproponendo al Teatro Binario 30 Posso offrire un caffè?, che ha già presentato nella Capitale, riscuotendo sempre il meritato successo. Il testo è un omaggio alla bevanda tanto diffusa nella nostra tradizione, popolare e non, tra cinema, teatro e musica, parlando della sua provenienza della sua preparazione e del suo consumo.

Il punto di vista e il gusto sono quelli partenopei, lingua che Di Maio alterna con eleganza alla lingua italiana, durante il suo excursus.  

Il protagonista di questo monologo a più voci, mentre aspetta che il caffè scenda nella napoletana, ci racconta della sua passione per il caffè e condivide col pubblico alcuni fatti che conosce della ua bevanda prediletta. Che sia fatto con la moka, senza dimenticarsi la moda di quelle in ceramica degli anni 70, o con la caffettiera napoletana che a Napoli chiamano cuccumella (e lì l’omaggio è al celebre brano di Questi Fantasmi dove  Edoardo spiega come il cappuccio di carta sul beccuccio della cuccuma serve per preservare l’aroma del caffè), il caffè è un momento di piacere imprenscindibile. Ma non è sempre stato così, ci informa il nostro ospite. Quando venne introdotto in Europa, proveniente dal Kenia, il caffè venne accolto negativamente, come bevanda del diavolo complice la chiesa. Bacone gli attribuiva poteri soporiferi, mentre Francesco Rendi, medico e poeta, avrebbe preferito bere del veleno all’amaro reo. La chiesa prima condannò ma poi sdoganò il caffè esentandolo dal divieto durante il digiuno. Fu papa Clemente VIII ad aprire la chiesa al caffè (ma questo non gli impedì di condannare a morte Giordano Bruno). 

Accuse che il caffè abbassi la libido partirono dalla corte di Persia per giungere in Europa. Filosofi e medici (Thomas Willlis) si convinsero che il caffè favoriva la castità. Linneo lo definì bevanda dei capponi.

Non mancano le citazioni musicali, anche colte, come i versi di A tazza ‘e café scritta nel 1918 da Giuseppe Capaldo,  dedicata alla bella Brigida che,  dietro i battibecchi amorosi, celebra il culto napoletano della tazzulella, o Schweigt stille, Plaudert Nicht (Fate silenzio, non chiacchierate), nota con il titolo di Kaffeekantate (Cantata del caffè) di Johan Sebastian Bach nella quale un padre vuole impedire di bere il caffè alla figlia, invano, passando per ‘O caffè di Modugno-Pazzaglia. Di ogni canzone Di Maio ci recita il testo, accenna alla musica, interpreta.

Nel discettare di caffè Di Maio si fa trino, impersonando il padrone di casa che ci accoglie il pubblico, e cangiandosi, con pochi tratti di vestiario, tanta perizia nel linguaggio del corpo e nell’intonazione, la moglie e la figlia. 

La moglie si vanta di comperare il caffè in torrefazione (che sono rare come le vincite al lotto ma ancora si trovano) e di macinarlo a casa col macinino di una volta, di preferirlo dolce, e corretto a differenza del marito che lo gradisce amaro, mentre ci racconta di come il caffè arrivò prima a Vienna e poi di lì si diffuse nel resto del Continente. Ci racconta anche come l’idea del caffè zuccherato nacque alla corte francese dall’ambasciatore Solimano che per ingentilire la nera bevanda offerta alle dame l’addolcì con lo  zucchero.
La moglie viene raggiunta per telefono dalla madre che, mentre si lamenta della nipote Carlotta perchè scostumata, le chiederle i numeri della  smorfia perchè si è sognata il caffè. Tante le cifre collegate al caffè (42) a seconda che sia crudo (52), abbrustolito (46), nel bicchiere (3), macchiato (18) o servito col cioccolato (84).
Con le trecce e una bambola di pezza in mano conosciamo infine anche Carlotta, la figlia scostumata, che si beve i resti del caffè della madre, resti che nega, perfida, alla bambola perchè le fa male al pancino. Carlotta beve quello corretto della madre, a lei l’anice non piace ma lo assaggia…
Carlotta si lamenta che a casa sua regna la pace e che i genitori non litigano mai, come quelli della sua amica Leda, nonostante i suoi tentativi di farli litigare. Ci racconta che una volta ha chiesto al padre perchè lui e la madre non litigano e il padre le ha risposto perchè non vogliamo lasciarti orfana. 

Tornato il padrone di casa, prima di chiudere la sua chiacchierata, invita a bere il caffè che il pubblico consuma davvero, prima timidamente, poi sempre con maggiore maggiore entusiasmo.

Posso offrire un caffè? è un testo di rara intelligenza che sa coniugare il gusto per il dettaglio storico con la notazione ironica, la musicalità della lingua napoletana  con la verve istrionica del suo interprete, Carlo Di Maio, senza il quale lo spettacolo non ci sarebbe.

Un piccolo gioiello nella programmazione di uno spazio teatrale da tenere d’occhio.

 

Posso offrire un caffè?
diretto e interpretato da Carlo Di Maio
da un’idea di Enrico Carretta
elaborazioni musicali Davide Di Lecce

 

Visto per voi al teatro Binario 30 il 21 dicembre 2023.

 

 

(28 dicembre 2023)

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