Tom à la ferme. Un testo memorabile, la messinscena un po’ meno

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di Alessandro Paesano

“Volevo parlare del mentire tra gay. Si impara a mentire prima di essere gay. Per stare con altri ragazzi quando sei un adolescente, nascondi di essere gay e allo stesso tempo cerchi di avvicinarti a loro. Siamo dei coraggiosi mitomani. Intervista a Michel Marc Bouchard


Tom à la ferme
(t.l. Tom alla fattoria)
è una pièce teatrale in 12 quadri del drammaturgo del Quebec Michel Marc Bouchard, scritta nel 2009 e andata in scena per la prima volta l’11 gennaio del 2011al Théâtre d’Aujourd’hui di Montréal. Il regista cinematografico Xavier Dolan ne ha tratto un film, omonimo, nel 2013, per il quale ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con lo stesso Bouchard dando alla pièce una notorietà internazionale, anche italiana.

Il testo racconta della visita del giovane Tom alla fattoria del suo compagno Guillaume, appena morto in un incidente, dove vive la madre Agathe, che non sa che Tom sia stato il compagno di suo figlio, e dove Tom scopre l’esistenza di Francis il fratello maggiore di Guillaume.

La violenza e la bugia sono le due coordinate narrative e morali entro le quali si dipana la pièce: la violenza di Francis, che ha sfigurato Paul, innamorato adolescente di Guillaume, letteralmente forzandogli la bocca fino a rompergli la mandibola; quella esercitata su Tom per intimargli di sostenere le sue bugie su Sara, l’inesistente fidanzata del fratello (in realtà una collega di lavoro); le bugie di Guillaume che ha omesso l’esistenza di Francis, non ha detto di sé a sua madre e ha mentito anche a Tom sulla sua compulsiva infedeltà, esercitata con ragazzi e ragazze, come lo informa Sara (che raggiunge Tom alla fattoria).

La scrittura di Bouchard è elegante e squisitamente teatrale, riassumendo situazioni e ambienti semplicemente dal sottinteso dei dialoghi evocando di volta in volta la chiesa dove si svolge la cerimonia funebre e i vari ambienti della fattoria, dalla stalla alla cucina alla camera da letto.

Ogni quadro è sviluppato su un doppio registro: mentre interagisce con Agathe, Francis e Sara Tom si rivolge al compagno defunto commentando quel che gli accade (e Bouchard nel testo, pubblicato dalle Éditions Leméac, specifica che le battute che Tom rivolge a se stesso o al suo amante defunto non devono essere recitate come divagazioni dirette al pubblico. Tom deve dire queste battute interando sempre con gli altri personaggi) in uno sdoppiamento emotivo che si fa fisico, come se Tom uscisse da se stesso per allontanarsi dalla scomparsa di Guillaume, e da quello che gli succede alla fattoria naturalmente.

Più conosce la madre e Francis più Tom rimane coinvolto nelle loro dinamiche familiari  (la mungitura delle vacche, la nascita di un vitellino) assumendo su di sé quell’imperativo morale per il quale Francis dice di mentire alla madre (risparmiarle il dolore sui veri amori di Guillaume e proteggerla dal ludibrio) arrivando a emularlo fino al finale, terribile e catartico.

La pièce chiede ai e alle interpreti un impegno e una bravura fuori dal comune, nel districarsi in un testo che non lascia tregua né pause. Ai due interpreti maschili richiede anche una prestanza fisica non indifferente: devono saper danzare e devono mimare atti di violenza fisica (i soprusi e le aggressioni di Francis ai danni di Tom e anche una lotta corpo a corpo fatta dinanzi Agathe, che non si scompone, invitando i ragazzi ad andare a fare quello che stanno facendo fuori dalla sua cucina).

Se Tom rimane sedotto dal comportamento violento di Francis (nel quale continua a riconoscere dettagli fisici del suo defunto compagno (ha la tua stessa nuca…) fino a sostituirsi a lui, quando Agathe scopre la verità nascosta del figlio (legge i diari che Guillaume  le aveva lasciato  il giorno che è partito dalla fattoria per non farne più ritorno, dei quali recita dei brani come fossero versetti della bibbia) riconosce lo scandalo di non sapere, l’incapacità di saper vedere, ammette la cecità di chi non si rende conto di quanto le succede intorno.

Per comprendere pienamente la dinamica dei personaggi bisogna misurarla in tralice con l’eco emotivo dell’elaborazione del lutto che dà alla violenza e alla menzogna altre ombre, altro spessore.

Bouchard resiste al facile psicologismo e non cerca di spiegare la violenza di Francis come risultato di una educazione repressiva o religiosa. Francis non è una vittima come non lo è Agathe. Se sono vittime lo sono per la mancanza di educazione, per la loro classe sociale, per il duro lavoro alla fattoria, la scarsità economica, non certo per la repressione sessuale o la morale cristiana.

Nell’universo evocato nella pièce la verosimiglianza lascia posto a una certa simbolicità del racconto che al cinema già non funzionerebbe altrettanto bene e infatti il film di Dolan è sensibilmente diverso dalla pièce, figuriamoci nella vita reale. Per cui lo spettacolo, lungi dall’essere uno spaccato reale della vita delle persone omosessuali della provincia canadese, è occasione per riflettere sull’omertà cui il ludibrio costringe tutte le persone non eteronormate, riuscendoci magnificamente.
L’atto finale di Tom è la logica conclusione d’un racconto che nel denunciare l’omofobia ci mostra l’orrore della violenza di cui si alimenta, una violenza che è sempre agita, scelta, voluta. L’unico limite di questo racconto è la casistica di violenza eccezionale e mostruosa che nel momento in cui si fa metafora di una condizione vissuta dalle persone  omosessuali annovera comunque il discorso nell’eccesso del comportamento psicotico. Le problematiche borghesi vengono lasciate alle coppie di sesso diverso…

La messinscena di Giuseppe Bucci, che firma regia, luci e spazio scenico, per questa prima assoluta italiana (la cartella stampa non menziona di chi sia la traduzione), stenta a ingranare per poi crescere man mano che lo spettacolo procede.

La messinscena viene rallentata da alcuni elementi esornativi, come il cambio di costume dei personaggi, fatto in scena, lunghissimo ed estenuante, ripetuto diverse volte (una sola volta sarebbe stata più che sufficiente). Anche i brani musicali, impiegati come tappeto sonoro, in sovrabbondanza rispetto le indicazioni del testo originale, dove quelli presenti  hanno una funzione narrativa precisa, distraggono dal testo spesso interferendo con la recitazione, coprendo alcune battute, visto che l’emissione vocale degli attori e delle attrici non sempre è sufficiente), dettagli che contribuiscono a una dilatazione dei tempi che sembra fatta più per prendere tempo (non si sa per quale motivo) che per ottenere un effetto drammaturgico.
Anche l’impiego di un rumore forte e improvviso che sottolinea, insieme al buio di scena, il passaggio tra un quadro e l’altro, che fa trasalire il pubblico in sala, si rivela un coup de théâtre artificioso, poco d’ausilio alla messinscena.

La vera parte dolens sono però le performance degli e delle interpreti.
Anche se Lorenzo Balducci se la cava egregiamente nel restituire la violenta prepotenza del suo personaggio, senza mai strafare, grazie a una sensibilità scenica davvero notevole,  non cambia mai registro interpretativo proponendo un Francis sempre con lo stesso tono di voce che non cambia nemmeno quando si confida con Tom, o quando mostra la propria vulnerabilità.
Maria Lomurno interpreta Sara con i toni troppo leggieri della commedia, senza restituire  alcuno dei sottotesti che Bouchard ha pensato per il suo personaggio.

Marina Remi nei primi quadri rimane costretta in un registro dimesso che attinge dal repertorio della madre affranta togliendo spessore al personaggio di Agathe,  riuscendo a trovare la giusta chiave espressiva verso i quadri finali dove la sua immensa bravura trova finalmente il modo di emergere, restituendo  credibilità al suo personaggio, come avrebbe dovuto essere sin dall’inizio.

Chi invece lascia completamente a desiderare è Salvatore Langella che pecca nella recitazione (dizione, emissione della voce, linguaggio del corpo, intenzione non sono mai del tutto efficaci) e sembra muoversi sul palco senza avere trovato una  chiave interpretativa per il suo personaggio.

Sprovveduto all’inizio, quando invece avrebbe dovuto avere, secondo il testo, la sicumera del cittadino venuto a trovare la gente di campagna, privo di un focus psicologico credibile quando esprime la mancanza del compagno appena morto, stonato nelle intenzioni con cui dice le battute, sembra non provare le emozioni che esprime tramite le parole che recita. Langella affronta la doppia articolazione di un testo che lo vede dialogare e monologare al contempo con aria spaesata, come fosse capitato sulla scena per caso, senza davvero volerlo.
Un impaccio la cui responsabilità è condivisa con la regia che avrebbe dovuto saperlo sostenere e agevolare e non lasciarlo naufragare, abbandonandolo a se stesso.

Eppure lo spettacolo tiene, sa farsi guardare, inchioda il pubblico, che rimane colpito e che, alla fine,  applaude, lungamente, con entusiasmo generoso e sincero.

E chi siamo noi per contraddire il pubblico?

Visto per voi venerdì 19 maggio 2023 al teatro Belli di Roma

 

TOM À LA FERME
di Michel Marc Bouchard

con Salvatore Langella, Lorenzo Balducci, Marina Remi Maria Lomurno
musiche Pericle Odierna
regia, luci e spazio scenico Giuseppe Bucci

 

 

(20 maggio 2023)

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