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Al Teatro Goldoni di Venezia #Inscena “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Dal 21 al 25 febbraio

foto: Alfredo Tabocchini

di Gaiaitalia.com #Venezia twitter@gaiaitaliacomlo #Teatro

 

 

Da mercoledì 21 febbraio alle ore 16.00 appuntamento al Teatro Goldoni di Venezia con l’atteso Il nome della rosa, una co-produzione del Teatro Stabile del Veneto insieme a quelli di Torino e Genova, la prima versione teatrale italiana del capolavoro di Umberto Eco. Il nome della rosa, che porta la firma di Stefano Massini, tra gli autori teatrali più apprezzati in Italia e all’estero, già Premio Ubu per Lehman Trilogy, è diretto da Leo Muscato, al lavoro con un cast multigenerazionale di grandi interpreti: Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo, Giulio Baraldi, Luigi Diberti, Marco Gobetti, Luca Lazzareschi (nella parte di Guglielmo da Baskerville, che al cinema fu di Sean Connery), Bob Marchese, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione, Arianna Primavera, Franco Ravera e Marco Zannoni.

La replica di mercoledì 21 febbraio alle 16.00 è fuori abbonamento, da giovedì 22 a domenica 25 vigono i normali turni di abbonamento alla Stagione di Prosa 2017-2018.

Venerdì 23 febbraio alle 17.30 al T – Fondaco dei Tedeschi, aperitivo con gli interpreti (ingresso libero fino ad esaurimento posti).

Il nome della rosa di Umberto Eco, tradotto in 47 lingue, ha vinto il Premio Strega nel 1981. La sua versione cinematografica, diretta da Jean-Jacques Annaud nel 1986 con protagonista Sean Connery, è stata un successo planetario, rendendo nota la storia ai più: anno 1327, pieno Medioevo; frate Guglielmo da Baskerville, noto per il suo grande acume deduttivo, viene inviato in missione diplomatica presso una remota Abbazia. Qui si trova a dover investigare su una serie di misteriosi delitti. Un giallo complesso da svelare, ricco di risvolti inaspettati e di continui colpi di scena.

La regia dello spettacolo è affidata a Leo Muscato, che alterna regie di prosa a quelle liriche, e che ha trovato nel romanzo di Eco una sfida appassionante: “dietro ad un racconto avvincente e trascinante, il romanzo di Umberto Eco nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura; un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro. La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come. Questa modalità, a noi teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia. La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Nel nostro spettacolo, questo io narrante diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un se stesso giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville. Siamo nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero, che travaglia l’Europa da diversi secoli e Guglielmo da Baskerville è stato chiamato per compiere una missione, il cui fine ultimo sembra ignoto anche a lui. Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo”.

 




 

(15 febbraio 2018)

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