Da non perdere
Home / Prima Teatro / “Dominio Pubblico” #Vistipervoi da Alessandro Paesano: Romeo e Giulio, quello che mancava

“Dominio Pubblico” #Vistipervoi da Alessandro Paesano: Romeo e Giulio, quello che mancava

di Alessandro Paesano twitter@Ale_Paesano

 

 

Ultimo spettacolo che abbiamo visto di questa quarta edizione di Dominio Pubblico è stato ROMEOeGIULIO della compagnia Bologninicosta.

Scritto da Sofia Bolognini, che oltre a firmare la regia vi recita anche, insieme a Cesare D’Arco, Mauro  De  Maio,  Riccardo  Avveriamo,  Nicole  Petruzza,  Gabriele  Olivi e  Aurora  Di Gioia, lo spettacolo nelle note di regia viene presentato non come uno spettacolo contro l’omofobia [ma come] (…) un testo sula questione di genere in quanto tale.
I ruoli della donna e dell’uomo, della femmina e del maschio (e quindi della madre e del padre)
(…) vengono ridotti a vere e proprie maschere stereotipate, ridicolizzate, mostrate in tutta la loro vuotezza.

Nello spettacolo però a essere stereotipati e ridicolizzati non sembrano già i ruoli di genere eterosessisti ma l’omosessualità maschile tout-court.

I ragazzi che amano i ragazzi indossano tutti sottovesti femminili mentre inneggiano a una libertà sessuale promiscua e sordida dove le dark room sono posti in cui ti strofini nel buio sperando che quello a fianco a te non sia tuo zio o tuo nonno (letterale nel testo).

A questa libertà sessuale compulsiva e non gioiosa viene contrapposto l’amore di Romeo e Giulio, amore casto (i due in scena si danno solo qualche bacio senza mai esplorare l’amore carnale) e di coppia.

Il lavoro è sviluppato per quadri nei quali un coro si contrappone ai personaggi vari.

Che sia il prete che costringe Romeo a fare coming out (e non outing come viene detto nelle didascalie, che è tutt’altra cosa) o i vari politici italiani che esprimono idee contrarie alle unioni civili o all’omogenitorialità,  il coro commenta e presenzia sempre con i ragazzi in abiti femminili, eccessivi e iperbolici,  sussumendo l’omosessualità (maschile) al travestitismo, mentre le ragazze indossano su di un reggiseno una giacca.

C’è una ambiguità di fondo nel testo che confonde orientamento sessuale e ruoli di genere sovrapponendo cose diverse: se per mettere in discussione i ruoli di genere si sceglie di vestire una donna di vestiti considerati “maschili” non si può usare lo stesso artificio per parlare di omosessualità senza rischiare di confermare il luogo comune che vuole il gay una femmina mancata.

Più che ridicolizzare i ruoli maschili e femminili tout court come pretende di fare, lo spettacolo sembra ridicolizzare le persone omosessuali maschili (di donne che amano donne nello spettacolo non c’è traccia).


Il travestitismo e il femminino

Sfugge evidentemente all’autrice il motivo per il quale certe persone omosessuali (ma sicuramente non tutte) usano travestirsi (non vestirsi da donna come scritto nelle didascalie del testo) o comunque rivisitano il femminino: l’autoironia, la provocazione, la sfida e la voglia di sottrarsi a dei ruoli di genere ipermachisti  che stanno stretti anche a tanti ragazzi etero.

Nello spettacolo invece i ragazzi gay sono effeminati perché sensibili, perché fragili (come le femmine) perché un po’ femmine lo sono davvero, se intendiamo bene la scena che vede il colpo di fulmine tra Romeo e Giulio orchestrato da una presenza femminile che lega ai polsi e alle caviglie dei due ragazzi dei fili rossi tirati poi da un ragazzo e un’altra ragazza.

Una presenza oscura che non trova riscontro nella cultura occidentale dove l’amore è personificato da Eros, che è maschile.
Una figura femminile che ritorna anche in un altro quadro dove danza solitaria incarnando l’unica forma di sensualità presente nello spettacolo, una sensualità femminile della quale sfugge il simbolismo visto che è posta in un contesto omoerotico maschile.

Checché ne dica lo spettacolo se Romeo e Giulio si sono piaciuti non è certo per via della femmina che c’è in loro ma per un virile e maschio desiderio sessuale, e sentimentale, omoerotico.

Lo spettacolo invece non riconosce mai la dignità del desiderio omoerotico se lo fa eterodeterminare da qualcun altro e qualcun altra (nella scena dei fili rossi), e, di nuovo viene da chiedersi cosa c’entri una ragazza nel desiderio erotico tra due uomini.

 

Il sesso libero

Nello spettacolo il sesso libero viene definito come sesso promiscuo gay, che è una sciocchezza linguistica visto che il sesso è sesso, non è né gay né etero, casomai sono etero e gay le persone che lo fanno (dimenticando che esistono anche persone bisessuali…).

Ma non basta fare sesso con qualcuno dello stesso sesso per “essere” omosessuali.
Si distingue infatti tra comportamento sessuale (con chi facciamo sesso) e orientamento sessuale (di chi ci innamoriamo, con chi ci facciamo delle storie sentimentali, oltre a fare sesso).

Presentare le persone omosessuali come fa lo spettacolo come persone che vanno nei locali a fare sesso è una generalizzazione discriminatoria mendace e offensiva.

Ci sono tanti locali etero dove gli uomini fanno sesso con donne, oppure locali per scambisti, quanti sono i locali gay con la darkroom, però a nessuno verrebbe in mente di affermare che tutti gli uomini etero frequentano quei locali.

Parlare di darkroom per parlare di omosessualità sarebbe come parlare di prostituzione per parlare di eterosessualità.

La recitazione

Tranne un paio di eccezioni (il ragazzo nel ruolo della madre e la ragazza nel monologo del padre di Giulio) RomeoeGiulio, ha la verve e lo spessore del laboratorio teatrale, nel quale gli e le interpreti non hanno la benché minima idea di come si stia sul palcoscenico o la consapevolezza che a teatro le parole VANNO SCANDITE altrimenti si capisce poco, sopratutto se c’è una musica che sovrasta l’emissione fonica non proprio possente, nonostante l’amplificazione.

 

La tragedia di Shakesperare

Il riferimento alla tragedia scespiriana è pretestuoso: l’amore contrastato tra Romeo e Giulietta non diviene amore contrastato tra Romeo e Giulio.
I due ragazzi sono criticati in quanto omosessuali, a prescindere se in coppia o meno.

Il suicidio dei due innamorati non avviene accidentalmente come in Shakespeare: Giulio si toglie la vita non per amore di Romeo ma perché il padre non lo riconosce.

Il padre di Giulio ci è mostrato debole e ossessionato da un virilismo che non ha (sic!) mentre la madre di Romeo è una virago fagocitante secondo il luogo comune, misogino e sessista, della femmina castrante.

Una caratterizzazione dei genitori dei due protagonisti omosessuali (madre forte e padre debole) che, negli anni 50, erano indicate da alcune frange reazionarie della psicanalisi come con-cause (sic) dell’omosessualità maschile, che da più di venti anni è riconosciuta come normale variante del comportamento umano.

 

Ambiguità

In un altro quadro le dichiarazioni omofobe della nostra politica vengono presentate con toni televisivi “sbarazzini” alle quali però non viene contrapposta nessuna argomentazione dialettica per cui si rischia di sminuirne il portato discriminatorio come fossero dichiarazioni innocue, mentre in realtà non lo sono affatto.

In un altro quadro si rievoca l’aggressione realmente avvenuta ai danni di un ragazzo genovese preso a calci e pugni sull’autobus perché scambiato per omosessuale.
L’aggressione viene traslata su Giulio e Romeo: Giulio subisce uno stupro, mentre Romeo assiste inane.

Subito dopo Romeo raggiunge Giulio e invece di soccorrerlo, di accompagnarlo in ospedale o alla polizia, per denunciare lo stupro subito,  lo consola raccontandogli di un futuro da vivere in due.

Questa acquiescenza per la violenza subita che sembra tollerata come qualcosa di prevedibile e inevitabile quasi che sia il prezzo, anche solo simbolico, da pagare alla società per la propria diversità, getta su tutto lo spettacolo un’ombra sadica, sinistra e squisitamente omofobica esplicitando la pulsione di morte che è il vero motore del testo.

Una morte che non diventa mai strumento di denuncia di una discriminazione omofobica, ma piuttosto il grido di allarme per l’incapacità degli adulti di espletare la propria funzione genitoriale dalla cui assenza sembra scaturire la promiscuità sessuale e l’omosessualità presentate come comportamenti disordinati.

Un’omosessualità maschile vista col pietismo dell’eterosistema che riconosce magnanimamente come normale, cioè uguale a se stessa, una diversità che non si vuole affatto accogliere ma cancellare, omologandola.
Una realtà omosessuale vecchia

Lo spettacolo presenta una realtà omosessuale ferma a 30 anni fa, quando le persone gay e lesbiche non formavano famiglie, non si univano civilmente – in Italia non ci si può ancora sposare – censurando così anche quel po’ di diritti civili (e non per omosessuali come viene detto nel testo, ché le persone omosessuali non hanno certo bisogno di diritti specifici) che sono stati faticosamente raggiunti.

Nei quadri non di parola, dove i e le performer agiscono scene coreografate, non viene mai messo in scena il desiderio erotico o amoroso, ma sempre e solamente la sua impossibilità che però non dipende dalle pressioni esterne ma da una intrinseca incapacità individuale.

Un omoerotismo ridotto alla mera sessualità, ignorando i sentimenti e soffermandosi esclusivamente sul corpo.

Un corpo cui, parafrasando i celebri versi scespiriani, i due protagonisti si riferiscono in questi termini:  Che cosa è corpo. Che cos’è un corpo. Tu Romeo, sei la cosa meno simile a un corpo che io abbia mai visto.

Infatti Romeo e Giulio sono persone, esseri umani, e non corpi i quali oltre agli orifizi da farsi penetrare nelle darkroom o negli stupri, hanno dei sentimenti, non necessariamente quelli di un femminino affettato e adolescenziale, ma quello profondo e solido di essere umani maschili e adulti.

 

Il giovanilismo.

Quel che infastidisce di più dello spettacolo non sono tanto i pregiudizi coi quali viene portata in scena l’omosessualità ma il fatto di parlarne in terza persona (loro) come se nel pubblico, come dappertutto, le persone omosessuali non ci fossero già.

Questa vocazione di voler spiegare al pubblico gli omosessuali questi sconosciuti,  irricevibile e imbarazzante, mette tutto nello stesso maelstrom di una teatralità male intesa che si crede sincera perché basata sullo spontaneismo della gioventù.

Una gioventù in realtà vecchia e triste per la quale il fare è già sinonimo di buono, poco importano il come e il perché.

Infastidisce infine la presunzione di chi allestisce un tale discorso con la sicumera di chi crede di avere capito tutto quando in realtà non ha capito niente.

La presunzione di chi si sente talmente arrivata da dire, nelle note introduttive al testo, che, dopo aver lavorato con Eugenio Barba e con i Motus, è rimasta delusa da entrambi senza spiegarci il perché.
E tanto ci deve bastare.

 

 

 

(7 giugno 2017)




 

©gaiaitalia.com 2017 – diritti riservati, riproduzione vietata



 

admin

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne clicca su "leggi di più". Questo sito utilizza cookies di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi