Duo d’Eden riprende un passo a due dal monumentale Eden (135 minuti di durata) del 1986 di Maguy Marin, famosissima coreografa francese, allieva di Béjart e pioniera del teatrodanza, riproposta dalla MM Contemporary Dance Company di Michele Merola per il Festival Fori Programma in abbinamento con Grosse Fugue (2001) coreografia presentata, quest’ultima, nella sua durata originale.
In Duo d’Eden un danzatore e una danzatrice entrano in scena indossando un costume aderente color carne (caucasico…) per simulare la nudità integrale.
Sul tessuto sono riportati alcuni marcatori di genere: la forma dei seni e dei capezzoli per la danzatrice, la sagoma del pene per il danzatore, oltre ad altri segni tra cui quello della colonna vertebrale che, presumiamo, nasconde l’apertura necessaria a indossare il costume.
Danzatore e danzatrice indossano una maschera che ne copre completamente la testa, offrendo una rilettura della fisionomia umana in chiave primitivista e perturbante.
Lei, nella maschera, ha gli occhi chiusi; lui, uno sguardo fisso e impenetrabile che non tradisce alcuna emozione.
Sono evidenti anche alcuni elementi funzionali del costume, come i rinforzi sul palmo delle mani e sotto la pianta dei piedi per creare l’attrito e la presa necessari in un costume altrimenti troppo liscio e scivoloso.
Così bardati, danzatore e danzatrice, Mario Genovese e Fabiana Lonardo, sono messi a dura prova nel repertorio di prese previsto dalla partitura coreutica. La grammatica coreografica vede tradizionalmente la donna portata dall’uomo, donna che gli gravita attorno, aggrappandosi al suo corpo, che rimane fulcro di ogni suo movimento. Le posizioni sono particolari e cercano una nuova espressività attraverso prese poco canoniche. In questo modo, la prossimità anatomica a porzioni di un corpo non reale ma performato, la cui carnalità viene azzerata dalla mediazione del costume, abilita una prossemica altrimenti impraticabile.
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Questa coreografia vuole restituire l’ancestrale fisicità del primo uomo e della prima donna accedendo a un piano mitico, protostorico, che inneggia a un modo di rapportarsi che evoca l’amore originale, quello dei tempi dell’innocenza, come recitano le note di regia.
I movimenti di lei si giocano su una dinamica di costante sospensione, rivelando un contatto quasi nullo con il suolo: una perpetua levitazione assistita, dove ogni evoluzione — persino i passaggi a testa in giù — si realizza grazie al supporto continuo di lui, che la sostiene e ne diventa l’asse portante.
I gesti confermano la convenzione per cui è l’uomo a portare e la donna ad aver bisogno di sostegno per eseguire movimenti altrimenti impossibili. Le stesse note di regia confermano questa polarizzazione quando definiscono lei «una liana che si avvolge» e lui colui «che la tiene e sostiene».
Una suddivisione dei ruoli di genere alquanto canonica e ormai ampiamente superata dalla danza contemporanea, che li ha destrutturati in ogni modo possibile.
La coreografia finisce così col riproporre alcuni stereotipi legati alla danza classica, che vengono confermati proprio all’interno di questo rapporto originario, presentato come universale, innato e spontaneo.
Michele Merola, brevemente intervenuto durante il cambio palco, ha ricordato come Maguy Marin abbia difeso l’esaltazione della donna in questa coreografia, sottolineando che tra danzatore e danzatrice deve esserci un’intesa perfetta e un equilibrio paritario nella forza applicata, pena la caduta. Questo assunto, tuttavia, è valido per qualunque tecnica di contact o di presa: la parità dello sforzo fisico non azzera né giustifica il portato ideologico di una gerarchia implicita nella suddivisione tra chi avvolge/seduce e chi sostiene/resiste.
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Se ripensiamo alle marcature di genere dei due costumi, notiamo che quello dell’uomo accenna graficamente a un pene a riposo. A ben guardare si tratta solamente di due segmenti verticali e paralleli che designano l’asta peniena, che però il nostro cervello decodifica automaticamente riducendolo ai suoi elementi grafici fondamentali (la corona del glande, in realtà non disegnata, viene percepita come presente per abitudine mentale, supportata visivamente solo da un’ombra o da una cucitura). Il costume della donna, al contrario, mostra anatomicamente il monte di Venere ma cancella la vulva: non c’è alcuna linea verticale a ricordare l’apertura vulvare. È lo stesso meccanismo visivo che si ritrova nella celebre placca identificativa della sonda spaziale Pioneer 10, concepita da Carl Sagan nel 1972: cancellare il sesso della donna lasciando intatto il seno, biologicamente classificato come organo riproduttivo ma culturalmente situato decisamente altrove.
L’archetipo culturale che emerge dalla progettazione dei costumi appartiene alla medesima compartimentazione di genere di matrice patriarcale e colonialista.
Le maschere indossate dai performer hanno qualcosa di esotico, quasi ferino, in linea con un immaginario antropologico che rimanda direttamente al gonnellino di banane fatto indossare a Josephine Baker nella Parigi degli anni venti. Mentre Baker non rimase succube del dispositivo coloniale, decostruendolo attraverso un’ironia iperbolica e performativa, la ieraticità delle maschere e la solennità dei movimenti compiuti da Fabiana Lonardo e Mario Genovese non sembrano problematizzare i ruoli di genere evocati, limitandosi a riproporli.
Si potrebbe pensare che questa visione rispecchi l’impianto tradizionalmente maschilista del Genesi, che vede Eva plasmata da una costola di Adamo.
Una lettura più attenta della Bibbia però svelerebbe che, prima della narrazione che vuole la donna desunta dal corpo maschile, esiste un racconto precedente in cui uomo e donna vengono creati simultaneamente, senza alcuna gerarchia, entrambi a immagine divina.
Questa bipolarità originaria («maschio e femmina li creò») spinse i rabbini dei primi secoli dell’era volgare a ipotizzare un’androginia primigenia dell’essere umano.
Una suggestione teologica che avrebbe permesso una lettura dei corpi e dei ruoli di genere radicalmente diversa da quella che la coreografia Maguy Marin propone.
Il rimontaggio filologico di Cathy Polo e Ennio Sammarco restituisce così un pezzo di storia della danza coreograficamente impeccabile, che rivela però intatta la polvere del suo tempo: l’incapacità di guardare al mito d’origine senza rimanere impigliati nelle maglie della più rassicurante e binaria convenzione patriarcale.
Duo d’Eden
Coreografia e colonna sonora: Maguy Marin
Coreografia rimontata da: Cathy Polo e Ennio Sammarco
Costumi: Montserrat Casanova
Luci: Alexandre Béneteaud
Maestro ripetitore: Enrico Morelli
Con: Mario Genovese, Fabiana Lonardo
Produzione: MM Contemporary Dance Company
Coproduzione: Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Visto per voi al Teatro India di Roma nell’ambito del Festival Fuori Programma il 6 luglio 2026
(12 luglio 2026)
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