Ed eccoci alla restituzione del laboratorio Emtools Unleashing Ghosts From Urban Darkness (t.l. Slegare i fantasmi dall’oscurità urbana) di Alessandro Carboni, primo evento di questa seconda settimana di programmazione del Festival Attraversamenti Multipli.
Carboni ci accoglie all’ingresso del parco e ci invita a seguirlo, a rimanere coesi e a cercare i performer e le performer che incroceremo, in una restituzione che definisce mimetica, lasciandoci il compito di apprezzare tutte le implicazioni di significato.
Quando partiamo Carboni ci precede e ci guida con lo sguardo, osserva elementi del paesaggio, le ville che si affacciano sulla via che porta al parco. E già in questa prima esplorazione ci accorgiamo di elementi che non avevamo mai notato, come un magnifico albero di limoni, florido e prospiciente la strada, che campeggia rigoglioso in un giardino; eppure percorriamo sempre quella strada per andare al festival…
Lo sguardo di Carboni si sofferma su elementi di arredo architettonico: i pali della luce, una videocamera di sorveglianza a perpendicolo su un portone di ingresso, delle calle spampanate e afflosciate dal caldo.
Quando incrociamo delle persone ci chiediamo se siano parte della performance o semplici persone che la attraversano inconsapevoli. Anche se non sono i e le performer che cerchiamo, a modo loro fanno comunque parte dell’azione…
Poi incontriamo una prima performer che ci guarda dritto negli occhi e inizia a declamare alcune descrizioni geometriche tipo: «Intrecciati sospesi», «Forato per terra», «Perpendicolare a una linea leggermente fratturata». A ognuna di queste descrizioni-definizioni segue una reinterpretazione fisica che impiega il corpo in pose plastiche, raggiunte con un movimento calmo e continuo che coinvolge gli arti e, se serve, anche i capelli.
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La performer si muove e il pubblico la segue, marcandola da vicino. A un crocevia individuiamo un altro performer e cominciamo a seguire lui, mentre la prima interprete si allontana in direzione opposta. Così, mentre il nuovo performer enuncia nuove descrizioni geometriche («Incrociate senza soluzione di continuità. Linea dritta intersecata da una linea obliqua») componendo pose che implicano anche il togliersi la scarpa e il posizionarla con il piede sul marciapiede, ponendola sul fianco, la performer precedente sparisce all’orizzonte.
I e le performer si susseguono come in una staffetta: ogni passaggio di testimone costituisce una stazione in cui incontriamo una persona, uno sguardo, un modo di usare il corpo e altre descrizioni geometriche.
Poi tutte le persone coinvolte nella performance si raggruppano, sempre declamando ad alta voce formule geometriche, e continuano a restituire versioni incarnate nei propri corpi di quanto hanno descritto: «Attorcigliato a una linea dritta. Si spezza verso il basso. Si ripetono in linee parallele diagonali». Ed è qui che abbiamo la nostra piccola epifania. L’ultima descrizione data, «linee parallele diagonali», corrisponde esattamente ad alcuni disegni della segnaletica stradale sulla pavimentazione: l’intera operazione si staglia allora in tutta la sua evidente chiarezza.
L’occhio di Carboni e quello dei e delle performer cercano elementi specifici nell’arredo urbanistico e paesaggistico. La zona che Carboni ha scelto di esplorare si snoda tra rovine romane, il sottopassaggio del cavalcavia della rete ferroviaria e alcuni lembi del parco dell’acquedotto che si incuneano fin dentro i villini della zona. La ricerca visiva riduce il paesaggio e l’arredo urbano ad alcuni elementi geometrici essenziali, in maniera analoga a quanto faceva Piet Mondrian quando riduceva i rami degli alberi a rettangoli colorati.
Le geometrie in cui il paesaggio è stato scomposto vengono poi cercate ed evidenziate nel corpo di ogni performer e vengono restituite al pubblico attraverso una posa precisa, coreograficamente e plasticamente eseguita; per raggiungere tale posa, gli e le interpreti compiono un movimento rigorosamente guidato da una grammatica coreutica. L’eleganza della danza guida la ricerca dei movimenti per raggiungere, interpretare e restituire con il proprio corpo un correlativo soggettivo dell’astrazione geometrica compiuta.
Alla fine i e le performer si riuniscono, inserendosi tra il gruppo del pubblico, ed ecco che alcune descrizioni geometriche e le relative pose plastiche di restituzione vengono ripetute (e il pubblico può riconoscere un gesto e un movimento che ha già visto); inoltre, se prima chi declamava le descrizioni ne eseguiva la versione organica direttamente col proprio corpo, ora a una descrizione detta da un performer è un altro o un’altra interprete a proporne la restituzione fisica.
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Il pubblico si fa così testimone della messa in essere di una grammatica elementare dell’interazione tra osservatore e paesaggio urbano. Questa dinamica, di rimando, si innerva anche nel corpo delle persone del pubblico che assistono a una performance capace di suggerire un allenamento visivo e fisico di immediato apprendimento; una restituzione coreografica che richiede, nella sua apparente semplicità, una grande dose di accuratezza. Pur creato all’impronta, il discorso intrapreso non è improvvisato, ma risponde a semplici e rigorosi criteri formali.
I fantasmi cui fa riferimento il titolo sono i centri di senso di un paesaggio colto nelle sue essenze geometriche e subito fattisi carne nella presenza di questi e queste performer. Nei medesimi luoghi dove hanno individuato i profili urbani e paesaggistici, essi li hanno ridotti e poi tradotti con una messa in gioco di sé che apre a diversi livelli di lettura e implicazioni. La presenza umana si pone come punto ineludibile: senza lo sguardo non c’è paesaggio, e non solo perché è l’essere umano ad averlo costruito o manipolato, ma perché è umana la retina che percepisce. Senza uno sguardo, non esiste paesaggio.
Liberare i fantasmi (unleash si riferisce proprio al togliere il guinzaglio, scatenare) significa allora riscrivere l’orizzonte urbano, strappandolo alla dimensione impersonale per ricoprirlo delle attenzioni di uno sguardo presente, attivo e ricettivo.
Come viene spiegato nelle note alla performance, questo processo di lettura-riduzione-restituzione si basa sul metodo coreografico Embodied Map Tools, creato da Alessandro Carboni, nel quale il corpo diventa sia lo strumento di una mappatura dello spazio urbano, sia il soggetto di un’auto-mappatura. Il corpo del performer si fa mezzo di interscambio tra le impressioni che arrivano dall’esterno e quelle del proprio organismo nell’atto di un’auto-esplorazione restituita tramite un gesto, un movimento, una postura.
Più di una semplice performance site-specific, Unleashing Ghosts From Urban Darkness si configura come un atto critico e politico: liberare i fantasmi dello spazio pubblico significa sottrarre l’orizzonte urbano alla nostra percezione distratta e alienata, investendolo finalmente con le attenzioni di uno sguardo pienamente presente a se stesso.
Alla fine della restituzione, Carboni ha condotto un breve debriefing con il pubblico che ha partecipato: un ulteriore elemento di prezioso scambio in cui la comunità temporanea riunitasi attorno all’azione ha potuto elaborare collettivamente l’accaduto. In quel dialogo finale, l’atto coreografico si è spogliato di ogni distanza intellettualistica per farsi definitivamente pratica condivisa: un invito politico, accessibile a chiunque, a non subire l’urbanizzazione, ma a tornare a coabitarla.
Unleashing Ghosts From Urban Darkness
di Alessandro Carboni
con la partecipazione dei performers del laboratorio Emtools
produzione Formati Sensibili
in collaborazione con il progetto Ai Confini dell’Arte 2025
Visto per voi al parco di Torre del Fiscale di Roma nell’ambito del Festival Attraversamenti Multipli il 17 giugno 2026
(21 giugno 2026)
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