All’orizzonte, tra i cespugli, una figura completamente avvolta nell’oro – dai vestiti fino alla capigliatura – rompe bruscamente la linearità del paesaggio.
Illuminato da un segui-persona, il performer resta immobile, dando deliberatamente le spalle al pubblico; una scelta scenica che, celando il volto, costringe chi guarda a concentrarsi sulla pura plasticità del corpo. Intanto, una voce registrata e alterata nella velocità rompe il silenzio per raccontare di quella presenza, introducendola, descrivendola e qualificandola.
Capiamo così che si tratta di Eliogabalo, l’imperatore romano che dal 218 al 222 d.C. – salito al potere a soli quattordici anni – si impose come una delle figure più provocatorie, eccentriche e rivoluzionarie della storia antica. Il suo breve regno sconvolse i costumi dell’epoca attraverso una radicale fluidità di genere, matrimoni contratti sia con uomini che con donne, e un rifiuto totale del rigore politico-militare dell’Urbe; un’atipicità esistenziale che gli valse l’assassinio a diciott’anni per mano della guardia pretoriana, seguito dalla damnatio memoriae.
La voce registrata, parlando in prima persona, si rivolge direttamente al pubblico imbastendo una narrazione che si fa al contempo commento identitario («Io non sono nato per essere compreso. Sono nato per bruciare»), manifesto poetico («Ho sposato uomini ho sposato donne ho sposato il desiderio perché il desiderio non ha sesso ha fame… Voi volevate un imperatore. Io volevo essere una cometa») e fiera denuncia contro i suoi detrattori: «Mi chiamano mostro, mi chiamano puttana, mi chiamano sacrilegio. Che fantasia povera hanno gli uomini quando hanno paura». Eliogabalo si scaglia contro il perbenismo della Roma conservatrice, contrapponendo al loro «sole educato» – quello civile, puntuale e sottomesso all’ordine costituito – la propria natura di figlio di un sole divino che divora, danza e ride mentre i vecchi dei crollano.
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In Fuori Fuoco La denuncia e l’oblio si trasformano così in una rivendicazione che inneggia alla trasgressione. Al lirismo tragico di Eliogabalo si sostituisce improvvisa la musica di Xavier Cugat e il suo mambo Bim Bam Bum. Il performer, fino a quel momento ieratico e statico, si dimena, danza, agita il bacino e si mostra finalmente in viso, rivelando una seconda scritta sulla t-shirt: You’re not Shakespeare (Non sei Shakespeare). Nel climax del movimento, i pantaloncini cadono, lasciando il danzatore in slip e t-shirt. Un dettaglio di puro gusto camp, sostenuto dall’intelligenza drammaturgica della scrittura e dalla formidabile, energica tenuta scenica di Carlo Massari.
Teorizzato da Susan Sontag, il camp indica l’esagerazione ludica, l’artificio, la teatralità e la coesistenza di elementi “alti” e “bassi” senza soluzione di continuità, dove il “cattivo gusto” viene eletto a consapevole forma d’arte attraverso l’iperbole e l’autoironia.
Eliogabalo emerge così come l’archetipo del camp storico: il suo trucco d’oro, il camminare nei templi «come una sposa» e il rifiuto della sobria estetica virile romana delineano una performance costante in cui l’identità si costruisce sull’eccesso artificiale e sul trionfo dell’estetica sul potere dello Stato.
Il mambo, con il suo richiamo alla comparsa caraibica (la sfilata del carnevale caraibico), sposta il discorso dal tragico al pop cui fa eco l’esibizione di un corpo che danza e che, letteralmente, «inventa se stesso» al di fuori delle regole.
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Ma ecco che al mambo si sostituisce surrettiziamente lo sfogo di Donald Trump contro l’emittente ABC del quale ascoltiamo l’audio in originale come a sottolineare un involontario gusto Camp presidenziale… Trump non si esprime con il linguaggio distaccato della diplomazia istituzionale, ma predilige i codici iperbolici del melodramma e della performance televisiva, aggredendo i giornalisti («I think you are a terrible reporter… your crappy company») e riducendo le accuse a una farsa mediatica («It’s a hokes»).
Se Eliogabalo incarna il camp tragico e consapevole – la piccola porta luminosa nel muro gigantesco della normalità – Trump rappresenta il naïve camp, il camp involontario: una figura talmente esasperata, egocentrica e sopra le righe da trasformare la politica in puro spettacolo.
L’impiego di Naturtränen (tratto dall’album di debutto del 1978 di Nina Hagen) non costituisce solamente un cambio di atmosfera, ma simboleggia la chiusura perfetta del cerchio drammaturgico, legandosi direttamente a Eliogabalo. Naturtränen è un brano strabiliante in cui Nina Hagen esibisce la sua impostazione da soprano lirico, per poi sabotarla continuamente con urla punk, versi animaleschi, vocalizzi striduli e risate isteriche.
Un brano che può essere letto come la traduzione sonora del camp: prende la forma “alta” e sacra per eccellenza (l’opera lirica) e la violenta con il “basso” (il punk). È esattamente ciò che fa Eliogabalo nel monologo quando prende la sacralità dei templi romani e la profana entrando «truccato d’oro» e ridendo mentre gli dei crollano.
C’è un unico filo conduttore ad unire l’oro di Eliogabalo, il mambo di Xavier Cugat, il populismo iper-teatrale di Trump e l’opera-punk di Nina Hagen: il rifiuto della “normalità” che ha come antidoto la spettacolarizzazione del Sé. Figure che scelgono la via della performance assoluta, accomunate dal medesimo, provocatorio rifiuto del ruolo istituzionale “educato”. La piccola porta luminosa nel muro gigantesco della normalità, aperta da Eliogabalo a Roma duemila anni fa, si spalanca definitivamente nel finale sulle note di Nina Hagen, dimostrando che l’imperatore è davvero ritornato, e che il sole non ha mai smesso di cambiare forma e di splendere.
Fuori Fuoco
Creazione originale di e con Carlo Massari / C&C Company
Una produzione Associazione Culturale SPaCCa
Con il supporto di BACH Art Cultural Hub
Con il sostegno di MIC e Regione Emilia Romagna.
In collaborazione con Margine Operativo / Attraversamenti Multipli
