Quando il pubblico prende posto in sala, la performance è in realtà già cominciata.
Houssem Zouari è lì, immobile nello spazio performativo, già cristallizzato nella posa del Pensatore di Rodin: accovacciato, un piede a terra, l’altro che poggia solamente di punta, gomito sulla coscia, pugno serrato sotto il mento.
Gli spettatori si sistemano come capita, sparsi nell’ambiente teatrale: chi si siede a terra, chi resta in piedi, chi occupa le poche sedie disponibili, diventando immediatamente parte di quella “mostra coreografica immersiva” annunciata nelle note di regia.
Between the Lines di Ilyes Triki si consuma all’inizio nel silenzio più assoluto ed è un monumento al controllo fisico. Triki si muove attorno a Zouari, lo sposta, gli fa perdere l’equilibrio, lo fa cadere di lato, di faccia, sottosopra, arriva persino a trascinarlo, sollevarlo e spostarlo di peso; eppure Zouari resta immobile, mantenendo la posa, come un blocco di marmo insensibile alle sollecitazioni esterne.
È affascinante vedere come tutta la parte a terra – che consiste nel muovere una vera e propria statua umana – diventi progettazione e occupazione millimetrica dello spazio proprio come in ogni coreografia che si rispetti. Mantenendo la posa, comunque venga posizionato, Zouari occupa spazio, è un corpo in movimento, anche se eterodiretto.
Se il mantenimento della posa statica costituisce una negazione del movimento e dunque della danza, anche questa parte della performance di Zouari è squisitamente coreografica.
Lo sforzo fisico richiesto ai due danzatori è immenso: da un lato Zouari, costretto a mantenere una rigidità assoluta, dall’altro Triki, che deve caricarne e gestirne la gravità, sfiorando continuamente il pubblico che resta a guardare col fiato sospeso.
Triki invita anche il pubblico a partecipare, a guardare, ad avvicinarsi.
Meno immediata, meno leggibile e forse, in fondo, meno necessaria nell’economia generale dello spettacolo, appare la sezione centrale.
Dopo aver apparentemente rinunciato a modificare il corpo-statua Triki indossa alcune parti di costume fatte di paillettes e altri accessori, pensate per fasciare mano, avambraccio, piede, polpaccio e testa. Le indossa con qualche inevitabile lungaggine, poi, così bardato, danza sopra delle mattonelle di ceramica. Il rumore dei passi sulla ceramica viene amplificato da due microfoni ed è proprio questo stimolo sonoro a iniziare a scuotere Zouari, rimasto fino a quel momento congelato.
Per quanto l’intento concettuale sia chiaro, drammaturgicamente il passaggio risulta meno decifrabile: perché un coinvolgimento diretto non sortisce effetto mentre una danza che si ammanta di simboli, una danza sacra, quasi sciamanica, sì? Chi ha preparato quei costumi? Sono elementi per i quali avremmo gradito un chiarimento sia nella dinamica narrativa interna della performance che nel suo aspetto concettuale…
L’agnizione arriva nella parte finale, quando la musica – fino ad allora assente – irrompe sulla scena.
Entrambi i danzatori rispondono in maniera estremamente energica e viscerale alle sollecitazioni sonore, performando una eclettica mobilità spostandosi velocemente per tutta la scena, incarnando visivamente una speranza di vita talmente potente da commuovere, lambendosi con le braccia nei movimenti coordinati a terra (rotazioni del busto mentre le braccia vanno per conto loro).
All’inizio della coreografia, quando Zouari era immobile, i movimenti coi quali Triki cercava di smuoverlo erano cristallizzati, limitati da questa rigidità. Non importa lo sforzo e la creatività che Triki mette in questo tentativo di smuovere l’altro (a un certo punto, mentre Zouari si trova capovolto con le gambe in aria e il busto a terra, Triki cerca di inserirsi negli spazi vuoti lasciati dal corpo dell’altro…), ma finché dura la rigidità, ogni sforzo e ogni espressione di creatività restano limitati e deprivati.
Quando Zouari si risveglia al ritmo dei passi di Triki sulle mattonelle, gli stessi movimenti di Triki che prima erano limitati sono finalmente liberi di esprimersi e di cercare ogni declinazione, sostenuta da un movimento fluido, velocissimo, necessario e imprevedibile.
Il pubblico in questa danza improvvisa a due riconosce gli stilemi precedenti innervati adesso in una necessità spontanea che prima mancava.
Entrambi i danzatori possono ora interagire senza più alcuna restrizione di spazio o di dinamica e la danza si attesta come la struttura più umanamente organica dello stare in scena.
È qui che la resistenza contro l’oppressione mentale si trasforma nella forza motrice della liberazione del corpo, dando l’esatta e definitiva contezza di quanto espresso nelle note esplicative: “un lavoro che esplora le cicatrici invisibili delle nostre vite moderne e offre uno spazio risonante per ricollegare l’umanità alla sua essenza”.
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Between the Lines si rivela uno spettacolo potente che vince la sua scommessa grazie a una cifra tecnica straordinaria e a un’onestà performativa indimenticabile. Triki e Zouari non si limitano a mostrare l’alienazione, ma la attraversano fisicamente, regalando al pubblico non soltanto una riflessione intellettuale, ma soprattutto un’esperienza viscerale di liberazione che continua a risuonare anche dopo l’uscita dalla sala.
BETWEEN THE LINES
Coreografia e interpretazione: Ilyes Triki
Con: Ilyes Triki, Houssem Zouari
Musica e Sound: Ayoub Bouzidi
Scenografia: Fatma Balti
Costumi: Nawel Lassoued
Partner e co-produzione: Al Badil, Théâtre Francine Vasse
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