La drammaturgia necessaria di Latini: Pagliacci all’uscita

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di Alessandro Paesano

Roberto Latini approccia due opere la cui presenza è molto diversa nel nostro immaginario collettivo. I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, opera del 1892 che fu popolarissima, la cui aria Vesti la giubba è conosciuta ancora oggi bel al di là della cerchia di melomani, e l’atto unico All’uscita di Pirandello, scritto nel 1916messo in scena solamente nel 22, testo invece relativamente poco conosciuto e denso di riferimenti teosofici (sottotitolo del suo autore era mistero profano). 

Latini avvicina questi due testi ritenendoli, come spiega nella scheda artistica, collocabili da una parte all’altra di un ponte ideale, fondamentale per la letteratura teatrale, che a cavallo dei due secoli, riesce a trasformare i percorsi sintattici in prospettive drammaturgiche; uno accanto all’altro, creano un terzo materiale, indipendente, per evocazione e compromissione, in salvo dal malinteso della narrazione e nella disponibilità̀ del contemporaneo, o di quel concetto di “drammaturgia” che vanta così tante e nuove prossimità̀ col linguaggio.

Il libretto de I pagliacci viene recitato tutto senza cesura (tranne il finalissimo, quando Canio uccide Nedda e Silvio e poi annuncia che lo spettacolo è finito, che è espunto) come fosse un canovaccio della commedia dell’arte, all’inizio intercalata da qualche vezzo del teatro di figura (i pupi siciliani) in una situazione da opera buffa che presto diventa dramma. 

Le parole del libretto sono restituite da attori e attrici diverse impiegate per gli stessi personaggi. Solamente la parte dello spettacolo nello spettacolo quando va in scena la pantomima di Arlecchino e Colombina che si trasforma nel litigio reale dei suoi interpreti viene declamata tutti dalla stessa voce recitante. Il testo dell’aria Vesti la giubba, recitato come fosse un sonetto, è interpretato da un grandissimo Marcello Sambati.
L’effetto è del tutto straniante ma è il risultato di una precisa considerazione  drammaturgica, pertinente e di grande intelligenza: è il testo a veicolare il racconto, chiunque sia a declamarlo. 

Latini non vuole restituire la rappresentazione dell’opera ma indagare un testo centenario  e svuotarlo degli orpelli della tradizione teatrale, immergendolo in un corpo scenografico altro, notevolissimo e di grande effetto.

La scenografia presenta un contenitore riempito d’acqua che occupa tutto l’impiantito del palcoscenico sul quale attori e attrici si muovono, i piedi nell’acqua  profonda pochi centimetri. Sul fondo una struttura praticabile sulla quale gli e le interpreti si sistemeranno  successivamente.
Il praticabile è sormontato da una filiera di luci da fiera mentre nella parte alta  della scena una luna rossa opportunamente illuminata incombe a tratti oppure scompare alla vista.
Indossano tutti dei costumi da teatro borghese fine ottocento (giacche, gilet,  sobri vestiti femminile) e delle maschere che coprono gli occhi che ora vengono sollevate ora indossate di nuovo.
Una scenografia che mette in difficoltà i e le interpreti a cominciare dall’acqua sull’impiantito, infida e scivolosa. 

La sintassi e il lessico del libretto di Leoncavallo sono restituiti senza filtri e la scena diventa quasi un correlativo oggettivo della difficoltà di un vocabolario (e di una retorica) oggi distanti (come non pensare a tutta la questione dei libretti e dei testi spesso poco comprensibili dell’opera). 

Latini mette in tralice il testo fino ad arrivare alla suo stesso meccanismo di significazione e solo una restituzione attenta e precisa, nella dizione, nell’intenzione e nella declamazione rende possibile l’operazione, dandole credibilità e riuscita.

Pochi gli elementi spuri, i reiterati ragli da somaro dell’inizio, alcuni colpi di mortaretto (o sono colpi di pistola?) che costituiscono una distrazione e che crediamo servano come ulteriore disancoraggio del testo dalla sua messa in scena. Il testo non è messo-in-scena per il teatro, ma detto, declamato, in uno spazio drammaturgico altro.
Il dramma semplice, annunciato, ineluttabile e violento dell’omicidio per gelosia, un femminicidio ante litteram, è  visto nella sua dimensione assoluta fuori da qualunque contesto storico tutto dentro il meccanismo scenico.

Senza soluzione di continuità approdiamo al testo pirandelliano, anch’esso declamato da più interpreti per gli stessi personaggi. 

Qui il dialogo filosofico scritto da Pirandello per queste anime appena giunte nel regno dei morti e ancora a metà del guado, per così dire, è restituito mentre gli e le interpreti giocano  come i bambini sulla terta di un giardino d’infanzia, seduti nell’acqua mentre il praticabile di fondo si è sollevato e mostra delle vasche piene d’acqua che evocano quelle dei pesci, della dimensione di una bara, tra wunderkamp e allestimento à la  Houdini dove, alla fine del testo, gli e le interpreti prenderanno posto, galleggiando ed esitando nel lungo finale, dove personaggi e interpreti si confondono tra un flutto e l’altro dell’acqua nella quale galleggiano, a tratti, altrimenti affondando sott’acqua (indimenticabile il gioco  tra luci e personaggio, quello della donna uccisa dall’amante, un altro femminicidio, che, in Pirandello, si presenta in scena coperta di sangue e che in Latini solo adesso, nell’acqua, acquista il segno sinistro della sua uccisione).
Alla fine solamente la musica sostiene un tempo indefinito nel quale echeggiano, improvvise, alcune note dell’aria Vesti la giubba in una crasi tra i due testi, tra quel prima e quel dopo cui questa messinscena, quesa drammaturgia, fa programmaticamente da ponte.

Pagliacci all’uscita non è uno spettacolo nel quale è facile entrare, per un pubblico abituato a una messinscena che si fa normalmente in quattro per blandirlo, corteggiarlo, suggerirgli significati e contesti.

Latini non si spende in cortesie per gli ospiti e propone con onestà intellettuale una  drammaturgia che può piacere o meno ma che non può essere ignorata e con la quale il pubblico deve fare i conti chiedendosi che cosa ne sia oggi del teatro e quali possibilità abbia di affrontare tanto la letteratura teatrale (espansa all’opera) quanto di ribadire la necessità  di quel rito collettivo chiamato teatro. 

Un esordio di stagione strepitoso per il teatro Vascello con uno spettacolo che è bene lasciare sedimentare prima di trarne giudizi e considerazioni.

Visto per voi al teatro Vascello di Roma il 29 settembre 2023

 

Pagliacci all’uscita
da Leoncavallo a Pirandello
uno spettacolo di Roberto Latini
con Elena Bucci, Ilaria Drago, Roberto Latini, Savino Paparella, Marcello Sambati
musiche e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
costumi  Rossana Gea Cavallo
produzione La Fabbrica dell’Attore – Compagnia Lombardi Tiezzi
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)

 

 

 

 

(1 ottobre 2023)

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