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“L’Effetto che fa…” #Vistipervoi da Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano, #Vistipervoi  twitter@Ale_Paesano

 

 

Che senso ha fare uno spettacolo teatrale sull’omicidio di Luca Varani?
A chiederlo in scena, al pubblico in platea, è lo stesso Luca, nello spettacolo L’Effetto che fa di Giovanni Franci, appena andato in scena al neonato off off Theater di Roma.

E’ il 23enne Luca a introdurre al pubblico le dinamiche del suo omicidio compiuto dal 29enne Manuel Foffo, studente fuoricorso di giurisprudenza,  e dal 30enne Marco  Prato, laureato con master all’estero.

In una complicità tutta di scena i tre personaggi  si alternano nel racconto commentato degli eventi che hanno preceduto e condotto all’uccisione del giovane, tra alcol, cocaina e sesso tra uomini, a pagamento e non, anche se Manuel e Luca sono etero.

Da un testo ispirato a un omicidio così violento ci si potrebbe aspettare esagerazione, gusto per il dettaglio macabro, come ha fatto la stampa – quella omofila quanto quella  omonegativa – che gettò con inarrestabile ferocia ombre spettrali sulla comunità omosessuale romana e sulla gioventù in generale.

Franci invece appronta una scrittura delicata e rispettosa ponendo in scena la vittima e i suoi omicidi permettendo al pubblico di osservarli nella loro natura, così come emerge dalle loro parole (tra dichiarazioni lasciate alla magistratura e i post scritti su Facebook per Varani) al netto di quelle incrostazioni scolpite nel  livore e nel pregiudizio con cui sono stati tutti descritti, vittima e carnefici.

L’orrore, innegabile, non scaturisce dalle sevizie che Varani, paralizzato dalla droga dello stupro, ha subito prima di morire (i cui dettagli sono detti da una voce femminile registrata), non risiede nemmeno nell’efferatezza compiuta ai danni di un ragazzo che forse era lì per vendere ai due omicidi della cocaina, o a offrire una prestazione sessuale in cambio di denaro e coca o, ancora, a cercare un’offerta di lavoro (cosa cambia sapere perché ero andato lì? Chiede Luca al pubblico).

Franci trova l’orrore nella normalità dei due omicidi, Manuel e Marco, nella normalità borghese di due famiglie della roma bene nelle quali sono cresciuti, lo trova nella quotidianità di quella Roma tanto etero quanto gay dedita alle feste e alle droghe.

Nei tre monologhi che si susseguono dopo la rievocazione dell’omicidio per il quale Luca viene messo letteralmente a nudo, tutti e tre i personaggi esercitano la propria dignità, quella di chi si è ritrovato suo malgrado nelle condizioni di diventare una vittima e quella di chi ha commesso un omicidio senza movente. Una dignità anche negli aspetti negativi dunque per non giustificare la banalità di un male  ordinario, privo di eccezionalità, alla portata di tutti e di ognuno.

Una (di)umanità che inchioda Marco e Manuel alla responsabilità dell’assassinio compiuto senza dare davvero il giusto senso a quello che facevano come emerge dalle dichiarazioni di Manuel rilasciata i magistrati lo abbiamo ucciso per vedere l’effetto che fa.

Non è per cercare giustificazioni sociologiche che Franci ci ricorda  le fissazioni che attanagliavano Manuel, quello meno giudicato dalla stampa, quello del quale sono girate meno foto su internet, che si lamenta di  un padre  dal quale si è sentito abbandonato, un padre che in televisione subito dopo l’arresto del figlio si mostra più meravigliato del comportamento sessuale del figlio (non è gay) che dell’omicidio compiuto.
Anche la dolorosa esistenza di Marco, prigioniero in un corpo maschile che non sente suo, che vaneggia di diventare donna (e infatti in scena indossa scarpe col tacco a spillo e na parrucca colorata) e intanto flirta con l’immaginario femminino della suicida Dalidà, che riuscirà a emulare in carcere, dove si toglie la vita, non ci viene mostrata nello spettacolo per spiegare il suo comportamento.

Franci non vuole giudicare ma capire, assieme al suo publico, come questo omicidio sia potuto avvenire.

E nel mostrarci l’umanità, violata, labile, disperata, implacabile dei due omicidi scardina la retorica del mostro, smonta il meccanismo di difesa di una cittadinanza, attonita e sgomenta, che annaspa alla ricerca di una normalità con cui smarcarsi dai gesti dei due mostri.

Nessun mostro invece, ma due persone comuni abbandonate a una società atomizzata dove il fascismo, che non è mai stato ideologia, ritorna come atteggiamento come viene intelligentemente detto nello spettacolo.

Riccardo Pieretti interpreta con molta generosità un Luca tenero, riflessivo, disponibile.

Fabio Vasco dà anima e corpo a un Marco femmineo e svagato al punto giusto ma quanto dolore quando interrompe il playback di Dalidà e si toglie il rossetto con un gesto della mano spaventato da quel che vede, quasi come Baby Jane in un suo raro momento di lucidità.
Valerio di Benedetto riesce a restituire l’inanità di Manuel tra un tic da cocainomane (quello di digrignare i denti) e il mantra (auto-rassicurante) io sono etero.

D’altronde Franci sa dirigere bene i suoi attori, e allestire lo spettacolo con una regia efficace coadiuvato da delle luci semplici ma efficaci e da alcune didascalie che scandiscono i momenti delle giornate nelle quali Manuel e Marco premeditano l’omicidio di qualcuno, Luca fu solo il malcapitato ad aver risposto al loro invito.

Si esce dallo spettacolo con tutto il peso di una responsabilità collettiva cui Franci ci chiede d’onde perché nell’amoralità dei due omicidi possiamo rispecchiarci tutti e tutte.

Visto per voi il 7 novembre 2017.





(13 novembre 2017)

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