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“Sulla Felicità” #Vistipervoi o sulla felicità eteronormata. Di Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

Giunta alla sua terza edizione IL TEATRO CHE DANZA, vetrina d’eccellenza sulla coreografia contemporanea, ospita, dal 13 giugno al 15 luglio, con una ripresa dal 19 al 27 settembre, nomi d’eccellenza e giovani coreografi e coreografe sui palcoscenici dei teatri Argentina e India.
Un vero e proprio viaggio coreografico che racconta e riporta sulla scena orizzonti culturali e geografici lontani e differenti provenienti da diversi paesi europei e del resto del mondo.

La rassegna si è aperta il 13 al Teatro Argentina con Sulla felicità, d’ideazione coreografica e direzione artistica di Giorgio Rossi (fondatore e direttore artistico di Sosta Palmizi), e con gli stessi e le stesse interpreti come autori e autrici: Mariella Celia, Eleonora Chiocchini, Olimpia Fortuni, Gennaro Lauro, Francesco Manenti, Daria Menichetti, Fabio Pagano, Valerio Sirna, Cinzia Sità e Cecilia Ventriglia.

Sulla felicità è un lavoro collettivo nel quale interrogarsi sul senso della felicità condotto e sviluppato sulle singole individualità degli e delle interpreti che si espongono sulla scena partendo dalle proprie memorie private, dalle proprie idiosincrasie, incarnando differenti caratteri, tic, linguaggi del corpo, attitudini sentimentali ed esistenziali.

Un lavoro che lascia spazio a singole intuizioni, narrative e, meno spesso, coreografiche, dei suoi autori e delle sue autrici. Un patchwork tessuto con energia, spontaneità ed entusiasmo dalle fibre eterogenee.

Si va dal racconto intimo, che sfiora l’oleografia, di una nonna che ricorda al nipote il miracolo agito da Padre Pio che le ha permesso di tenere una gamba che andava amputata, alla incarnazione di una coreografa americana che tiene uno stage di danza in Italia perché negli States i soldi non ci sono più, a momenti più corali e di movimento. In tutto lo spettacolo  personaggi e situazioni sono descritte con una ironia ora sottile ora sgranata in una più palese e sfacciata parodia che affronta topoi e nomi della cultura, fittizi e non (Patrizia Valduga).

Una ironia che rimane il baricentro dello spettacolo anche nei momenti più intimi quando si attesta la solitudine di un personaggio, la passione fuori dalle regole di un altro, mentre si danza e si canta (in playback) in solitaria, o uno accanto all’altra, chiedendo scusa o, al contrario, entrando in competizione quando si sfiora la sfera prossemica altrui.

Ma che si tratti di andare in solitaria su vari brani pop o che ci si muova insieme, magari cadendo a terra al suono di colpi di fucile di una canzone, i personaggi-interpreti  rimangono squisitamente isolati, vere e proprie monadi di un mondo che si attesta come palcoscenico neutro, nel quale l’efficacia comunicativa è tutta afferita al singolo personaggio-interprete non prendendo mai in considerazione che l’ambiente (la società) può essere loro ostile o favorevole.

Lo spettacolo presenta diversi momenti memorabili dal versante dei movimenti scenici (più che coreografici) tanto di gruppo (come quando i e le interpeti si dividono in due fazioni opposte attraversandosi l’un l’altra) quanto a due o tre (compreso un timido passo a due tra due ragazzi, larvale e non necessariamente connotabile come omoerotico).

Meraviglia però e lascia interdetti il disinteresse (o l’incapacità) di andare oltre lo status quo, rimanendo all’interno della realtà data che non si prova mai davvero a mettere in discussione. Nella ricerca di quale possa essere il senso della felicità della felicità ci si muove in un orizzonte che ribadisce che si può essere felici in questo mondo così com’è senza provare a cambiarne ruoli, stereotipi e pregiudizi.

Se la figura di una gioventù protestataria può risultare stantia e ovvia una gioventù ignara che il mondo non è dato una volta per tutte ma lo si può modificare come quella che prende parola in questo spettacolo è altrettanto disarmante.

Al di là della sua effettiva intenzione Sulla felicità è il ritratto di una generazione il cui immaginario collettivo è contaminato dall’idea che le singole individualità, in quanto uniche e originali, parlino la lingua della verità mentre tradiscono un’omologazione e un conformismo devastanti, perché nemmeno consapevoli.

Come nella favola finale recitata da uno degli interpreti nel quale la felicità diventa una felicittà dove tutti i cittadini sono felici. Anche la prostituta che è felice di rendere felici gli uomini della città, persino un bambino che, quando sarà grande, lei potrà rendere felice.

Un capolavoro di sintesi in cui con una sola battuta, che sicuramente si crede innocua e un po’ sfrontata, e alla quale il pubblico in sala ride prontamente, si conferma il peggiore dei patriarcati, maschilista ed eterosessista.

Una felicità eteronormata, dunque, che non può che stare stretta.

 

 

 

(15 giugno 2017)

 





 

 

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