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“Dominio Pubblica_lacittà agli under 25”, da Alessandro Paesano #Vistipervoi a Roma

di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

E’ appena iniziato, il 31 maggio, il Festival Dominio Pubblico_la città agli under 25.

 

Giunto alla  sua  quarta  edizione,  il Festival è  il  compimento  dell’intero  progetto  di formazione  Dominio Pubblico rivolto ai ragazzi e alle ragazze sotto i 25 anni che vogliono sperimentarsi in un percorso da pubblico attivo finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di  un  festival  multidisciplinare.

Dominio pubblico è infatti nato nel  2014  dall’incontro  delle  direzioni  artistiche  del Teatro Argot Studio e del Teatro dell’Orologio ed è stato riconosciuto come realtà promozionale dal MiBACT – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Dopo la ignominiosa chiusura del Teatro dell’Orologio Dominio Pubblico approda al Teatro India, colonizzato dalla voglia di fare dei ragazzi e delle ragazze che gestiscono il Festival.
Un entusiasmo che contagia e fa ben sperare per una città culturalmente degradata come Roma.

Noi di Gaiaitalia.com ci siamo avvicinati al Festival dalla seconda giornata di programmazione, in un caldo e assolato primo giugno.

Caratterizzato dalla multidisciplinarietà il festival ha visto ieri in programma la proiezione di due cortometraggi l’esecuzione di diverse coreografie e di uno spettacolo di teatro.

La proiezione dei due cortometraggi è avvenuta nell’edificio che una volta ospitava la libreria del teatro, chiusa dall’ultimo riallestimento dello spazio di qualche anno fa.

Una sala per proiezioni un poco improvvisata senza uno schermo, per le quali è stata usata direttamente la parete sulla quale campeggiava il dispositivo luminoso dell’uscita di sicurezza che però ha dato meno fastidio di quanto temevamo…

Il primo cortometraggio ad essere proiettato è stato NATALIE (Italia, 2016) di Michele Greco scaturito dall’esigenza cinefila di un gruppo di studenti ambosesso del DAMS romano.

Il corto racconta, con sensibilità e intelligenza, della vita, piena di abitudini al limite della cerimonia, della studente Natalie: la sveglia alle 7.18, la velocità nel prepararsi per uscire andando all’università sottolineandone la vita solitaria e ascetica nella quale l’odore del caffè della vicina è l’unica nota di piacere di una giornata altrimenti incentrata sullo studio e la lettura.

Un banale incidente (la camicetta che perde un bottone) causa una serie di eventi che la portano a incontrare persone. Un incontro che fa scaturire in lei una curiosità per l’essere umano che prima non l’aveva sfiorata.

Il corto è sviluppato con pochissimi dialoghi, una voce off che commenta e racconta le vite dei protagonisti, una bella fotografia, una mdp che sa muoversi con autonomia e una sceneggiatura che, nonostante qualche piccola ingenuità, regge e mantiene una piena plausibilità presentando dei personaggi veri con un portato di umanità che intenerisce.

Come opera prima di un collettivo (il cinema lo è sempre) di studenti c’è da che essere più che felici.

Un corto che vale davvero la pena di essere visto.

Grazie alla rete potete farlo anche voi che ci leggete!

Il secondo cortometraggio in programma, PROOF (Gran Bretagna, 2016), di Holly Rowlands Hempel, scritto e prodotto da Margherita Argan, premiato lo scorso marzo alla prima edizione del Sapienza short film fest, non si discosta invece dalle opere-saggio di fine corso di cinema (alla Brighton Film Art).
Buona la fotografia, ottima l’interpretazione (a noi personalmente ha colpito l’avvenenza di Ms Hayes, il giovane protagonista) ma il plot è davvero labile anche nel colpo di scena finale che non arriva.

Di madri che testimoniano il falso per amore del figlio il cinema ne ha viste fin troppe…

Anche per questo corto la rete ci soccorre.

Potete vederlo qui

Finiti i cortometraggi è stata la volta del nutrito gruppo di coreografie.

Con NON RICORDO Simone Zambelli allestisce un lavoro interessante nel quale il danzatore (lui stesso) percorre una striscia di luce, posta obliquamente rispetto il proscenio, nella quale cerca di ripercorrere i passi di una coreografia, prima dislocandosi in vari punti dello spazio scenico (grazie al buio che di volta in volta ne ne maschera oppurtinamente gli spostamenti) poi nella sua interezza ma senza un elemento di scena, una borsa da viaggio di quelle di una volta. costringendolo ogni volta a ripetere, a ripercorrere, a cercare ancora.
La ricerca dei movimenti coreutici diventano mezzo di esplorazione spaziale e, al contempo, strumento di una esplorazione mnestica elegante, efficace e intelligente.

BLU OTTOBRE di Maria Stella Pitarresi è un lavoro ambizioso e non del tutto riuscito nel quale la non precisione dei movimenti della danzatrice (lei stessa) sono solo in parte giustificati dal tentativo di allestire una coreografia che, in qualche modo, sfoci nel teatro danza.

Le intenzioni del (sotto)testo che trasformano la danza in racconto rimangono accennate;  manca alla coreografia una chiarezza di intenti e di movimento connotando il lavoro come uno studio sul quale ancora lavorare.

DEJAVU del gruppo Uscite  di  emergenza  e cioè Arianna  Rinaldi,  Davide  Romeo e  Marco  Cappa, è una coreografia d’effetto che gioca funambolicamente con il pubblico, chiamato ad assistere al lavoro direttamente sul palco, in un continuo discorso tra perfomer e astanti fatto di presenza fisica, imbarazzi, prossemica, dove l’azzardo inventivo e performativo è sempre calcolato e misurato lasciando il pubblico col fiato sospeso.

Tre personaggi con tre caratteri e caratteristiche diverse, una giovane donna, che sembra uscita da un film anni 40, e due ragazzi uno più introspettivo l’altro più estroverso, sono mossi da una smania di essere, vivere, competere, misurarsi con l’altro da sé sia questi un altro o un’altra performer o il pubblico, in un confronto tra il ludico e il sensuale, dove ognuno ha il suo momento di gloria per poi ricadere nell’oblio.

Preciso in ogni invenzione scenica (introduzioni di oggetti più disparati, dai vestiti a padelle e coperchi a borse, torce elettriche e quant’altro, tutti sapientemente usati e coreografati) Dejà-vu si impone per il suo profilo artistico e la squisitezza nell’esecuzione.
La partitura musicale, un florilegio di brani anni 60, come spiegano le note di regia (ma Mambo Italiano è del decennio precedente), sono usate al massimo delle loro potenzialità (e così Tintarella di luna diventa occasione di una danza con torica elettrica che diventa quarta danzatrice).

Lascia perplessi solo il finale quando il personaggio femminile viene seppellito da tutti gli oggetti di scena precedentemente usati mentre i due personaggi maschili, dopo una danza che poteva sfociare nell’omoerotismo ma non lo fa, se ne escono di scena, solitari e rinunciatari.

Perché?

 

Dopo un celere cambio di sala è la volta di A DOMANI  di Lost  Movement  e Nicolò  Abattista, con Samuele  Arisci,  Mirta  Boschetti, Eleonora  Mongitore,    Martina  Zanardi,  Susanna  Pieri e  Christian.

Pellino  ha la velleità di raccontare dell’amore  più  antico,  forte  e  puro:  quello  che unisce una madre e un figlio come si legge nel programma di sala, naufragando in un mare di ruoli di genere, e di simboli stereotipati e sessisti (compresi i lavori donneschi) il tutto con dei tempi e un ritmo incerti e interminabili.
La coreografia indugia e si ripete in una scena allestita con una porta di fondo ai lati della quale campeggiano due fila di panni stesi ad asciugare, nel tentativo dei personaggi (due danzatori sovrastati da tante danzatrici)  di varcare la soglia, raccogliere i panni, e dove alcune idee coreutiche (che risentono di vari imprestiti) sono reiterate all’infinito.

A domani poteva durare 20 minuti invece dell’ora su cui indugia il tempo giusto per sviluppare le idee, semplici e conformiste, su maternità e rapporti filiali che velleitariamente presenta.

Una coreografia innamorata di se stessa che non sa capire quando è ora di dire basta.

 

Dopo un rapido cambio di scena è la volta del migliore lavoro della serata, quello più centrato sia come forma coreutica che come idea drammaturgica e anche come essenzialità dell’esecuzione.

Si tratta di UN PO’ DI PIÙ di e con Lorenzo Covello e Zoé Bernabéu. La coreografia è approdata a Dominio Pubblico grazie alla partnership con il Centro di produzione danza TWAIN,  diretto da Loredana Parrella.

Il lavoro di  Covello e Bernabéu si dipana attorno al vecchio gioco del m’ama non mama, dove le margherite sono sostituite dai semi di Acero la cui caratteristica forma permette loro di flutturane nell’aria prima di cadere a terra mentre la domanda m’ama non m’ama è articolata secondo diverse possibiità di risposta: Un peu, beaucoup, passionnément, à la folie o pas du tout.
Prima rivolti a sè e poi l’un l’altra (ma la coppia potrebbe essere benissimo fromata da due ragazze  due ragazzi) i due perosnaggi alternano la continua scoperta di sè al confronto con l’altra perosna, con una energia ludica che diventa motore primo di un linguaggio coreutico nel quale il movimento di danza è sempre emozione, relazione, prossemica.
Lui racconta le fissazioni di lei e lei quelle di lui (A Zoè piace tutto un po’ di più!; Se c’è qualcosa che Lorenzo ama molto, è fare niente, o meno di niente) mentre il loro continuo giocare (letteralmente, anche a un due tre, stella!) nasce sempre o porta sempre a una necessità coreutica.
Tutto nasce dalla danza e alla danza torna, anche la rincorsa nella quale lui non riesce mai a toccare leui per quanto ci provi, in una competizione tra danzatore e danzatrice che costriuisce un ulteriore livello dell’intreccio.

Un lavoro toccante, la vera sorpresa della serata.

La giornata si conclude con FRATELLI di Pier Lorenzo Pisano, con Fabrizio Colica, Claudio Colica, Francesca Mazza, Premio Hystrio-Scritture di Scena 2016.

Nella prima mezzora lo spettacolo è centrato e indovinato nell’alternarsi dei monologhi di due fratelli che affrontano il primo natale da soli, dopo la morte della madre, che è presente in scena in carne ed ossa evocata dai loro ricordi dove il continuo andirivieni tra condizione presente e ricordo d’infanzia ha una sua giustificazione drammaturgica e serve a dare spessore e realtà ai personaggi.

Quando lo spettacolo poteva concludersi Pisano pensa bene di ammannire quasi un’altra ora di testo, da un punto di vista drammaturgico perfettamente inutile, nella quale ripete, male, quanto già raccontato prima, inserendo un monologo materno fuori luogo nel quale la donna conciona di maternità e morte, scadendo nella retorica più spicciola vanificando la prima mezzora che invece aveva una sua eleganza e, soprattutto, verità.

Il più grande difetto che ha accomunato diversi lavori presentati in questa seconda giornata di festival è la mancanza di sintesi.
Meglio. La capacità di capire quando bisogna smettere di dire. Quando cioè si smette di raccontare e si inizia a dire, autoreferenzialmente, “io racconto”.

Il narcisismo è uno dei motori del teatro ma deve essere domato con una grande determinazione.

Altrimenti ci si parla addosso, e il teatro muore.

 

 

 

(2 giugno 2017)




 

 

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