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“Il Funambolo” di Jean Genet #Vistipervoi è un Genet tutto nella testa del regista

le-funambole-00-paesanodi Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

 

 

Jean Genet scrive Le Funambule nel 1958 per Abdallah Bentaga, un artista circense, figlio di un acrobata algerino e di una tedesca, col quale ha una lunga relazione, che lavora come giocoliere e acrobata al suolo. Genet lo accompagna nella sua carriera facendone un funambolo ben al di là della di lui volontà, ma le notizie su questo non sono certe, il pregiudizio che l’uomo anziano abbia una influenza plagiaria sul più giovane – come se non fosse possibile il contrario –  è sempre in agguato…

Ne Le Funambule  l’amore di Genet per Abdallah diventa occasione per una summa estetica sull’arte dove la figura idealizzata dell’uomo che ama si fa strumento di riflessione sul ruolo dell’artista basato sulla morte sociale e sulla rinascita in sospeso sul filo.

 

Il fatto che Genet riversi sull’acrobata e amante le sue fantasie proiettive, facendone un alter ego giovane e prestante, contribuisce al mito dell’artista maledetto e dall’orientamento sessuale stravagante com’è percepito dalla morale borghese dell’epoca, ma tant’è.

Abdallah cade due volte e si fa così male da compromettere le sue possibilità funamboliche.

Nel 1961, di ritorno da una tournée in Sicilia, Genet si allontana da lui, fino a lasciarlo, come racconta Jean Bernard Moraly in Jean Genet, la vie ècrite, Editions de la Différence, 1988. Abbandonato e incapace di lavorare, Abdallah muore suicida nel 1964.

 

E la morte, idea estetica centrale de Le Funambule  (la morte di cui ti parlo non è quella che seguirà la tua caduta ma quella che precede la tua apparizione sul filo), assume con il suicidio di Abdallah un significato nuovo e sinistro.

 

Daniele Salvo si avvicina a Genet con un punto di vista personale, non allineato alla vulgata dell’artista reietto, e ci presenta in scena un signore ben vestito, con una valigia in mano, incarnato da Andrea Giordana, imbolsito da una regia che vuole il suo personaggio come un vecchio savio e lo fa interagire con Abdallah (interpretato da Giuseppe Zeno) secondo i canoni di un amore che, per quanto ecceda quello paterno (i baci, pur se accennati, sono inequivocabili) rimane in quell’alveo, trasfigurando l’amore carnale in un sodalizio virile che è comunque nelle corde della poetica di Genet.

 

Un Genet tutto nella testa di Salvo che corrisponde poco o per niente al Genet autore, omosessuale e politicamente impegnato a sinistra.

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Salvo ritrae Abdallah come un uomo adolescenziale, sprovveduto e ingenuo, tutto preso a seguire i consigli del suo mentore (più che amante) e a preoccuparsi della difficoltà della vita da acrobata onorato dai consigli di Genet come se fossero quelli di un acrobata invecchiato ma colmo di esperienza sul filo e non quelli dell’uomo con il quale ha una relazione sentimentale.
L’arte prevale sulla vita privata, mentre per Genet l’inestricabilità di arte e vita è uno dei nodi della sua poetica.

 

Per portare in scena un testo che non è stato pensato per il teatro Salvo ri(con)duce il discorso di Genet (difficile, senza eguali, ostico) alla retorica del teatro (del circo) come sacrificio e pericolo che si traduce, sulla scena, nel canonico rapporto tra creatore e creatura, tra ideatore che dà consigli ed esecutore che di quei consigli si nutre.

Questa riduzione prende sostanza scenica e scenografica attingendo dall’immaginario pittoresco della belle èpoque riportato ai canoni più realistici del Fronte Popolare (a giudicare dalle proiezioni in video di alcuni film d’epoca che ritraggono giocolieri e giocoliere del circo) mentre la partitura sonora spazia da Léo Ferré a Mireille Mathieu (Le Funambule, del 66) e  Jacques Brel (La Chanson Des Vieux Amants, del 67).

Dei riferimenti culturali  troppo distanti dall’opera e dall’estetica di Genet il cui scarto non è chiaro se risieda nella volontà di riscrivere il testo o in un semplice spirito di fantasia.

 

Mentre ne Le Funambule l’io narrante si rivolge sempre al funambolo Salvo divide il testo tra Genet e Abdullah cambiando così il senso del discorso che non è più il proclama estetico amoroso di un uomo per il suo amante idealizzato ma diventa una riflessione sull’arte funambolica alquanto bizzarra nella quale il sostrato affettivo tra autore del testo e il funambolo è sostituito dalla riflessione che il teatro (il circo) fa su se stesso.

Contribuisce a questo slittamento di senso  un terzo personaggio  inventato da Salvo, una rivisitazione della morte in chiave circense, una funerea Pierrot di nero vestita (interpretata da Melania Giglio) alla quale affida parti del testo la quale ruba la scena al Genet di Giordana il cui personaggio si fa sempre più marginale.

 

Melania Giglio si dimostra dotata di un grande talento quando canta dal vivo, mentre conduce una bicicletta a tre ruote andando in circolo, sfiorando gli atri interpreti, e fa lo spettacolo che è godibile grazie al suo talento di attrice.
Questo personaggio però sfugge al controllo di Salvo e diventa, suo malgrado, oggetto e soggetto di farsa svuotando completamente il portato originale del testo.
Salvo infatti strafà e porta in scena due danzatori l'(omo)erotismo dei corpi dei quali, complici i costumi azzeccatissimi di Daniele Gelsi (che rivisitano in chiave modernista i costumi da bagno a righe della belle époque mostrando generosamente i loro glutei), stona tanto con la relazione sentimentale tra Genet e Abdallah nella sua riproposizione in chiave allievo-maestro quanto con la farsa della morte-Pierrot.
Ne scaturisce un involontario effetto grottesco perché l’estetica dei corpi maschili in movimento (con annesse coreografie con passi a due dove i due sono due maschi) non restituisce dignità all’omoerotismo ma ce lo presenta come qualcosa di eccentrico, a metà tra Il vizietto di Molinaro e il ballo finale dei ragazzi fascisti in Salò di Pasolini.
Per tacere dei due danzatori chiamati a coadiuvare la Pierrot nelle scene da circo, e non si capisce quale tra le due arti, quella della danza e quella circense, rimanga più offesa da una regia che affida il ruolo di giocolieri a due danzatori…

 

Il risultato, disastroso, è che la poetica de Le Funambule viene posta sullo stesso piano dei fenomeni da baraccone circensi neutralizzando la riflessione sul ruolo dell’artista che per essere tale deve socialmente morire, e rendendo esornativa, biografica, la sovversione omoerotica anch’essa sussunta come fenomeno circense portando in scena un Genet che non scandalizza più la borghesia ma, piuttosto, la commuove.
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Il funambolo è allestito con cura, nelle scene come nei costumi, nelle luci come nelle musiche, però si presenta con una drammaturgia tutta di superficie e priva di un suo centro senza il quale non infiamma il pubblico come Genet voleva fare con Abdallah scrivendo Le Funambule (volevo infiammarti non istruirti).
Invece in scena nessuna fiamma, solamente il gelo, che sfiora lo zero assoluto.

 

 

 

 

 

(8 ottobre 2016)

 

 

 

 

 

 

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