In scena sei presenze, tutte con felpa e cappuccio che nasconde i connotati e a tratti anche l’identità di genere.
Qualche performer ogni tanto mostra parte del viso, cerca inutilmente di sfilarsi la felpa ma torna sempre a nascondersi dietro e dentro il cappuccio.
I movimenti si fanno esplorativi, prima del proprio spazio, poi della persona vicina con la quale intraprendere un veloce ed energico passo a due per poi desistere, o magari interviene una presenza terza che crea un nuovo equilibrio o interferisce con quello appena trovato.
Mentre la dinamica di interazione si ripete per variazioni – a due, a tre o magari in gruppo, quando tutti e tutte convergono su una presenza che cercava di isolarsi, di distinguersi, di emergere, di allontanarsi –, sostenuta da una musica che ruota intorno a Beethoven, si comincia ad avere l’impressione di assistere alla presenza di sei monadi che, disperate, cercano di interagire provando diverse strade per emergere dalle felpe per mostrare la propria data individualità.
Waterkind: quando la dilatazione del movimento rivela il lato nascosto della danza
Pensata per due performer che non si toccano per tutta la durata della coreografia Waterkind del duo svedese... →
L’intera coreografia porta a questo momento di liberazione finale dalle felpe, che, quando avviene, sembra avvenga troppo tardi.
Troppi sono stati i tentativi frustrati, tanto che adesso il pubblico quasi non ci crede che i e le performer siano fuori dalla felpa.
La parte di coreografia in cui possiamo vedere bene le fisionomie dei danzatori e delle danzatrici, e leggere le loro interazioni coreutiche anche in base alla loro identità di genere, dura poco perché tutti, tutte, tornano presto alle felpe; anzi, c’è chi in realtà non se l’è mai davvero tolta.
Le felpe vengono indossate di nuovo, i volti nascosti: il destino sembra essere quello di non essere mai del tutto individuabili.
Nei limiti imposti dal costume (nella sua ambivalenza semantica) trovano spazio diverse possibilità e sinergie dentro e fuori la danza.
A sostenere la coreografia contribuisce una partitura sonora eclettica che ruota quasi tutta intorno a Beethoven, dalle sue composizioni originali alla loro riscrittura firmata dal contemporaneo Gabriel Prokofiev.
Sono proprio le sue note dissonanti ad aprire la coreografia, che si snoda sul secondo movimento della settima sinfonia di Beethoven, il primo movimento della quinta, per poi passare al primo movimento della sonata Al chiaro di luna, tornando alla riscrittura di Prokofiev per pianoforte e orchestra della Sonata per violino e pianoforte n. 7 in Do minore di Beethoven, per concludersi sulle note del Notturno n. 9 di John Field, contrapponendo nel finale alla necessaria e ineluttabile efficienza della struttura (Beethoven) l’ultimo, fragile baluardo di umanità e intimità notturna (Field).
Le emozioni suscitate dalla musica non nascono da una mera aderenza ritmica, ma offrono la chiave emotiva per leggere le interazioni tra i corpi in scena. Non sono i movimenti ad essere modellati sulla musica; al contrario, è la musica stessa che illumina e fa leggere i movimenti coreutici, diventando lo strumento per decodificare il disegno dei corpi.
La coreografia chiede agli e alle interpreti un controllo assoluto nella sua evoluzione che spazia da momenti di calma e tranquillità a momenti di parossismo più estremo.
Shadow: il corpo-paesaggio di Alessandra Cristiani
Mentre il pubblico accede in sala Alessandra Cristiani è già in scena, a terra coperta da un sudario... →
La coreografia restituisce la complessa eco emotiva di alcune presenze che nel tentativo di sostituire l’esperienza con la performance, l’appartenenza con l’identità, l’immagine con la sostanza, finiscono per abitare uno spazio nel quale i corpi reali rischiano di diventare ombre come viene detto splendidamente nel programma di sala.
Un’altra splendida coreografia di Mauro Astolfi che impreziosisce la programmazione del Festival Fuori Programma, la cui cura e produzione fanno capo a Orbita|Spellbound.
GHOSTLAND
Coreografia: Mauro Astolfi
Interpreti: Christian Amenta, Filippo Arlenghi, Anita Bonavida, Maria Cossu, Giuliana Mele, Alessandro Piergentili
Una produzione ORBITA|Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza
In co-produzione con DAP Festival / New Dance Drama
Realizzata con il contributo del Ministero della Cultura e della Regione Lazio
Anteprima nazionale Dap Festival Pietrasanta 1 luglio 2026 e Fuori Programma festival Roma 5 luglio 2026
Visto per voi al teatro India di Roma il 5 luglio 2026 nell’ambito del Festival Fuori Programma
(15 luglio 2026)
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