Hanno ucciso Baudelaire, (strani fiori) l’ultima fatica teatrale di Marco Buzzi Maresca (appena pubblicato per i tipi della Medart di Roma) è il racconto di un uomo che rievoca le proprie vicissitudini, il barbonaggio pure ancora con i soldi, per nascondere alla moglie la perdita del lavoro (a 50 anni) mentre l’inconsistenza progressivamente mi invadeva divorava svuotava, e cresceva la tensione di infinite bugie. Un borghese (pubblicitario) che vive in mezzo ai barboni ma che, probabilmente, si sentiva già barbone ancora a casa con la moglie Poco eros (…) e poca poca fantasia. E il mio successo le era sempre puzzato di parvenu, e il suo disprezzo ci svuotava. Un borghese che si identifica con Charles Baudelaire, dopo che ha letto le sue poesie che avevo trovato su una bancarella. Un libro Unto, bisunto, sfilacciato. La mania di citare le sue poesie lo fanno chiamare Bodlèèèèèèr dai compagni d’addiaccio, e anche da Jasmine, una prostituta, alquanto in carne e col protettore che lo picchia per tenerlo lontano da lei, di cui si invaghisce (per te io ero solo un piccolo vecchio ridicolo, ma ti facevo simpatia. Oh, sì… e ridevi… ridevi…) che lui identifica con Jeanne Duval, la compagna di Baudelaire magra tanto quanto Jasmine era in carne. Era perchè Jasmine viene trovata morta riversa, a gambe scoperte, dissacrata con violenza come Anna Magnani in Roma città aperta. E qui ricorda un trauma infantile, la paura di un mostro, Lustukru, che divora i bimbi che non dormono, li strappa alle madri ma pur aggrappandosi alla madre pareva non riuscire a difendermi. E poi l’agnizione, il ricordo ritrovato, la consapevolezza che Jasmine è morta per mano sua: Ero stato io! (…) Mi rifiutava, ridendo di me come di un verme. Avevo alzato quella pietra enorme. L’avevo abbassata. Con violenza. E quel rumore !! Terribile. È terribile la violenza di un cranio che si spacca. La violenza subita, quella che l’ha portato nell’ospedale dal quale è fuggito, se l’è cercata per punirsi di quell’osceno omicidio. Cercavo le botte. O forse era una coazione. Non sapevo fermarmi. Non cercavo niente. Niente! Solo non sapevo fermarmi. Era la rabbia. La rabbia disperata. Insultando loro insultavo la mia impotenza. Picchiato, ospedalizzato. Fuggito.
Maresca dipinge con pochi, precisi, crudeli tratti, la fisionomia di un uomo che non accetta l’invisibilità. Di un femminicida, anche.
“Ucciso” socialmente quando ha perso il lavoro, “ucciso” nel suo ego dal disprezzo della moglie e “ucciso” infine dal rifiuto di Jasmine.
La sua risposta è stata quella di uccidere a sua volta, trasformandosi proprio in quel mostro che da bambino lo terrorizzava tanto, cercando nel dolore delle botte ricevute quella consistenza di esistere che nel mondo reale non sa come trovare.
Il testo è stato scritto appositamente per Giani De Feo che lo interpreta magistralmente firmando anche la regia. Vero funambolo della recitazione De Feo si districa tra i registri stilisti del testo scegliendo una voce profonda, risonante, quasi musicale quando cita i versi di Baudealire, in francese, proferito con eleganza, come le parole fossero un liquore, o in italiano. Voce che si rompe improvvisamente e diventa rauca, graffiata dal fumo e dal freddo, quando si fa sentire il dialetto romano, non quello caricaturale, ma quello secco e violento della strada.
La recitazione di De Feo non si limita alle parole è tutto il corpo che le recita, vive le parole, dando vita alla carne del protagonista, una carne ferita e umiliata, che riverbera tutte le emozioni e i ricordi che lo attraversano, mentre si muove quasi in una danza. Una recitazione sorprendente nella quale impiega una tavolozza emotiva allucinata.
L’impianto citazionale delle poesie di Baudelaire non è mai didascalico o tematico ma sempre un necessario correlativo a quanto accade al protagonista.
I versi di Baudelaire diventano descrizioni della vita del clochard, come se le sue vicissitudini assumessero una nuova prospettiva grazie ai versi del poeta che, ridetti, riletti e reinterpretati, danno spazio alla consapevolezza di un narcisista che, nel disperato tentativo di trovare una identità si rispecchia in un femminile, e quando non si riconosce in quel che vede (l’uomo vecchio e clochard) distrugge lo specchio diventando un femminicida.
Maresca riesce a dare un nuovo significato alla poesia L’albatro dove quel grande uccello che in aria domina i maestosi cieli, imbolsito a terra dalla grandezza delle sue ali, diventa il simbolo d’una inettitudine che tradisce una velleità di grandezza che si schianta rovinosamente contro la concretezza di un mondo fatto di sporcizia, escrementi, prostitute e clochard.
Il testo interpola delle traslitterazioni da e verso Baudelaire, approntate con una scrittura misurata, colta ed elegante, senza mai che a pagarne il prezzo sia la comprensione o la godibilità dell’armonioso suono delle parole.
Non abbiamo modo qui di analizzare la capacità sorprendente che Maresca dimostra nel padroneggiare il verso di Baudelaire e di farlo risuonare nella sua drammaturgia.
Possiamo abbozzare solo qualche timido esempio. Correspondances è utilizzata per descrivere l’unione dei sensi durante l’incontro fisico con Jasmine, trasformando un atto di prostituzione in un’esperienza mistica (il tempio della natura di Baudelaire diventa il corpo della prostituta).
Jasmine viene descritta con diverse metafore e parole della tratte dalla poesia Le Serpent qui danse.
C’è un passaggio nel testo che richiama direttamente la poesia Le Crépuscule du matin. Presi a correre correre a capofitto, e il cielo correva per divorarmi, come Roma divora l’alba, il suo silenzio e la voce degli uccelli, e il grido dei gabbiani si confonde al rumore del traffico, mentre si prostituiscono a predatori del pattume, ad invasori.
Come in Baudelaire l’alba è un momento di agonia per i malati in Maresca la sacralità del silenzio dell’alba viene annientato dal traffico e dalle grida dei gabbiani. La città non è più quella ottocentesca ma una metropoli industriale e indifferente che non lascia spazio alla contemplazione.
Per la messinscena De Feo imbastisce una partitura musicale d’eccellenza che pesca a piene mani da tutta la cultura francese e non solo (ci sono anche Vivaldi e Brecht), quella aulica e colta, dalla romanza Je crois entendre encore – da Les pêcheurs de perles di George Bizet (con cui si apre e chiude lo spettacolo) al Kurt Weil di Le Grand Lustucru (il mostro che lo ottenebra appartiene alla tradizione culturale francese) dalla Marie Galante di Deval, al Nisi Dominus di Vivaldi, ma anche brani della produzione francofona contemporanea come la straziante Tu est seul et resteras seul del québécois Pierre Lapoint (Sei solo e rimarrai solo Che tu decida di camminare o correre O di rimanere immobile e dormire (…) I miei occhi si posano sul tuo corpo nudo I miei occhi sono tristi Perché so che tu non mi amerai mai). Una partitura che diventa elemento narrativo date le corpose sinergie con i testi di Baudelaire e di Maresca.
Indimenticabile l’interpretazione a cappella di De Feo di La ballata per una ragazza annegata dal Baal di Brecht.
La caratteristica più squisita della scrittura di Maresca è che l’impianto citazionale non ha valore quando è riconosciuto come citazione. Il pubblico non ha bisogno di conoscere e riconoscere gli elementi che abbiamo riportato. Ogni elemento è necessario per lo sviluppo narrativo, per la costruzione del testo, come espressione dei suoi personaggi e del loro linguaggio, è necessario per quello che accade sulla scena e per tutte le situazioni evocate.
Quel che importa a Maresca è l’emozione, il significato inconscio, la fascinazione di un testo sviluppato tra due lingue e sostenuto da una messinscena legata imprescindibilmente alla sua drammaturgia sonora.
La necessità è tutta interna all’opera e alla sua realizzazione senza bisogno di glosse o di spiegazioni, come abbiamo fatto noi per deformazione professionale.
Hanno ucciso Baudelaire è un viaggio perturbante nei bassifondi dell’animo umano contemporaneo. Grazie alla scrittura densa di Maresca e all’interpretazione totale di Gianni De Feo, capace di trasformare il verso poetico in un rantolo di sopravvivenza, il pubblico viene trascinato in un abisso dove la bellezza non salva, ma condanna.
Un’esperienza teatrale necessaria, cruda e maledettamente viva.
Hanno ucciso Baudelaire (strani fiori)
di Marco Buzzi Maresca
diretto e interpretato da Gianni De Feo
drammaturgia musicale di Gianni De Feo
scenografia di Roberto Rinaldi
costumi di Janni Altamura
produzione Florian Metateatro
Visto per voi il 13 marzo 2026 al Teatrosophia di Roma
(31 marzo 2026)
©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata
