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La rigenerazione di Svevo una messinscena d’annata

Bella messinscena, interessante e riuscita, quella di Valerio Santoro de La rigenerazione, ultima commedia di Italo Svevo, scritta tra il 1926 e il 1927, rimasta inedita fino al 1960 e messa in scena solamente dopo la morte del suo autore.
Un testo dall’alterna fortuna, ignorato e poco presente nei cartelloni italiani almeno fino all’allestimento del 1973 di Tino Buazzelli, al Teatro delle Mostre di Udine, con la regia di Edmo Fenoglio, e, dopo diverse traduzioni, in tedesco, in francese e in inglese, il trionfo della messinscena di Luigi Squarzina del 1986 (a Roma al Teatro Eliseo) con Gianrico Tedeschi nel ruolo di Giovanni Chierici, ruolo che Tedeschi riprenderà nel 1990 e poi ancora nel 2008.
Giovanni, il protagonista di questa commedia,  che ha 74 anni (che diventano 76 nella messinscena di Santoro) decide di farsi una operazione di ringiovanimento, incitato dal nipote Guido, che ha un interesse economico nell’intervento.
Il tema del ringiovanimento è solo uno degli argomenti di una commedia nella quale Svevo descrive le ipocrisie della famiglia borghese a lui contemporanea, dove i sentimenti sembrano nascere o avere sempre un tornaconto, economico o personale.
Così Guido, sempre in cerca di denaro, arriva a sottrarre allo zio l’orologio, facendolo passare per rimbambito, mentre Enrico, amico di gioventù del defunto Valentino, marito di Emma, figlia di Giovanni e sua moglie Anna, mentre perora la sua causa (vuole sposare Emma, alla quale si è indirettamente proposto subito dopo il funerale di Valentino) cerca di piazzare affari con i futuri suoceri (stoffe e caffè). Anna, mentre mostra insofferenza nei confronti nel lutto della figlia, cerca di sostenere il fidanzamento della domestica Rita con lo chauffeur Fortunato per tornaconto personale (accasarli vuol dire tenerli vicini, nella dependance nel giardino della villa).
Giovanni che è stato commerciante, calcola minuziosamente il costo del ringiovanimento su base giornaliera facendo conti a mente dimostrando dunque d’essere sì distratto (per tutta la commedia non ricorda mai il cognome di Enrico) ma ancora presente a se stesso.
Il tema del ringiovanimento di Giovanni si innesta in un discorso di memoria e desiderio erotico che portano Giovanni da un lato a confessarsi con il nipote rispetto i suoi amori giovanili, precedenti alla moglie Anna (Pauletta oppure Margherita, nomi a volte confusi) dall’altro a rammaricarsi di avere scelto la moglie in base al censo (una borghese come lui) e non al desiderio erotico (la popolana Pauletta troppo procace nei modi).
L’operazione di ringiovanimento, che non si deve ritenere un lifting esteriore, ma un intervento chirurgo di grande attualità negli anni in cui Svevo scrisse la commedia, l’operazione Voronof, (l’impianto nello scroto umano dei testicoli di scimmia per ripristinare la forza sessuale e vitale) danno adito nel secondo atto a una ritrovata allure di Giovanni che flirta con Rita, che lascia fare dietro pressione di Fortunato, geloso del giovane e baldanzoso Guido che crede possa piacere a Rita ma non di Giovanni che sa a Rita fare ribrezzo (come quando lei lamenta il tentativo di un bacio), una gelosia a doppio standard dunque.
La messinscena di Santoro pur rispettosa del portato del testo è un po’ disinvolta nell’apportare alcune piccole modifiche, che sono dirette a sfoltire un testo che è stato definito una novella dialogata (Cristina Benussi, La forma delle forme Il teatro di
Italo Svevo EUT Edizioni Università di Trieste, 2007) dal sottotesto molto ricco, a favore di una comicità più di facile consumo.
Via la mania dei calcoli al centesimo di Giovanni, via la disquisizione di Fortunato sulla Gelosia a doppio standard all’inizio del secondo atto (che ritorna però nel terzo); via Umbertino il figlio di Emma e Valentino che rimane nell’allestimento di Santoro come personaggio fuori scena (ma capiamo l’impossibilità contemporanea di usare un attore bambino).
Via la canzone che Rita canta incalzata da Giovanni, posticcia (e inutile) la richiesta di denaro di Guido allo zio quando questi gli chiede di convincere Enrico a lasciarlo da solo con Rita.
Questi tagli tolgono un po’ di spessore alle psicologie dei personaggi ma si fanno più o meno perdonare per la messinscena e la regia indovinatissime. L’impianto scenico prevede oltre al classico interno borghese anche i due esterni ai lati del salotto che sono percorsi dai personaggi, quando entrano ed escono di scena, a volte creando siparietti, come quando Boncini, che è un altro vecchio venuto a vedere se vale la pena fare l’operazione o meno, viene accompagnato da Rita.
Questa macchina scenografica rende meno naturalistica la resa drammaturgica, dando così un altro colore ai dettagli insistiti sull’aspetto comico,  corroborando  i velari, così li chiama Svevo, di fine atto, le parti oniriche, che risultano coerenti con tutta la messinscena,  grazie anche a una accorto uso delle luci, meno felice l’impiego dell’eco nell’amplificazione (tutti gli attori e le attrici sono microfonati e microfonate).
Una scenografia che nel finale si ritrae e lascia spazio a un giardino ideale, nel velario conclusivo, dove Giovanni dialoga sinceramente con sua moglie Anna.
La recitazione riesce a mantenere una coerenza difficile da raggiungere, tra aspetti apertamente comici, che nella regia di Santoro sono più spinti ed evidenti che in Svevo, e parti più introspettive, a tratti elegiache (come quando Emma vuole abbandonare la casa dei genitori per sottrarre Umbertino alla vista di un nonno troppo giovanilistico), grazie al sapiente controllo di Santoro sugli e sulle interpetri.
Nello Mascia è bravissimo nel restituire la svagatezza di Giovanni anche se a tratti è troppo bambinesco per un personaggio che invece avrebbe avuto bisogno di un po’ di autorevolezza in più. Un po’ opaca l’interpretazione di Matilde Piana, nel ruolo di Anna, la cui recitazione, pur se notevole, è  nervosa, un poco titubante, togliendo statura al personaggio, che, così vago, perde in egoismo (come quando si lamenta del doglio della figlia Emma in lutto).
Magnifica Roberta Caronia nel ruolo di Emma che ha tutta la maturità e lo spessore psicologico per dare credibilità al dolore per la morte del marito (e anche nel relazioanrsi col padre e con il suo spasimante non voluto).
Grande prova anche quella di Alice Fazi (anche quando interpreta Pauletta nei velari). Sufficientemente profittatore Mauro Parrinello nel ruolo di Guido (anche se Santoro per sottolinearne la fame di danaro aggiunge una scena di richiesta di denaro troppo smaccata poco in linea con un testo dove tutto è suggerito e non mostrato con troppa evidenza). Forse troppo azzimato ma comunque efficace Massimo De Matteo nel ruolo di Enrico; molto in ruolo Nicolò Prestigiacomo nel ruolo di Fortunato; spassosissimo Roberto Mantovani nel ruolo di Boncini l’altro vecchio. In personaggio anche Roberto Burgio nel ruolo del dottor Raulli (peccato che Santoro abbia accorciato le sue battute di spirito che non fanno ridere nel primo atto).
La rigenerazione è uno spettacolo che sa farsi vedere volentieri e che restituisce con adeguata efficacia un testo non facile, molto corposo e che, nonostante le due ore trenta di durata  (più intervallo), sa tenere alta l’attenzione.
Lo spettacolo, in tournée da dicembre scorso, è in scena al Teatro Quirino fino al prossimo 15 febbraio.

LA RIGENERAZIONE
di Italo Svevo

con Nello Mascia, Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani
scene Luigi Ferrigno
assistente alla regia Nicasio Catanese, Enrico Spelta
regia Valerio Santoro

Visto per voi al teatro Quirino di Roma il 10 febbraio 2026.

(11 febbraio 2026)

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