di Alessandro Paesano
Totentanz (t.l. danza della morte) di Marcos Morau è una istallazione coreografata nella quale tre danzatori una danzatrice danno vita (scusate il gioco di parole) a una riflessione sulla morte, su cosa ne resta nel nostro immaginario collettivo.
Una presenza fantasmatica a metà tra la morte nella sua incarnazione medievale, uno stregone o una figura religiosa (per via delle croci di cui adorna il lungo abito nero con strascico) viene verso il pubblico mentre è ancora in fila attendendo di entrare in sala, portando con sé un’asta microfonata, un mix, un registratore, una cintura a cartucciera e sul volto un’applicazione di metallo che gli protegge gli occhi comprese una sorta di lenti. La presenza percorre l’intera fila e sembra voler registrare le conversazioni spontanee del pubblico. Poi torna sui suoi passi e il pubblico può accomodarsi nella sala dove prende posto prima sui due lati del palco e solo dopo anche in platea. Sulla parte centrale del palco ci sono tre stazioni (come quelle delle rappresentazioni religiose medievali) dove giacciono tre corpi, coperti da uno spesso cellophane, due posti sui letti di metallo usati per le autopsie e un terzo in fondo al palco direttamente posto sull’impiantito.
Alla figura dello stregone mortifero si aggiungono altre due presenze maschili che si prendono cura delle corpi, che, una volta scoperti, mostrano un sembiante senile dai capelli bianchi e lunghi. Due sono esanimi e inermi (in realtà due manichini molto rassomiglianti a due donne vecchie e grinzose). Il terzo è quello di una giovane donna con gli stessi abiti e stessi capelli bianchi (una parrucca) che, una volta in piedi, brandisce il turibolo dal quale emana generoso del fumo di incenso mentre uno dei tre uomini manovra un fascio rituale di rami secchi (per un rogo?) dal quale, lo stesso, emana un fumo di incenso.
La scena è immersa nel buio tranne le luci al neon sospese in corrispondenza dei tre corpi altre poste ai lati della scena (verrano manipolate e rimontate in forme diverse, anche quella di una lunga croce, durante la performance).
Da questa istallazione si dipana un sontuoso omaggio alla morte, alla sua presenza, alla sua evocazione, alla sua ineluttabilità, alla sua soluzione finale e alla sua assenza dal nostro immaginario collettivo contemporaneo per cui questa celebrazione rituale vuole costituire una sorta di riparazione.
La performance vede un doppio rapporto. Quello tra danzatori e danzatrice in una relazione reciproca di resistenza e di nocumento, come se a tratti sia lei a cercare di far morire loro o viceversa siano loro a voler soggiogare lei.
Una polisemia del gesto che non è mai ambigua ma sempre molto necessaria, come se in ogni momento i personaggi evocati stiano seguendo un percorso già conosciuto, già stabilito. Come se in certi momenti sia necessario che soccomba lei e in altri che soccombano i tre uomini.
Dall’altro il rapporto tra danzatori e danzatrice e la partitura sonora (composita, registrata ma a tratti prodotta dal vivo) anche qui in una duplicità dove la musica, il suono, sono ora un commento all’azione coreutica (dei combattimenti stilizzati, al gesto inteso come azione-reazione tra corpi) ora ne sono invece la causa.
A queste diadi di senso si contrappone sempre la cura delle figure maschili nei confronti delle due figure femminili vecchie e rinsecchite, che a un certo momento della performance vengono anche mostrate al pubblico come sorta di memento mori proprio come nella danza della morte medievale da cui questo lavoro trae ispirazione, mentre verso la fine la figura femminile fa danzare gli uomini che trasportano le due figure vecchie e rinsecchite.
Un cerimoniale complesso che si sviluppa incessantemente dando al pubblico continui stimoli.
Intressanti gli oggetti di scena, dagli orpelli analogici della prima presenza, quella che si è già manifestata fuori dal teatro, a una serie di catene con sonagli che una della altre due figure si toglie di dosso quando si spoglia, oppure, ancora, il giradischi maneggiato dalla presenza femminile per riprodurre la musica (naturalmente il Totentanz di List) che occupa tutta la parte centrale del lavoro, contaminata da altri suoni e rumori, oppure, infine, un tamburo rituale che diventa poi fonte di luce con cui abbagliare il pubblico quando la sala precipita nel buio.
Totentanz non lascia tregua e chiede al pubblico che vi assiste di fare i conti con la propria idea di morte, di rito, di rapporto con la vita fornendo tramite la coreografia tutta l’energia psichica che serve per affrontare le domande poste e cercare delle risposte.
Molte le suggestioni.
La donna dai capelli bianchi che dovrebbe fare pari con le altre due rinsecchite e che invece è giovanissima, due dei tre performer che sono uomini fatti mentre il terzo è molto più giovane; la ieraticità dello spettacolo cui sfugge solamente un attimo di musica da discoteca quando uno dei tre performer, per sottrarsi alla morte, si concede una danza erotica, seminudo, degna delle migliori discoteche contemporanee, anche se questa danza sbarazzina dura poco.
La cerimonia cui il publico è chiamato ad assistere ci ricorda l’urgenza di ascrivere nuovamente la morte nelle nostre vite, senza evitarla, cercando invece connessioni coi movimenti del corpo, con le emozioni e le aspettative e cerimoniali che rispettino e celebrino già da ora l’assenza, l’oblio di se stessi, perchè se la morte ci perde a noi stessi ci fa rimanere come corpi esanimi per le persone ancora in vita che si prendono cura di noi proprio come noi dobbiamo prenderci cura di noi stessi, qui e ora, mentre siamo ancora in vita senza mai perdere di vista quel momento finale.
Totentanz è un’esperienza affascinante, una performance elegante, coerente, splendidamente riuscita. Un altro fiore all’occhiello del festival Fuori Programma.
TOTENTANZ.
MORGEN IST DIE FRAGE
Idea e direzione artistica: Marcos Morau
Direzione di Produzione: Juanma G. Galindo
Coreografia: Marcos Morau in collaborazione con i danzatori
Con: Ignacio Fizona Camargo, Fabio Calvisi, Valentin Goniot, Nuria Navarra
Drammaturgia: Roberto Fratini
Direzione tecnica: David Pascual
Disegno sonoro e musiche originali: Clara Aguilar
Video design: Marcos Morau, Marc Salicrú, Marina Rodríguez, Albert Pons
Costumi: Marcos Morau e Manuel Mateos
Realizzazione di pupazzi e maschere: Juan Serrano – Gadget Efectos Especiales e Martí Doy.
Visto per voi al teatro India di Roma il 5 luglio 2025.
(6 luglio 2025)
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